Archive for the Buddhismo Category

Colpo grosso al Museo Nazionale di Seoul

Posted in Arte, Asia Orientale, Buddhismo, corea with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 17 luglio 2014 by patatromb

Che il celebre programma condotto da Umberto Smaila fosse stato all’epoca un successo internazionale incredibile, mai più eguagliato da nessuna trasmissione italiana, è un fatto ben noto, testimoniato sia dalle varie localizzazioni estere del programma, sia dall’esportazione delle puntate originali per i mercati di Giappone e Turchia (fonte attendibilissima).

Quello che forse non tutti sanno è che in Corea l’apprezzamento per il programma ma soprattutto per il suo conduttore fu tale che, come dimostra chiaramente la scultura che riporto qui di seguito e che fa parte della collezione del Museo Nazionale di Seoul, il fascinoso Umberto divenne addirittura oggetto di culto alla stregua di un santo.

Un  uomo che ti rende fiero di essere italiano e, accanto, un primo piano di Umberto Smaila

Un uomo che ti rende fiero di essere italiano e, accanto, un primo piano di Umberto Smaila

Il nostro circondato da alcune eleganti signore in una foto d'epoca. Il meglio della cultura italiana in una sola immagine

Il nostro circondato da alcune eleganti signore in una foto d’epoca. Il meglio della cultura italiana in un pugno di pixel

 

 

(oh, prima che me lo veniate a chiedere, preciso che non tutto quello che sta scritto in queste righe è necessariamente vero.)

Il Maitreya del monte Gwanak e altre importanti esperienze montane

Posted in Asia Orientale, Buddhismo, corea, Gite, Wisdom with tags , , , , , , , , , , , , on 7 luglio 2014 by patatromb

Questa è la storia di un uomo e della sua Ricerca della Via.

Avendo recentemente acquistato la macchinetta fotografica nuova e non avendo nessuna esperienza nel suo utilizzo, ieri l’altro anziché andare in studio a compiere il mio dovere ho deciso di uscire e fare qualche scatto qua e là in giro per il mondo, che in Corea è sinonimo di montagna.

Se per scendere dal dormitorio dell’università alla città vera e propria si prende il bus, ad un certo punto si arriva al Girello della morte, un capolavoro di pianificazione di percorso mezzi pubblici che solo un coreano avrebbe potuto concepire.

Ecco, proprio nei pressi del Girello della morte vi è un grosso cartello stradale che indica la presenza, da qualche parte sulle pendici del monte che sorge a est del dormitorio, di un bassorilievo rappresentante Maitreya in forma di Buddha, con tutto ciò che questo comporta. Io ‘sto cartello l’avevo adocchiato già 5 o 6 anni fa e una volta, credo corresse il 2010, avevo pure provato a cercare dato bassorilievo, poi in quell’occasione l’unica cosa degna di nota che riuscii a trovare fu un colossale scoiattolo coreano intento a fare robe e che potete ammirare nello spettacolare video naturalistico qui sotto.

La fallimentare spedizione di qualche anno fa mi aveva deluso tanto da farmi rinunziare a qualsivoglia ulteriore tentativo di scalata, convinto com’ero che l’esistenza del Maitreya del monte Gwanak altro non fosse che una leggenda metropolitana. Ritrovati tuttavia forza e coraggio grazie alla gagliarda potenza derivante dal mio nuovo acquisto, venerdì alle due del pomeriggio mi son messo in marcia, scendendo a piedi fino al Girello della morte e da lì oltre, passando di fronte alla spettacolare “chiesa” che da anni campeggia fiera e insensata nello header di questo blog, degna metafora di quanto di decadente e triste esiste in questo paese.

Decadenza e fede: la chiesa protestante Chungŭn da qualche parte a Seoul

Decadenza e fede: la chiesa protestante Chungŭn da qualche parte a Seoul

 

Finché la strada era asfaltata vabbè, non ho incontrato grossi ostacoli. Qualche problema è invece sorto quando, finalmente penetrato nel bosco, ho provato a cercare il percorso che porta al bassorilievo. Perché sì, ovviamente esistono dei sentieri battuti, e ci sono anche dei cartelli che, qua e là, dovrebbero indicare la strada per il monumento. Il problema è che le anime pie che si sono occupate di prepararli e posizionarli a) non hanno pensato che i cartelli andrebbero idealmente messi ai bivi/incroci, e non sui rettilinei e b) hanno deciso di realizzarli con una certa creatività, per cui talvolta per arrivare a un determinato luogo bisogna seguire le indicazioni per un altro.

Qua tipo siamo ancora all'inizio del percorso e ci sono delle scale vere

Qua tipo siamo ancora all’inizio del percorso e ci sono delle scale vere

 

Io in ogni caso ho innanzitutto provato a cercare col cellulare il percorso sulle mappe di Naver, il celebre portale internet coreano: qui di sotto vedete il risultato della ricerca: una linea semi-retta in mezzo al niente.

Chiarezza alla coreana 1

Chiarezza alla coreana 1: si parte dalla svastica e si arriva alla A

Chiarezza alla coreana 2:  vai sempre dritto che poi arrivi!

Chiarezza alla coreana 2: vai sempre dritto che poi arrivi!

