Archivio per dicembre, 2011

Buon Natale!

Posted in Notizie dall'Italia, Pubblica utilità with tags , , , , , , , , on 25 dicembre 2011 by patatromb

Buona festazza a tutti!

La prima statua del Buddha

Posted in Arte, Asia Orientale, Buddhismo, Pubblica utilità with tags , , , , , , , , , , , , , on 23 dicembre 2011 by patatromb

Un bel giorno i re Prasenajit di Kosala e Udayāna di Vatsa vanno a cercare il Buddha perché hanno voglia di ascoltarne gli insegnamenti. Solo che giusto in quel periodo il buon Śākyamuni se ne è andato temporaneamente da questo mondo andando a trovare sua mamma, la signora Maya, che, dopo essere morta poco dopo aver dato in natali all’Illuminato, è nel frattempo rinata in forma divina nel Trayastriṃśa, il Cielo dei Trentatré Deva.

I due re non prendono molto bene la notizia della dipartita del Buddha; in particolare, il buon Udayāna inizia a frignare disperato e arriva a sparate grosse tipo “Se non riesco a vedere il Buddha muoio!”. Parole al vento, ché il Buddha non si smuove dal mondo ultraterreno (si sa, con la mamma si sta sempre bene!)

Al che uno si aspetterebbe gesti inconsulti da parte del re di Vatsa, che invece se ne esce all’ultimo con una levata d’ingegno niente male. Le fonti  divergono sulle modalità precise, ma la versione più accreditata afferma che il re va dal discepolo del Buddha Mahāmaudgalyāyana, che c’ha i superpoteri, e gli chiede di usare il teletrasporto per spedire nel Trayastriṃśa trentadue artigiani col compito di incontrare il Buddha e creare una statua colle sue fattezze.

I trentadue vanno, beccano Śākyamuni e ne realizzano un ritratto in profumatissimo legno di sandalo, e a questo punto non è chiaro se si sia usato questo materiale perché secondo una delle 80 caratteristiche minori del Buddha la sua pelle profuma appunto di sandalo, o se piuttosto tale caratteristica dipenda proprio dalla storia che vi sto raccontando; né sarò io, in questa sede, a chiarire il (falso) problema!

Ad ogni modo, una volta che la statua è pronta, questa vede il Buddha e si prostra ai suoi piedi in segno di reverenza: l’Illuminato gli fa pat pat sulla testa e gli dice “quando io non ci sarò più, dovrai occuparti tu dei miei discepoli, mi raccomando!”.

Secondo un’altra fonte gli dice: “Bella lì! Mille anni dopo la mia dipartita ricomparirai in Cina e farai tante cose buone per la gente e gli dei e il buddismo!”

Secondo un’altra fonte ancora un bel giorno il Buddha, finita la visita alla mamma, se ne torna dalle nostre parti, incrocia il buon Udayāna che gli fa: “Ué, ho fatto una statua uguale a te, che cosa ci guadagno in cambio??” e il Buddha “Cosissime! Come ricompensa per la tua bellissima trovata, nella prossima vita rinascerai in forma di Lokapala!”.

Lokapala, il destino che attende Udayāna

Non è nota la conseguente reazione di Udayāna.

***

E poi? E poi è un bel casino: nel 400 il monaco-pellegrino Faxian visita il tempio di Jetavana e dice che la statua in sandalo ivi conservata è la prima immagine del Buddha, solo che secondo lui l’avrebbe fatta costruire Prasenajit (che secondo la maggior parte delle fonti avrebbe in realtà fatto realizzare una statua in oro qualche tempo dopo quella in sandalo di Udayāna).

Nel 502, invece, l’imperatore Wu dei Liang manda una legazione a Śrāvastī per chiedere che gli venga spedita la statua di Udayāna che, stando alle sue fonti, si trova da quelle parti: ovviamente gli indiani gli rispondono picche, però dato che sono gentili alla fine gliene fanno pervenire una copia perfetta. (Un testo contemporaneo afferma che la statua originale si trova proprio in Cina: come ci sia arrivata, non si sa!).