 

All’inizio ho anche dato retta alla mappina digitale, che mi aveva persuaso dell’esistenza di un’unica, facile via, poi al quarto bivio non segnalato ho lentamente ma inesorabilmente iniziato a metterne in dubbio l’attendibilità, per poi abbandonarla mestamente dopo circa un’ora di scalata disperata e inane. Certo, io magari avrei anche potuto evitare di prendere la via sbagliata ogni volta in cui ciò era possibile allungando a dismisura il percorso, ma questa è un’altra storia.

Dopo un certo punto è tutto così e sfido a non perdersi

Dopo un certo punto è tutto così e sfido a non perdersi (clicca la foto per poter meglio osservare una vecchia scalatrice coreana all’opera)

Stando ai cartelli presenti qua e là lungo il percorso, il bassorilievo si trova a circa 1200 metri dal Girello della morte, che tipo se ci metti una mezz’ora a percorrerli è tanto. Dopo un’ora e venti dalla partenza, che ancora non si intravvedeva nulla che non fossero alberi o rocce, mi sono seduto sconsolato su una pietra, attendendo il passaggio di qualche sant’uomo a cui chiedere indicazioni. Dopo un quarto d’ora abbondante di solitudine è comparso un giovane uomo grondante sudore il quale, sentendosi rivolgere la parola da un uomo bianco, ha innanzitutto mostrato un’espressione scioccata, ha poi dichiarato farfugliando di non aver idea di che cosa stessi parlando, ed è infine fuggito con inusitata celerità lasciandomi solo come l’ultima fetta di salame che nessuno vuole mangiare. Passato qualche altro minuto sono comparse tre signore di una certa età, di cui la più vecchia a piedi nudi, però visto che stavano parlando di suocere che vogliono cacciare il marito di casa e di consorti fedifraghi, non ho avuto cuore di interrompere il loro importante dibattito per richiedere indicazioni.

 

Qua e là ne ho approfittato per scattare qualche foto artistica, tipo qua si vede grosso modo come è fatta una città più grande di Gorizia

Qua e là ne ho approfittato per scattare qualche foto artistica, tipo qua si vede come è fatta una città più grande di Gorizia (cliccaci sopra altrimenti non si capisce nulla)

Alberi e rocce

Alberi e rocce

Una suggestiva immagine megaeffettata

Una suggestiva immagine megaeffettata

Altri palazzoni: i coreani adorano i palazzoni

Altri palazzoni: i coreani adorano i palazzoni

 

Quando oramai iniziavo a disperare, l’illuminazione: vuoi vedere che da qualche parte sulla rete si trovano le spiegazioni scritte su come arrivare a destinazione? E cerca che ti cerca (siano benedetti gli smartphone), ho effettivamente trovato quello che mi serviva sul sito dell’ufficio distrettuale di Gwanak (che è il “quartiere” di Seoul dove sta tutta la roba di cui parlo in queste pagine). Ecco, qui sotto riporto per voi “How to easily find Boncheon-dong Maaemireukbul”, spero apprezziate quanto me lo spirito di internazionalità e la chiarezza esplicativa di cui esso è infuso.

How to easily find qualche cosa!

How to easily find qualche cosa!

 

Anche se nessuno mi crederà, questo sgranatissimo file .jpg mi ha realmente aiutato ad arrivare dalle parti del Buddo (sarebbe forse più corretto dare il merito alle didascalie sotto le fotine, e vi auguro a decifrare ‘sta roba su uno schermo a 4 pollici). Dico “dalle parti di” e non “al” perché le indicazioni sono relativamente chiare solo fino al terzo punto della miniguida: in sostanza seguendole si riesce ad arrivare al campo di lavori forzati “Sangbong Yaksutŏ” (di cui parleremo in un’altra occasione), poi però ci sta scritto “una volta arrivato lì., da quapparte ci sta una certa stradina e se la si piglia si arriva al monumento” (e vai tu a capire cosa ci sta nella terza foto che “mostra” il ‘quapparte’), che son quelle cose che ti fanno dubitare delle capacità intellettive dei coreani.

Qui, da qualche parte!

Qui, da qualche parte!

 

L’unica strada che ho trovato parte giusto dietro a una struttura colonizzata da un gruppo di atletiche nonnine che, scopo ultimo dell’alpinismo in Corea, si stavano allegramente ubriacando di soju e makkŏlli. Convinto di avercela finalmente fatta, mi sono immesso sulla suddetta stradina e ho iniziato a salire, salire, salire: dieci minuti dopo, trovandomi di fronte a una piccola trincea militare e dei misteriosi tubi neri parzialmente nascosti nel terreno, ho realizzato come, evidentemente, non fosse nemmeno quella la strada che stavo cercando. E così retromarcia, non ci resta altro da fare che chiedere alle vecchie ubriache!

Simpatica trincea, metti che un giorno i nord coreani decidono di attaccare il monte Gwanak

Simpatica trincea, metti che un giorno i nord coreani decidono di attaccare il monte Gwanak

 

Eh, appunto le vecchie: mentre tornavo al punto di partenza una di loro, infischiandosene o forse ignara del fatto che mi trovavo a non oltre una quindicina di metri di distanza da lei in posizione sopraelevata e con una visuale perfetta, ha deciso di calarsi le braghe e di liberare la vescica nel bel mezzo della natura: io appena realizzato quanto stava accadendo di fronte ai miei occhi ho immediatamente cercato di volgere altrove lo sguardo ma già so che quei pochi, agghiaccianti istanti in cui mi è toccato vedere quello che ho visto mi perseguiteranno vita natural durante.