Nel frattempo, altri due monaci-pellegrini, Songyun e Huisheng, nel 519 passano per un monastero nel Khotan e vedono una statua che, stando alla tradizione locale, sarebbe proprio la statua di Udayāna. E giusto perché non ci sono già abbastanza versioni contastanti, Xuanzang nel 644 passa per Kosambi (India nordorientale) e afferma che la statua di sandalo originale si trova proprio lì, aggiungendo pure che l’immagine ha dei poteri tutti speciali tipo la spada nella roccia, che tutti se la vogliono portare via ma nessuno riesce a spostarla di un millimetro, così chi la vuole deve farsene una copia.

 

Infine, al monaco giapponese Chōgen, che nel 983 parte per un viaggio-pellegrinaggio in Cina, raccontano un’altra storia ancora, particolarmente interessante e verosimile: quando il cattivissimo re Pusyamitra (r. 184-149 a.C.) scatena una terribile repressione del buddhismo, il babbo del celebre Kumārajīva (IV sec. d.C.) scappa nel regno di Kucha, in Asia Centrale, portandosi dietro la statua di Udayāna: le date non tornano, ma fate finta di niente. Nel 384 i cinesi conquistano il suddetto regno di Kucha e si portano alla capitale Qin, Chang’an, sia Kumārajīva che la statua. Col passare del tempo Kumārajīva muore (come normalmente succede agli esseri umani) mentre il ritratto del Buddha viaggia per un po’ tutto il paese: senza stare a fare un elenco che non interessa a nessuno, ci basta sapere che nel 984 Chōgen la trova in un padiglione appositamente dedicatole all’interno del Palazzo Imperiale (che si trovava nella capitale dell’epoca, Kaifeng).

Il nostro, naturalmente, non esita un attimo e decide di farne far fare una copia identica da portare in Giappone, arrivando a vendere tutti i suoi averi pur di raccogliere denaro a sufficienza per pagare il pregiatissimo legno di sandalo necessario per realizzare l’immagine. Riuscirà il nostro nel suo intento? E se sì, cosa ne sarà della sua statua? Per scoprire questo e altro, non perdetevi l’ultimo episodio della serie “Gita in Giappone”, tra pochi giorni su queste pagine!

È morto Kim Jong-il!

Posted in corea, Pubblica utilità, Wisdom with tags , , , , , , , , , on 20 dicembre 2011 by patatromb

A quanto pare, all’annuncio della dipartita del Caro Leader Kim Chŏngil (i.e. Kim Jeong-il, i.e. Kim Jong-il)  i nord coreani si sono riversati sulle strade di una gelida Pyongyang (-12°C, si dice) piangendo e urlando in preda alla disperazione. E d’altronde non potrebbe essere altrimenti, non dev’essere facile accettare il fatto che a guidarli d’ora in poi sarà un signore con questa faccia qua:

Un mio coetaneo al potere!

(bisogna dare atto al defunto che è riuscito nell’impresa, che pure ritenevo praticamente impossibile, di trovare un successore con una faccia più improbabile della sua: si vede che ci teneva a lasciare un buon ricordo di sé alla sua gente).

Ma forse dovrei smetterla con le facili ironie, ‘ché il bel giorno in cui il buon Silvio ci abbandonerà la reazione dei suoi elettori non sarà probabilmente molto differente.

Gita in Giappone – Parte 5: lo Shitennōji e altre amenità di Ōsaka

Posted in Arte, Asia Orientale, Giappone, Gite, Pubblica utilità, Wisdom with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 17 dicembre 2011 by patatromb

Tutti a Shitennōland!

Come ricorderete, il mio piano di viaggio originale prevedeva due giornate a Nara ma, per tristi questioni economiche, mi ero infine visto costretto a tagliare una delle due giornate, con tutto ciò che ne era conseguito! È così che il 16 novembre è diventato il “Giorno ufficiale per girare a Ōsaka”; e, se si seguono i consigli degli amici giapponesi, se si gira a Ōsaka bisogna andare allo Shitennōji (四天王寺 Monastero dei Re Celesti), che, ci insegna il cartellone informativo all’ingresso dello stesso, può vantarsi di essere il più antico monastero giapponese ufficialmente riconosciuto, ‘ché il Nihonshoki data la sua fondazione al 593 d.C. Il cartellone prosegue poi con un florilegio di lodi alla lunghissima storia del sito, alla sua importanza nella storia del buddhismo giapponese, alla sua centralità nella cultura della città e via dicendo! WOW.

Quello che invece (casualmente) si dimentica di dire è che di tutta quest’antichità resta unicamente una ventina di tegole che fanno timidamente capolino da una buca scavata nell’area est del garan centrale. Il resto delle strutture principali risale per lo più agli anni ’60 del XX secolo: un’accozzaglia schizofrenica di pacchiani colori pastello e stili nord (per le architetture e alcune statue) e sud-est asiatici (per le pitture murarie e altre sculture) che dona a chi è così furbo da pagare i 300 yen di biglietto di ingresso la sensazione di trovarsi non tanto in un luogo sacro, quanto in un parco giochi tipo Gardaland (dove peraltro avrei tanta voglia di tornare, prima o poi) ma a tema religioso.

La stazione della metropolitana

L'ingresso allo Shitennōji

Una vista del monastero supermegaantichissimo

Alcune delle attrazioni principali del parc...del monastero

Il top del bello è raggiunto dalla pagoda a cinque piani, apparentemente una costruzione lignea non dissimile dalle numerose pagode costruite nel corso della storia giapponese, ma che si rivela in realtà essere una pregevolissima struttura in cemento armato (il più bello dei materiali da costruzione) al cui interno troviamo due rampe di scale a chiocciola in solido acciaio. Salendo al piano più alto troviamo una teca con un reliquiario che, in questa posizione “elevata”, non solo ribalta totalmente la concezione architettonica originale della pagoda (le reliquie del Buddha, normalmente non visibili, si trovano sotto le pagode, in linea con il pilastro centrale che qua, naturalmente, è assente) ma che, soprattutto, suggerisce un’idea di “ascensione” prettamente cristiana e totalmente avulsa dal pensiero buddhista. Un BRAVI! di cuore a chi ha ideato e progettato questo capolavoro irripetibile dell’architettura religiosa mondiale!

La pregiata pagoda

Il reliquiario dello Shitennōji

 

Peraltro, la struttura storica più interessante del complesso, il Gansan Daishi-dō (元三大師堂, 1618), un sub-tempio dedicato al patriarca Tendai Ryōgen (912-985), viene completamente ignorato dal nostro fidato cartellone, cosicché praticamente nessuno passa da quelle parti a meno che non gli passi per la testa di farsi un giro nel cimitero che lo circonda (e ci sarebbe molto da dire a riguardo).

Folla di visitatori al Gansan Daishi-dō

 

Se doveste capitare da queste parti vi consiglio di fare magari un salto allo Aizendō (ufficialmente si chiama Shōman’in Aizendō, 勝鬘院 愛染堂) e di dare un’occhiata al suo Tahōtō (多宝塔[1]) datato al 1594. Si trova a non più di una decina di minuti a piedi dallo Shitennōji in direzione nord-ovest nascosto in una foresta di appartamenti, alberghi a ore e sottotempli dello Shitennōji (per lo più contemporanei e per lo più a uso funerario). Non per altro, ma il Tahōtō in questione, oltre ad essere un pregevole esempio di architettura del XVI secolo, è anche la costruzione più antica di Ōsaka e, si sa, vecchio è bello!

Il periodo migliore per visitare il luogo è la settimana a cavallo tra giugno e luglio quando, in occasione dello Aizen-matsuri (愛染祭り), le porte della pagoda, generalmente inaccessibile, vengono aperte e le immagini al suo interno esposte al pubblico.

Il Tahōtō dello Aizendō

la lapide di Doraemon?

 

Da lì, se proprio volete ritornare a un delirio post-moderno in stile Shitennōji, potete passare per l’Ōe jinja (大江神社), il santuario shintoista che si trova giusto di fianco all’ingresso dell’Aizendō,  scendere dalla gradinata ovest e godervi la Shitaderamachi (下寺町) in tutta la sua gloria: una fila ininterrotta di un centinaio di templi buddhisti contemporanei dalle forme più disparate e, nei casi più eclatanti, dall’architettura quantomeno azzardata. Consigliatissimo!