Come che sia, effettivamente le eleganti signore sapevano dove si trova il buon Maitreya del monte Gwanak e una di loro, quella meno alticcia, mi ha pure accompagnato lungo una parte del percorso (che già oggi non sarei in grado di ritrovare): e così, dopo solo due ore e venti, ero finalmente di fronte alla tanto agognata opera d’arte. La targa con le informazioni sul Buddha presente in situ è fornita di una traduzione in un inglese sorprendentemente buono, quindi senza che mi dilunghi in descrizioni e robe ve la piazzo qui sotto e via, poi così potete pure indirettamente apprezzare il sottoscritto in essa riflesso, ulteriore incentivo a cliccare l’immagine e ammirarla/mi in tutto il suo/mio splendore.

Bellezza e informazioni utili, tutto in una foto!

Bellezza e informazioni utili, tutto in una sola foto!

Maitreya pigliato di fianco

Maitreya pigliato di fianco (봉천동 마애 미륵불좌상)

Maitreya in tutto il suo splendore, che se ne frega di te e guarda da un'altra parte

Maitreya in tutto il suo splendore, che se ne frega di te e guarda da un’altra parte

 

Un topos della letteratura buddhista vede il monaco pellegrino di turno incontrare, nel bel mezzo di un monte sperduto e disabitato, una figura misteriosa -di solito un anziano o un asceta dall’aspetto bizzarro- che lo guida in un luogo favoloso in cui il Dharma è pienamente realizzato: inutile dire che tale figura altri non è che un bodhisattva in incognito, che appena compiuto il suo dovere, vale a dire rendere manifesta in forma tangibile al pellegrino la validità e verità degli insegnamenti buddhisti, svanisce nel nulla, come fosse nebbia.

Mentre ammiravo il bassorilievo anche io ho provato un’esperienza affine, anche se l’ordine degli eventi e il loro risultato sono stati un po’ differenti. Ad un certo punto, infatti, è comparso dal nulla un signore che ha preso a dirmi cose. Tante cose. A ruota libera, e la saggezza sgorgava copiosa dalle sue labbra, una saggezza propria solo dei bodhisattva. Per mezzo delle sue profonde e oculate parole, egli si è rivelato, nell’ordine, un filosofo di prim’ordine (“a me piacciono le montagne perché sono come la vita, un po’ si va su, un po’ si va giù”), un sociologo d’eccezione (“la Corea è un grande paese perché c’abbiamo il senso di etnicità e dunque siamo un popolo unito!”) e un finissimo analista politico (“[problema X] è colpa dei giapponesi!!1!!1!!”). È anche stato tanto magnanimo da offrirmi metà del suo dolcetto farcito con pastone ipercalorico colloso di fagioli dolci, certo se magari avessi avuto qualcosa da bere forse lo avrei anche apprezzato di più e non avrei rischiato a più riprese di morire per soffocamento da fagioli.

Alcuni pensano che Seoul sia sul mare

Alcuni pensano che Seoul sia sul mare

 

Dopo una mezz’ora abbondante, così com’era comparso, il Portatore di Saggezza decise che era giunto il momento di congedarsi, non prima però di meco condividere i suoi preziosi consigli su come tornare a valle, ché nel frattempo si stava anche facendo sera e magari non era il caso di restare intrappolati nel bosco avvolto dalle tenebre.
“Signore, so che ci dovrebbe essere un sentiero che porta direttamente al dormitorio, giusto?”
“No, non c’è. Devi fare tutta la strada a ritroso fino al Girello della morte, io questa montagna la conosco bene e non esiste proprio una strada che va fino all’università”, che se gli davo retta mi sa che la protezione civile stava ancora a cercarmi, grazie al cielo tempo cinque minuti e ho subito trovato il percorso diretto al dormitorio: un percorso pratico e veloce e che a parte che ad un certo punto mi stavo per maciullare la caviglia sinistra, mi riportò in appena una ventina minuti nel mondo civilizzato, e quindi uscii a riveder la strada.

The end

The end

2557!

Posted in Asia Orientale, Buddhismo, Pubblica utilità with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 17 maggio 2013 by patatromb
"Presto, venite a lavarmi!"

“Presto, venite a lavarmi!”

Auguri!

Tutti a Ch’ŏrwŏn!

Posted in Arte, Asia Orientale, Buddhismo, corea, Gite, Pubblica utilità with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 15 maggio 2013 by patatromb

Due domeniche fa, era una bella, profumosa giornata primaverile, gli unici passeggeri della corriera diretta verso Ch’ŏrwŏn erano il sottoscritto, il giovane K.Y.W. (noto anche come il ragazzo dagli occhi protrusi) e alcune solitarie ragazzette pensierose. Sorge spontaneo chiedersi perché mai, in una così raidosa giornata, delle fanciulle nel fiore degli anni dovrebbero dirigersi verso un desolato, spoglio e decrepito paesotto del Kangwŏn-to a quattro passi dal confine con la Corea del Nord. ‘Sicuramente seguivano te e il baldo K.Y.W. (noto anche come il ragazzo dagli occhi da cerbiatto)’, avrete probabilmente pensato voi che leggete: tuttavia la risposta più ovvia, ahinoi, non sempre è quella corretta.