La scalinata che porta alla Shitaderamachi

Un sobrio ed elegante esempio di tempio di Shitaderamachi

 

Anche lo Isshinji (一心寺), 10 minuti a sud-ovest dello Shitennōji è divertente: in particolare segnalo i “Re Guardiani Tamarri” al suo ingresso e le statue fatte coi resti dei morti (in sostanza, dalla fine del XIX secolo, ogni dieci anni viene realizzata, con i resti dei fedeli cremati che lo richiedono, un’immagine del Buddha che viene poi esposta in un padiglione apposito).

I Re Guardiani Tamarri

LA RABBIA! LA VIOLENZA!

 

Nel tempo rimanente si gioca coi gatti, si va al Book Off di Shinsaibashi per comprare Iron Muscle e si magna una zuppa cucinata dalla gentile signorina K.A.: gli ingredienti per concludere la giornata nel migliore dei modi possibili.

Gnoppo, il gatto stravaccone

Gnoppo stravaccato

Dormono

Questo era antipatico ed è fuggito prima che riuscissi ad accarezzarlo

Il miglior fumetto della storia

Cucina giapponese

 

(continua e, se Dio vuole, finisce nella prossima puntata!)


[1] Semplificando al massimo, il termine Tahōtō si riferisce a una particolare tipologia di pagoda lignea giapponese, caratterizzata da un primo piano a base quadrata, sormontato da un secondo piano a struttura circolare e da un ampio tetto quadrangolare. All’interno, al primo piano, troviamo generalmente le immagini dei quattro Buddha Dimensionali della tradizione esoterica centrate attorno a quella di Dainichi Nyorai (大日如来, skt. Mahavairocana).

Delizie coreane: jŏn 煎

Posted in Asia Orientale, corea, Pubblica utilità with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 12 dicembre 2011 by patatromb

Se la scorsa volta vi ho raccontato diffusamente della pizza coreana, una gustosa specialità già entrata nella leggenda, questa volta vi presenterò quello che, parlando con gli stranieri, i coreani amano chiamare “the korean pizza”!; e, che ci crediate o meno, è una delle cose più buone che si possa mangiare in queste terre!

Come i lettori più acuti avranno già intuito leggendo il titolo di questo intervento, il piatto in questione si chiama “jŏn” (o “jeon” 煎 a seconda della trascrizione che preferite) e per la gioia dei lettori più curiosi ora spiegherò in poche parole di cosa si tratta.

In sostanza le dolci signore imbronciate che lavorano nel ristorante dove avete deciso di recarvi per cena per prima cosa preparano una pastella a base di acqua, uova, farina e sale q.b., piuttosto liquida anziché no.

Successivamente le stesse, simpaticissime signore di cui sopra pigliano una caterva di ingredienti a loro piacimento e, usando una piastra unta e ben calda, la friggono (“piastrano” parlando di cibo suona male[1]) assieme alla pastella, andando a creare dei dischi piatti e dalle dimensioni più disparate. Quando la pastella non è più cruda il tutto è pronto e dunque si può e si deve mangiare (all’occorrenza è possibile intingere i bocconi in salsa di soia per esaltarne ulteriormente il sapore, già di suo delizioso).

Le signore del ristorante al lavoro

Sono certo che i lettori più golosi avranno già l’acquolina alla bocca e si staranno chiedendo quali siano gli ingredienti supplementari con cui si può preparare i jŏn! Beh, come ho detto, si tratta delle cose più disparate: il più comune degli jŏn è il pajŏn, i.e. jŏn al cipollotto (porro?) e a questo, se le signore del ristorante vogliono, ci aggiungono seppie, vongole e altri frutti di mare assortiti trasformandolo in haemul pajŏn, dove haemul in coreano sta per frutti di mare!

La bellissima K ci mostra un haemul pajŏn esageratamente spesso

Altre varianti (potete ammirarne una ricca selezione nelle foto allegate) possono includere esibizioni soliste di ostriche e gamberetti, il buon tofu (cor. dubu 두부) che da solo non sa di niente, funghi tagliati a fettine sottili sottili, rondelle di zucchine, melanzane e altre verdure dall’adeguata consistenza, kimchi di cavolo cinese e chi più ne ha più ne metta.

Una portata di jŏn misti, una portata di felicità

Gli ultimi mini jŏn alle ostriche avanzati, i soli che ho fatto in tempo a fotografare

Dopo esservi nutriti a sazietà sarete felici di aver deciso di mangiare jŏn per cena, ma anche a fine pasto un dubbio continuerà ad attanagliarvi: perché diavolo i coreani dicono che è una “pizza”? Eppure la spiegazione è sotto gli occhi di tutti. Sono rotondi, sono fatti con la farina, hanno gli ingredienti e sono cucinati su una piastra oliata. È o non è la perfetta descrizione della miglior pizza della tradizione napoletana?

Il paradiso del fritto (relativamente) sano!


[1] Stando alla versione online del Vocabolario Treccani, piastrare significa, “In microbiologia e biologia cellulare, depositare in piastre, o capsule, di Petri, contenenti terreno di coltura, microrganismi o cellule al fine di poterne osservare, dopo un periodo di incubazione, il numero e la morfologia nelle colonie che si sviluppano.” Benché anche questo poco si adatti al mondo del mangiar bene, il significato che il sottoscritto aveva  in mente è in realtà un altro, tipico del linguaggio di noi teenager del Friûl e purtroppo non riportato in alcun dizionario di mia conoscenza.

Gita in Giappone – Parte 4: il Daigoji, il Tōji e il panino del Mos

Posted in Arte, Asia Orientale, Giappone, Gite, Pubblica utilità with tags , , , , , , , , , , , , on 8 dicembre 2011 by patatromb

Il programmissimo del martedì prevedeva essenzialmente due cose:

a) abbandonare il pur pregevolissimo Hotel Kansai per spostarmi a casa della gentile K.A., dove sarei rimasto fino all’ultimo giorno di viaggio; e

b) mangiare un panino del Mos.

Siccome il trasferimento a casa della mia amica avrebbe avuto luogo in serata, se ne evince che al Mos avrei dovuto mangiare a pranzo, come è effettivamente accaduto.

Mos Burger, per chi non lo sapesse, è la catena di fast food giapponese buona buonissima e amicicia della natura dove le patatine sono fatte con patate vere e nei panini ci sta una salsa di verdure e non il malsano ketchup con cui c’è chi vorrebbe condire la pizza. Il signor S.F. nel vedere in fotografia un prodotto Mos ha recentemente dichiarato “cos’è sto schifo”, ma era in evidente stato di alterazione mentale e non sapeva di cosa stesse parlando.

Il panino l’ho mangiato nel mio negozio preferito, quello di Shijō a Kyōto[1], dopo giorni di infruttuosa ricerca in quel di Osaka (stando alla guida di viaggio coreana che mi ero portato dietro nei pressi del mio albergo ci sono almeno tre filiali della catena, ma chiaramente gli autori del volume volevano prendersi gioco di me). Impossibile, a parole, rendere la sincera felicità che illuminava il mio cuore mentre consumavo il mio set panino-frittume-bibita gassata. Grazie, signor fondatore del Mos!

La gloria di un pasto da re

La genericità di un pasto qualunque

 

Nei ritagli di tempo prima e dopo il gioioso pasto ho visitato il Daigoji e il Tōji.

Il Daigoji (醍醐寺) sta nella parte sud-orientale di Kyōto, lontanissimo dal centro, e per arrivarci è necessario prendere la metropolitana (linea Tōzai 東西線, stazione Daigo 醍醐, poi segue una passeggiata attraverso un ridente complesso residenziale).

Uscita della stazione: il ridente complesso residenziale

Un parco giochi e l'allegria della giovinezza

 

Il monastero è famoso per la sua pagoda edificata nel 951, a quanto si dice l’edificio più antico attualmente esistente a Kyōto. Tra le cose che rendono famoso il monastero ci sarebbe anche il Sambōin (三宝院), un sub-tempio di epoca Momoyama noto in particolare per il suo giardino e per la sua relazione con Toyotomi Hideyoshi, ma per ragioni di tempo non l’ho visitato. Per quanto riguarda il Daigoji propriamente detto mi vedo costretto ad ammettere che, sinceramente, non ci ho capito molto (il che non necessariamente è un male) e non saprei bene cosa dire a riguardo (e questo, invece, potrebbe essere male). Una nota positiva della visita è che, probabilmente per la prima volta in un monastero “storico” giapponese, ho visto il cortile affollato non solo di turisti, ma anche e soprattutto da comitive di fedeli.