Il giovane K.Y.W. a bordo di un'affollata corriera

Il giovane K.Y.W. a bordo di un’affollata corriera

Da quapparte in Corea

Da quapparte in Corea

Come ho già avuto modo di notare in precedenza, Ch’ŏrwŏn è ben vicina al confine con la riottosa sorella socialista della Corea del Sud e tutta la zona che la circonda è conseguentemente (e comprensibilmente) piena zeppa di basi militari, basi militari che a loro volta sono piene zeppe di gagliardi soldati di leva che si addestrano a spezzar le reni agli empi sudditi di Kim Chŏngŭn (=Kim Jong-un)! Prima di partire per il servizio militare (che in queste terre dura ben due anni) alcuni di loro avevano trovato la fidanzatina e, tra questi, i più fortunati erano riusciti a non farsi lasciare al momento della partenza. Le nostre compagne di viaggio, lo avrete a questo punto oramai capito, sono alcune di quelle fidanzatine, donne modello che non solo sono tanto pazienti da attendere un lungo biennio prima di poter riavere indietro il loro principe azzurro (nel frattempo divenuto nella maggior parte dei casi un bestemmiatore tabagista amante dell’alcool), ma che sono anche tanto magnanime da sacrificare il loro fine settimana per andare a trovare nel nulla più assoluto suddetto principe azzurro: ad avercene, di donne così!

Una base militare abilmente mimetizzata nell'ambiente

Una base militare abilmente mimetizzata nell’ambiente

Detto questo, sorgerà spontanea un’altra domanda, vale a dire, cosa ci stavano dunque a fare su quell’autobus il buon Marco e il giovane K.Y.W. (noto anche come il ragazzo dallo sguardo che incanta)? ‘Forse andavano a trovare anche loro dei fidanzatini in servizio di leva’, avrà pensato il lettore più smaliziato, lettore che, tuttavia, mi vedo nuovamente costretto a contraddire.

Dovete sapere che, non molto distante da Ch’ŏrwŏn, sorge il Dop’iansa (倒彼岸寺), monastero buddhista ove è conservata una statua in ferro datata al 865, identificata da tutti gli storici dell’arte coreana[1] come un Vairocana in chigwon’in (智拳印, vajra mudrā in finto sanscrito, una roba complicata che non sto a spiegarvi qui perché sennò non finiamo più, in sostanza si tratta di un Buddha assiso che alza le mani all’altezza del petto pigliandosi l’indice della mano sinistra con tutta la mano destra stretta a pugno).

Voi, ne sono moderatamente certo, questa statua non l’avete mai nemmeno sentita nominare ma vi prego lo stesso di credermi quando vi dico che si tratta di una di quelle opere fondamentali che compaiono in tutti i libri di storia dell’arte coreana. Noi due maschietti, lo avrete a questo punto oramai capito, eravamo diretti verso il Dop’iansa che per inciso è, visto il luogo dimenticato da Dio in cui sorge, uno di quei posti che tutti conoscono ma che nessuno ha mai visitato.

Il glorioso terminal del villaggio di Tongsong, capolinea della corriera

Il glorioso terminal del villaggio di Tongsong, capolinea della corriera

Un pensiero gentile rivolto a tutte le coppiette separate dalla naja

Alle spalle del terminal, un pensiero gentile rivolto a tutte le coppiette separate dalla naja

Il nostro pranzo

Il nostro pranzo

Prima di andare ad ammirare la statua di cui sopra, tuttavia, ne abbiamo approfittato per fare una capatina all’altro monumento di Ch’ŏrwŏn, il Nodongdang-sa (勞動黨舍), cioè l’Ufficio del Partito dei Lavoratori. Con “Partito dei Lavoratori” ci si riferisce ovviamente al Partito dei Lavoratori della Corea del Nord, ‘ché nel 1946, quando questo edificio venne eretto, qua era tutta terra comunista! Ai tempi  della Guerra di Corea gli ammeregani e i loro alleati sudcoreani si erano convinti che qua dentro ci fosse chissà cosa, concentrando così (con successo) tutta la loro forza per la presa dell’”Ufficio” in questione. Ora è tutto in rovina, colle pareti completamente crivellate di colpi e la scalinata di accesso sbriciolata dai cingoli di un carro armato, e chissà all’epoca quanti morti L.

Il Nodongdang-sa. K.Y.W. si è lamentato che col bel tempo perde tutta l'aura di malvagità che dovrebbe avere

Il Nodongdang-sa. K.Y.W. si è lamentato che col bel tempo perde tutta l’aura di malvagità che dovrebbe avere

Come ben sapete, i coreani (del Sud) tendono a smantellare qualsiasi edificio non gli vada ideologicamente a genio, dunque come mai questo Nodongdang-sa è ancora in piedi? La risposta, stando al giovane K.Y.W., è che da una parte l’edificio viene sfruttato in funzione propagandistica (“guardate! I cattivi comunisti qua dentro facevano cose cattivissime! BRR!”), dall’altra bisogna tenere presente che, fino alla fine degli anni ’80, l’accesso a tutta l’area a nord di Ch’ŏrwŏn City era interdetto ai civili, ergo non c’era né la necessità di, né la manovalanza adatta a demolire l’edificio che, nel frattempo, è stato registrato come bene culturale e quindi resterà qui finché regge.

Tatatatatà! Una colonna che, pur se crivellata di colpi, non si è piegata al nemico!

Tatatatatà! Una colonna che, pur se crivellata di colpi, non si è piegata al nemico!