 

Karamon del Sambōin: apprezziamo assieme la sobrietà e il gusto del periodo Momoyama

Un cordiale benvenuto

La pagoda del Daigoji

Fudōdō

Una foto artistica

Io che realizzo di non aver capito nulla del Daigoji

 

Dopo il pranzo sono stato al Tōji (東寺) . Il Tōji, ossia “Monastero orientale” in realtà si chiama Kyōōgokokuji (教王護国寺, qualcosa del tipo “il monastero che difende la nazione attraverso il Re della dottrina”), ma nessuno lo chiamava così nemmeno ai tempi della sua fondazione, nel 796. All’epoca era uno dei due soli monasteri la cui costruzione era stata permessa in quel di Kyōto -o meglio Heian, come la città, allora appena fondata, si chiamava tanti anni fa- e, vista la sua posizione a (sud) est, gli venne affibbiato il nomignolo con cui è tuttora universalmente noto (l’altro monastero, ora scomparso, si chiamava guarda caso Saiji 西寺, “Monastero occidentale”; quando si dice la fantasia!).

C'è scritto Kyōōgokokuji

Il Tōji è noto soprattutto per il suo profondo legame con Kūkai (空海, 774–835), fondatore dello Shingon (真言宗), la principale corrente esoterica del buddhismo giapponese[2]; e in effetti l’opera principale qui conservata è il mandala scultoreo del refettorio dell’839, un gruppo di 21 immagini dalla straordinaria complessità iconografica e dottrinale sul quale esiste una smisurata bibliografia che non sarò certo io a elencarvi o riassumervi.

Io ero andato al Tōji proprio per (ri)vedere questo gruppo scultoreo che tanti anni fa avevo nascostamente cercato fotografare, ma per una fortunata circostanza stavolta ho anche potuto visitare il primo piano dell’enorme pagoda del monastero (costruita nel 1644 è, con i suoi circa 55 metri, l’edificio ligneo più alto di tutto il Giappone). Normalmente non è nemmeno consentito vedere le immagini (scultoree o pittoriche che siano) all’interno delle pagode, pertanto il poter addirittura entrare in questa e godermi le sue statue dei quattro “Buddha dimensionali” e le pitture parietali che ritraggono gli otto patriarchi Shingon da Amoghavajra a Kūkai mi ha assai rallegrato. Il fatto che l’accesso alla pagoda comporti un considerevole aumento del costo del biglietto di ingresso al Tōji (da 600 a 1000 yen, un’enormità) mi ha d’altro canto assai rattristato[3].

La pagoda del Tōji e un'elegante telone

Una delle famose foto balorde del 2006

Una foto per esperti

 

Mentre ero al Tōji ha iniziato a pioviccicare, cosa che non stupisce dato ‘ché a Kyōto pioviccica sempre, e in questo pioviccicare me ne sono andato, rigorosamente a piedi, verso stazione ferroviaria JR Kyōto, il complesso architettonico che con la sua creazione ha ridefinito il concetto di porcata megagalattica, che a certi architetti bisognerebbe macinare le mani e cucire gli occhi nell’istante in cui nascono.

Dentro la stazione di Kyoto

Rintracciata la summentovata K.A., ho mangiato con lei, il suo fidanzatino cinese e il suo amichetto coreano un okonomiyaki dal prezzo indicibile; quindi questa nostra allegra comitiva si è spostata nell’area nell’estremo nord di Osaka, dove K.A. ha base, e ha fatto cose.

Fare cose

Il prodotto dell'anno: caffé al the verde in lattina

 

(continua…)


[1] In realtà, il mio preferito è dalle parti del Fushimi Inari taisha (伏見稲荷大社) ma esigenze narrative mi obbligano a dichiarare altrimenti.

[2] Se vi ricordate, abbiamo già incontrato Kūkai e lo Shingon al Murōji. Se non ve lo ricordate, correte a rileggervi la prima parte della serie “Gita in Giappone”!