Uno sguardo dal retro

Uno sguardo dal retro

Ecco cosa succede a salire le scale col carrarmato

Ecco cosa succede a salire le scale col carrarmato

La trafficata strada da e per il Nodongdang-sa

La trafficata strada da e per il Nodongdang-sa

Al Nodongdang-sa ci siamo arrivati nella maniera più comoda e veloce possibile, vale a dire in tassì, mentre da qui al Dop’iansa ce la siamo fatta a piedi (tanto sono solo tre chilometri!). Lungo la strada ci siamo casualmente imbattuti nelle rovine di un altro edificio “storico”, la Chiesa metodista di Ch’ŏrwŏn, fondata del 1936 e andata distrutta nemmeno una ventina di anni dopo, ovviamente ai tempi della solita Guerra di Corea. Io e il giovane K.W.Y. abbiamo approfittato della fortuita scoperta per scattare alcune pregevoli fotografie che potete di seguito ammirare.

Io in una delle mie pose migliori

Io in una delle mie pose migliori

Il giovane K.Y.W. in una delle sue pose migliori

Il giovane K.Y.W. in una delle sue pose migliori

Spettacolare foto con effetto

Spettacolare foto con effetto

Il monumento in tutta la sua imponenza

Il monumento in tutta la sua imponenza

Risaie

Risaie

Ci siamo quasi

Ci siamo quasi

Un’ora dopo, sudati, assetati e sfiancati dall’inaspettatamente afosa aria di queste terre selvagge  delle risaie di Ch’ŏrwŏn, siamo arrivati al Dop’iansa. Oltre al Vairocana in ferro di cui vi ho già parlato, presso il Dop’iansa si trova anche un altro famoso monumento antico, una pagoda il pietra di cui non si sa niente di preciso e che per questo motivo viene ritenuta da tutti coeva alla nostra cara statua (sì, non c’è logica dietro a questa tecnica di datazione). I vari libri se la sbrigano descrivendola come uno dei massimi capolavori nel suo genere, glissando inspiegabilmente sul curioso senso di instabilità che ne emana, ma tant’è. La pagoda è da qualche anno salita alla ribalta (!) perché in essa sono stati avvistati a più riprese (!!) i BODHISATTVA AUREI (!!!), che non ne sapevo niente e all’inizio mi sono tutto eccitato ma poi ho scoperto che in realtà si tratta di una coppia di ranocchi <sic> che di tanto in tanto sbuca da una fessura della pagoda.

Il Dop'iansa. Al momento gli edifici 1, 3 e 13 non esistono

Il Dop’iansa. Al momento gli edifici 1, 3 e 13 non esistono

Ingresso al monastero

Ingresso al monastero

La pagoda del Dop'iansa e una vecchia maledetta che si è infilata nella foto proprio al momento giusto

La pagoda del Dop’iansa e una vecchia maledetta che si è infilata nella foto proprio al momento giusto

La base della pagoda. Da qui quando gli va spuntano i bodhisattva aurei

La base della pagoda. Da qui quando gli va spuntano i bodhisattva aurei

Dopo le foto di rito alla pagoda abbiamo fatto una capatina all’ufficio amministrativo/negozietto e abbiamo chiesto alla signora che vi lavora:

“Dai, ci fai fare le foto alla statua??”

e lei “Ma non si può”.

“E su, guarda che occhioni ha K.Y.W.” e a queste parole, e grazie a quegli occhi, ella infine si sciolse, accordandoci il tanto agognato permesso (in realtà le abbiamo detto altre cose che per motivi di ordine pubblico non posso rivelarvi) (non è vero, le abbiamo semplicemente fatto notare che ci occupiamo di storia dell’arte buddhista e volevamo fare delle foto per motivi di studio) (apro un’ultima parentesi, così, a caso).

Quel giorno la sorte era evidentemente dalla nostra perché non solo abbiamo ottenuto senza particolare fatica il permesso per fotografare la statua (di solito è severamente proibito) ma soprattutto perché, essendo il padiglione in cui essa è normalmente esposta in fase di restauro/ricostruzione, la pregiata icona è stata temporaneamente ricollocata in un piccolo padiglione prefabbricato certo orrido, ma che ci ha permesso di avvicinarla in una maniera che sarebbe stata altrimenti impossibile, e le foto che abbiamo scattato sono lì a testimoniarlo. Peccato che non possiate vederle anche voi, ah!

Il padiglione prefabbricato

Il padiglione prefabbricato

Il nostro caro Vairocana

Il nostro caro Vairocana

Un profilo maestoso

Un profilo maestoso

Poi niente, si è fatta una certa ora, così abbiamo chiamato un tassì, siamo tornati a Ch’ŏrwŏn e da lì nuovamente a Seoul in corriera, e questo è quanto.

Un ultimo saluto!

Un ultimo saluto prima di tornare a casa!

Detta con franchezza, dubito che qualcuno di voi lettori vorrà mai avventurarsi in queste lande sperdute, ma se qualcuno non resistesse alla tentazione e non potesse proprio farne a meno, sappia che il metodo più pratico per farlo consiste nel prendere una corriera o dal Seoul Express Bus Terminal o dal Dong Seoul Bus Terminal e prima o poi si arriva (contate dalle due alle tre ore a tratta a seconda del traffico e una cifra variabile tra i 15000 e i 20000 won). E per questa volta è veramente tutto.


[1]Questa cosa la specifico perché io ho un’idea tutta mia riguardo a quest’opera, ma non è questa la sede adatta per discuterla.

Buon compleanno, Siddhartha!

Posted in Arte, Asia Orientale, Buddhismo, corea, Pubblica utilità with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 29 maggio 2012 by patatromb

Un bel giorno di circa 2556 anni e nove mesi fa la signora Maya, moglie di Śuddhodana re di Kapilavastu, stava facendo un pisolino quando, si sognò che un grazioso elefante bianco con sei zanne che le entrava nel fianco destro. Un po’ dubbiosa sul significato di tale visione, la signora chiese al buon Śuddhodana il permesso di chiamare alcuni bramini per farlo interpretare.

“Non è che magari alla fine mi capita qualcosa di brutto?” chiese Maya ai bramini convocati dal re.

“Macché, va alla grande!! Semplicemente, sei incinta!” risposero quelli all’unisono, aggiungendo anche che il bimbo nel di lei grembo sarebbe divenuto un Buddha che avrebbe salvato il mondo. Al giorno d’oggi, grazie a personalità quali il Dalai Lama o Baggio, il concetto di “Buddha” è abbastanza conosciuto nel mondo, ma nel 544 a.C. che cosa fosse un Buddha non lo sapeva ancora nessuno. Non sembra tuttavia che questo piccolo dettaglio abbia disturbato particolarmente la coppia reale di Kapilavastu, oramai evidentemente in preda all’euforia tanto che, in segno di gratitudine per la lieta novella, offrì ai saggi barbuti un lussuoso banchetto seguito dalla distribuzione e ricchi premi e cotillon.

Il sogno della signora Maya

(. )( .)

Un nove mesetti dopo, robe strane e bellissime iniziarono a succedere dalle parti di Kapilavastu, tipo che dalle montagne scendevano leoni pacifisti che si piazzavano davanti alle porte della città ma non facevano del male a nessuno, oppure che cinque centinaia di elefanti si radunavano per salutare cordialmente Śuddhodana (peraltro, non si capisce perché vedendosi una sconfinata mandria di pachidermi andargli incontro non fosse fuggito seduta stante). Vuoi vedere che questi erano segni premonitori della nascita di questo famigerato Buddha?

Vari miracoli che preannunciano la venuta del Buddha. Al centro, gli elefantini salutano papà Śuddhodana; sulla destra, la gente non riesce ad entrare a Kapilavastu perché i leoni stanno prendendo il sole davanti all’ingresso della città

Uno di quei giorni, precisamente l’ottavo giorno del quarto mese, Maya si sentiva in effetti come che stesse per succederle qualcosa e decise di farsi accompagnare al vicino parco di Lumbini da un modesto seguito composto da soli 84000 carri trainati da cavalli, 84000 carri trainati da elefanti, 84000 guerrieri, 60000 ancelle, 40000 guardiani di varia età e 60000 musicisti; lungo la strada si aggiunsero poi, sebbene non invitate, pure 420000 figlie di divinità varie.

Nonostante il pancione, appena giunta nel parco la signora Maya iniziò a vagolare qua e là senza una meta precisa fino a che non giunse di fronte a un albero shala che, galante come solo gli alberi shala sanno essere, allungò uno dei suoi rami verso la bella donna. Ella, affaticata e in cerca di sostengo, alzò il braccio destro e afferrò il ramo: e proprio in quell’istante, quando nessuno se l’aspettava, un bimbo bello e di robusta costituzione le sbucò dal fianco destro, lo stesso dove era penetrato l’elefantino del sogno! Era nato Siddhartha, l’uomo destinato a diventare Buddha!

Immagini della nascita del Buddha – versione indiana: il bimbo sbuca dal fianco della procace Maya seminuda

Immagini della nascita del Buddha – versione cinese: dato che ai cinesi, e di conseguenza a coreani e giapponesi, le donne nude non piacciono, il Buddha spunta dalla manica di una Maya ben coperta (certo, Siddhartha è nato in primavera, ma in Nepal fa comunque freschetto)

E i re dei naga comparvero facendo scendere dal cielo due getti d’acqua, uno caldo e uno freddo cosicché il neonato potesse farsi una doccia tonificante (non che ne avesse realmente bisogno dato che era nato puro e perfetto); e poi il bimbo prese a camminare, e ovunque posasse i piedi venivano fuori fiori di loto, e dopo aver fatto sette passi esclamò “Sono il più alto del mondo, sono il migliore del mondo, sono il primogenito del mondo” e nel mondo fu gioia!

Amore di mamma: Maya osserva serena il figlioletto compiere i suoi primi passi

“Sono il più alto del mondo, sono il migliore del mondo, sono il primogenito del mondo”

Ora, con la sola eccezione del Giappone, nei paesi dell’Asia Orientale Corea del Sud compresa è proprio oggi che si festeggia(va) il compleanno del Buddha, ‘ché quest’anno l’ottavo giorno del quarto mese del calendario lunare corrisponde proprio al 28 maggio! E quindi, uniamoci anche noi ai festeggiamenti per il lieto evento! Buon compleanno, Siddhartha!

(. )( .)

P.S. Per quanto riguarda mamma Maya, le fonti dicono che quando il figlio le sbucò dal fianco ella non provò alcun dolore, ma che il parto non sia stato dei più semplici lo dimostra il fatto che, malgrado le rassicurazioni dei bramini di nove mesi prima, la povera Maya morì una settimana dopo la nascita del figlioletto.