[3] Ma per i beni culturali si accetta di buon grado questo e altro.

Gita in Giappone – Parte 3: la bella Nara

Posted in Arte, Asia Orientale, Giappone, Gite, Pubblica utilità with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 5 dicembre 2011 by patatromb

C’è chi il terzo giorno è resuscitato e c’è chi, come il sottoscritto, il terzo giorno non è riuscito ad alzarsi.

Chi ha letto l’intervento dedicato alla mia visita al Murōji avrà sicuramente fatto caso ai continui riferimenti al denaro consumato durante quella gita. Tali riferimenti, sappiatelo, non sono stati fatti per caso: il punto è che quel giorno le mie spese hanno abbondantemente superato il budget previsto, e questo mi ha costretto a una revisione radicale del piano di viaggio.

Nel dettaglio, mi son trovato a segare una delle due giornate originariamente previste per la mia amata Nara. Tagliate brutalmente cose belle come le visite al Yakushiji, al Kasuga taisha e all’area circostante il Tōdaiji, ho comunque cercato di inserire nel programma del lunedì quante più cose fosse ragionevolmente possibile visitare in una sola giornata.

E sarebbe pure stato un bel programmino solo che, ecco, non mi aspettavo che la mattina non avrei sentito la sveglia delle 7.15; e grazie al cielo che, per puro miracolo, alle 9.30 (ora in cui, in linea di principio, sarei già dovuto essere in quel di Nara) ho avuto la trovata di controllare, benché in stato semicomatoso, l’orologio.

Dopo una doccia a tempo di record e dopo aver saltato a piè pari la colazione, mi sono messo a correre come un deficiente per prendere il primo treno disponibile diretto alla “Capitale del Sud”, ma nonostante l’impegno prima delle undici e mezza al Kōfukuji non ci sono arrivato.

Privacy e la stazione

1: a est!

Il Kōfukuji (興福寺) l’avevo già visitato diverse volte nel 2006, quindi stavolta mi sono recato direttamente al suo Kokuhōkan (国宝館) o Sala dei tesori nazionali, perché ogni volta che in passato avevo cercato di visitarlo ero sempre arrivato o quando era già troppo tardi o quando, per qualche misteriosa ragione, era chiuso al pubblico. La Sala, di fatto un piccolo museo dove sono esposte opere del calibro delle statue in lacca secca raffiguranti i Deva delle otto classi (八部衆) o quelle dei dieci discepoli del Buddha (十大弟子), ospita alcuni tra i più celebri e importanti lavori della statuaria giapponese dell’VIII secolo; stando ai miei appunti di quel giorno, però, l’opera che più mi ha colpito sembrerebbe essere una serie di bassorilievi lignei del XII secolo raffiguranti i Dodici generali celesti (十二神将) dal collo particolarmente simile a quello, di rara bellezza, esibito da Seiya alla sua prima apparizione nel Next Dimension.

L'esterno del Kokuhōkan: è brutto

Un esempio di quello che si trova nel Kokuhōkan (naturalmente è proibito scattare foto)

Generali celesti, longilinei e proporzionati

Seiya, ancora più longilineo e proporzionato

Una volta uscito dal Kokuhōkan mi sono diretto in tutta fretta verso il Museo Nazionale di Nara: a piedi saranno una decina di minuti, ma poi ti fermi a far le foto ai cerbiatti graziosi che ti attaccano per mangiare qualsiasi cosa tu abbia in mano (biscotti, panini, polpette di riso, cartine stradali ecc.) e non arrivi più.

Una delle ragioni principali per le quali ho organizzato in novembre il viaggio che sto qui narrando è la mostra annuale dei tesori dello Shōsōin (正倉院). Lo Shōsōin è il “magazzino” del Tōdaiji: in sostanza si tratta di una struttura dell’ottavo secolo in cui sono conservati preziosissimi (e generalmente inaccessibili) tesori risalenti al tempo in cui Nara era la capitale del Giappone e il Tōdaiji il centro religioso e sociale del paese. Come forse avrete intuito la mostra, in cui viene esposta una ricca selezione di questi tesori, viene organizzata tra ottobre e novembre proprio presso il Museo nazionale di Nara.