La prima statua del Buddha – Pt.2

Posted in Arte, Asia Orientale, Buddhismo, Gite, Pubblica utilità with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 20 gennaio 2012 by patatromb

Prima delle vacanze ci eravamo lasciati con il buon Chōgen che, a Kaifeng, decideva di finanziare impegnando tutti i suoi averi una copia di quella che, a quanto gli avevano detto, era la prima statua del Buddha. Ebbene, il suo proposito va a buon fine e, nel 985, la scultura è finalmente ultimata; il nostro caro monaco può così finalmente mettersi in cammino per tornarsene a casa e ivi fondare un monastero centrato sulla sua nuova statua. L’idea di Chōgen era, in effetti, quella di creare un luogo di culto espressamente dedicato al Buddha storico Śākyamuni (nel Giappone dell’epoca iniziava a prendere prepotentemente piede l’amidismo che a Chōgen, figlio dell’ambiente tradizionalista/conservatore del Tōdaiji, non è che andasse proprio a genio) il cui nome, Seiryōji (清涼寺), avrebbe ripreso quello del Qingliangsi (清涼寺), un importante monastero del monte Wutai particolarmente caro al Nostro.

Solo che le cose non vanno esattamente come lui sperava e, per parecchi anni (precisamente dal 987, anno in cui il buon monaco riesce finalmente a rimettere piede in terra natia, al 1022, sei anni dopo la sua morte) la scultura rimane parcheggiata presso il Rendaiji (蓮台寺), un monastero sotto il diretto controllo dello stato sito non lontano dal Palazzo Imperiale. Nel 1022, finalmente, i discepoli dell’ormai defunto Chōgen convincono l’imperatore (o chi per lui) a farsi restituire la scultura, piazzano l’immagine in questione nella sala principale di un piccolo tempio privato chiamato Seikaji (棲霞寺) e cambiano il nome di quest’ultimo in Seiryōji. Sotto questo nome il monastero diventerà, in periodo Heian, uno dei principali centri religiosi dell’area di Saga-Arashiyama.

Il Buddha del Seiryōji

Il Seiryōji engi (清涼寺縁起), cronaca ‘ufficiale’ del monastero datata al 1515, offre una versione un po’ differente della storia del nostro Buddha in legno di sandalo, nel senso che, stando a questo documento, l’immagine del Seiryōji non sarebbe la copia fatta creare da Chōgen, bensì l’originale “indiano”!! Com’è possibile? L’Engi ci racconta che, una volta ultimata, la copia viene temporaneamente posta accanto a quella originale; quest’ultima, vogliosa di andare in Giappone (come la capisco!) convince l’altra a scambiarsi di posto nottetempo, tanto sono uguali e nessuno se ne accorgerà! Detto fatto, le due statue si sostituiscono di ruolo e i cinesi, ignari di tutto, si trovano da un giorno all’altro a venerare a loro insaputa una semplice copia della preziosissima immagine del Buddha!!
[Non solo la statua è furbacchiona, ma ha anche un cuore d’oro: un altro documento ci spiega infatti che, quando il babbo di Kumārajiva (nella sua fuga verso Kucha) se la prendeva ogni giorno sulle spalle per trasportarla, di notte era lei che pigliava su il monaco per fare prima ad arrivare a destinazione! Ma stiamo divagando…!]
E insomma, per un sacco di tempo quelli del Seiryōji convincono sé stessi e i fedeli che sono loro a conservare e offrire protezione alla statua di Udayāna. E va detto che i loro sforzi incontrano un certo successo: non solo per secoli si continuò a creare copie di questa immagine (se vi ricordate, ne avevamo incontrata una al Saidaiji di Nara) ma, a tutt’oggi, il monastero è noto più con il nome di Shakadō (釈迦堂, Sala di Śākyamuni) che non con quello ufficiale, con la statua del Buddha che viene a significare l’intero spazio sacro.

Poi nel 1954 la scultura viene aperta per esaminare gli oggetti in essa contenuti (perché le sculture buddhiste, almeno in Asia orientale, contengono quasi sempre degli oggetti, di cui vi parlerò un’altra volta) e nell’occasione si scopre un documento che, se da un lato conferma che quella che ancora oggi è conservata nell’incantevole monastero di Kyōto è effettivamente l’immagine creata in Cina su richiesta di Chōgen, dall’altra fa a pezzi tutta la bella storia dei Buddha che si scambiano di posto e conseguenze varie.
La scoperta di questo documento, peraltro, non impedisce al monastero di esporre a tutt’oggi, nello stesso padiglione dove è possibile ammirare la nostra (bella) scultura, un simpaticissimo dipinto in cui ne è raccontata a mo’ di fumetto tutta la storia, dalla sua creazione fino al suo arrivo in Giappone, con tanto di vignetta in cui lei e la copia gemella si scambiano nottetempo di posto passeggiando amabilmente nella sala in cui sono alloggiate. In ogni caso, di questo e delle altre cose che è possibile incontrare al Seiryōji parlerò nell’ultima (?) parte della serie “Gita in Giappone”, che in origine doveva essere questo intervento, poi mi sono un attimo lasciato prendere la mano e pazienza, magari la prossima sarà la volta buona!

La prima statua del Buddha

Posted in Arte, Asia Orientale, Buddhismo, Pubblica utilità with tags , , , , , , , , , , , , , on 23 dicembre 2011 by patatromb

Un bel giorno i re Prasenajit di Kosala e Udayāna di Vatsa vanno a cercare il Buddha perché hanno voglia di ascoltarne gli insegnamenti. Solo che giusto in quel periodo il buon Śākyamuni se ne è andato temporaneamente da questo mondo andando a trovare sua mamma, la signora Maya, che, dopo essere morta poco dopo aver dato in natali all’Illuminato, è nel frattempo rinata in forma divina nel Trayastriṃśa, il Cielo dei Trentatré Deva.

I due re non prendono molto bene la notizia della dipartita del Buddha; in particolare, il buon Udayāna inizia a frignare disperato e arriva a sparate grosse tipo “Se non riesco a vedere il Buddha muoio!”. Parole al vento, ché il Buddha non si smuove dal mondo ultraterreno (si sa, con la mamma si sta sempre bene!)

Al che uno si aspetterebbe gesti inconsulti da parte del re di Vatsa, che invece se ne esce all’ultimo con una levata d’ingegno niente male. Le fonti  divergono sulle modalità precise, ma la versione più accreditata afferma che il re va dal discepolo del Buddha Mahāmaudgalyāyana, che c’ha i superpoteri, e gli chiede di usare il teletrasporto per spedire nel Trayastriṃśa trentadue artigiani col compito di incontrare il Buddha e creare una statua colle sue fattezze.

I trentadue vanno, beccano Śākyamuni e ne realizzano un ritratto in profumatissimo legno di sandalo, e a questo punto non è chiaro se si sia usato questo materiale perché secondo una delle 80 caratteristiche minori del Buddha la sua pelle profuma appunto di sandalo, o se piuttosto tale caratteristica dipenda proprio dalla storia che vi sto raccontando; né sarò io, in questa sede, a chiarire il (falso) problema!

Ad ogni modo, una volta che la statua è pronta, questa vede il Buddha e si prostra ai suoi piedi in segno di reverenza: l’Illuminato gli fa pat pat sulla testa e gli dice “quando io non ci sarò più, dovrai occuparti tu dei miei discepoli, mi raccomando!”.

Secondo un’altra fonte gli dice: “Bella lì! Mille anni dopo la mia dipartita ricomparirai in Cina e farai tante cose buone per la gente e gli dei e il buddismo!”

Secondo un’altra fonte ancora un bel giorno il Buddha, finita la visita alla mamma, se ne torna dalle nostre parti, incrocia il buon Udayāna che gli fa: “Ué, ho fatto una statua uguale a te, che cosa ci guadagno in cambio??” e il Buddha “Cosissime! Come ricompensa per la tua bellissima trovata, nella prossima vita rinascerai in forma di Lokapala!”.

Lokapala, il destino che attende Udayāna

Non è nota la conseguente reazione di Udayāna.

***

E poi? E poi è un bel casino: nel 400 il monaco-pellegrino Faxian visita il tempio di Jetavana e dice che la statua in sandalo ivi conservata è la prima immagine del Buddha, solo che secondo lui l’avrebbe fatta costruire Prasenajit (che secondo la maggior parte delle fonti avrebbe in realtà fatto realizzare una statua in oro qualche tempo dopo quella in sandalo di Udayāna).

Nel 502, invece, l’imperatore Wu dei Liang manda una legazione a Śrāvastī per chiedere che gli venga spedita la statua di Udayāna che, stando alle sue fonti, si trova da quelle parti: ovviamente gli indiani gli rispondono picche, però dato che sono gentili alla fine gliene fanno pervenire una copia perfetta. (Un testo contemporaneo afferma che la statua originale si trova proprio in Cina: come ci sia arrivata, non si sa!).

Nel frattempo, altri due monaci-pellegrini, Songyun e Huisheng, nel 519 passano per un monastero nel Khotan e vedono una statua che, stando alla tradizione locale, sarebbe proprio la statua di Udayāna. E giusto perché non ci sono già abbastanza versioni contastanti, Xuanzang nel 644 passa per Kosambi (India nordorientale) e afferma che la statua di sandalo originale si trova proprio lì, aggiungendo pure che l’immagine ha dei poteri tutti speciali tipo la spada nella roccia, che tutti se la vogliono portare via ma nessuno riesce a spostarla di un millimetro, così chi la vuole deve farsene una copia.

 

Infine, al monaco giapponese Chōgen, che nel 983 parte per un viaggio-pellegrinaggio in Cina, raccontano un’altra storia ancora, particolarmente interessante e verosimile: quando il cattivissimo re Pusyamitra (r. 184-149 a.C.) scatena una terribile repressione del buddhismo, il babbo del celebre Kumārajīva (IV sec. d.C.) scappa nel regno di Kucha, in Asia Centrale, portandosi dietro la statua di Udayāna: le date non tornano, ma fate finta di niente. Nel 384 i cinesi conquistano il suddetto regno di Kucha e si portano alla capitale Qin, Chang’an, sia Kumārajīva che la statua. Col passare del tempo Kumārajīva muore (come normalmente succede agli esseri umani) mentre il ritratto del Buddha viaggia per un po’ tutto il paese: senza stare a fare un elenco che non interessa a nessuno, ci basta sapere che nel 984 Chōgen la trova in un padiglione appositamente dedicatole all’interno del Palazzo Imperiale (che si trovava nella capitale dell’epoca, Kaifeng).

Il nostro, naturalmente, non esita un attimo e decide di farne far fare una copia identica da portare in Giappone, arrivando a vendere tutti i suoi averi pur di raccogliere denaro a sufficienza per pagare il pregiatissimo legno di sandalo necessario per realizzare l’immagine. Riuscirà il nostro nel suo intento? E se sì, cosa ne sarà della sua statua? Per scoprire questo e altro, non perdetevi l’ultimo episodio della serie “Gita in Giappone”, tra pochi giorni su queste pagine!

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