La mia volontà di far visita alla mostra era ferrea, ma così ferrea che appena vista la fila davanti al museo e (sulla scorta di esperienze pregresse) stimato in due ore il tempo di attesa per l’ingresso, ho girato i tacchi e mi sono messo alla ricerca di un posto decente dove mangiare qualcosa prima di spostarmi verso ovest. Alle 13.20 venivo delle signore di mezza età mi accoglievano cordialmente nel loro grazioso locale nei pressi della stazione ferroviaria, servendomi un gustoso set di cotoletta impanata su un letto di riso e uovo più udon: il pancino ancora ringrazia.

Una giapponese l'ha definito "di gran classe"

Altre bestie che non fanno altro che mangiare

2: a ovest!

Un’ora e mezza dopo mi trovavo di fronte all’ingresso del Tōshōdaiji, intento a maledirmi per essermi dimenticato di scendere alla fermata autobus corretta: ‘ché per distrazione ero sceso allo Yakushiji (薬師寺). Solo che io volevo vedere il kondō del Tōshōdaiji (唐招提寺), ‘ché è recentemente tornato visibile dopo anni di restauro radicale (del tipo che quando avevo visitato il luogo nel 2006 la Sala in questione fisicamente non esisteva proprio). La distanza tra i due monasteri, che ho dovuto ovviamente coprire a piedi, è di circa un chilometro e mezzo, i.e. una ventina minuti di camminata. Come che sia, cari lettori, andate anche voi a visitare il Tōshōdaiji, non fate gli stupidini che saltano un luogo tanto bello da visitare!

[Spulciando le foto della mia prima visita al monastero e confrontandole con quelle di quest’anno mi sono reso conto di quanto la mia prospettiva storico-artistico sia mutata nei cinque anni passati, con lo stūpa di Ganjin che da comparsa casuale è diventato il principale soggetto delle mie foto (che naturalmente sono venute tutte o troppo scure o troppo mosse).]

Dove in lontananza si intavvede il Tōshōdaiji

Dove si vede il kondō post restauro

La piattaforma per le ordinazioni (dei monaci, lo preciso prima che mi si rivolgano domande stupide)

Fiori bellissimi al Tōshōdaiji

Bella foto dove, se vi impegnate, riuscite a intravvedere lo stūpa di Ganjin

Cos’ho fatto dopo il Tōshōdaiji? Ah, sì, il Saidaiji! Il Saidaiji (西大寺) è il fratello sfigato del Tōdaiji, quello dove non va nessuno perché “tanto non c’è nulla di interessante da vedere”. In realtà vi sono conservate pregiatissime opere risalenti per lo più al tredicesimo secolo, quando, in pieno periodo Kamakura, il monaco Eison (叡尊, 1201-1290) ha ricostruito quasi ex novo il monastero (grazie a fulmini, alluvioni e incendi ben poco rimaneva, già all’epoca, delle strutture originariamente volute dall’imperatrice Kōken  nel 764). Segnalo in particolare alcune opere della Sala d’oro quali il ritratto ligneo di Eison, un’eccellente pentade scultorea centrata su Manjuśri del 1302 e uno Śākyamuni in legno del 1249, copia del più celebre Buddha centrale del Seiryōji. Anche se non capite bene quest’ultima frase non importa, ve la spiegherò a dovere nei prossimi giorni.

Magari avrei potuto segnalarvi anche più opere degne di nota, se solo non avessi deciso di farmela dal Tōshōdaiji a qui a piedi. In treno è solo una  fermata (7 minuti, 210 yen), ma “c’è crisi!” e così, per risparmiare quattro spiccioli, sono arrivato al Saidaiji senza fiato e quando mancava appena mezz’ora alla chiusura. Sarà per la prossima occasione!

Saidaiji: la Sala d'oro (ingresso 400 yen)

Saidaiji: Aizendō

Saidaiji: Resti della pagoda orientale e kondō

Saidaiji: coso

Saidaiji: lo Śākyamuni della Sala d'oro

La giornata si è conclusa egregiamente con un melon pan, il celebre snack giapponese col nome messo a caso; dopodiché mi sono addormentato nella vasca, e in un nonnulla era già martedì.

Il leggendario Melon pan, il dolce che non sa di melone

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