Archive for the Giappone Category

Fare il sushi finto (gusto uva)

Posted in Arte, Delizie coreane, Giappone with tags , , , , , , , , , , , , on 2 novembre 2012 by patatromb

Ecco a voi un filmato esclusivo che rivela come un dottorando in storia dell’arte buddhista passa il suo tempo libero.

Concorso!!!! Ricchi premi per il primo lettore che saprà elencarmi correttamente tutti i brani che compongono la colonna sonora del filmato!

C’ho i flash

Posted in Fumetti, Giappone, Gite, Pubblica utilità, Wisdom with tags , , , , , , , , , , , , on 22 settembre 2012 by patatromb

Miei cari lettori, mie care lettrici,

vi sarete sicuramente accorti che, recentemente, non ho avuto occasione di aggiornare questo mio modesto blog. Ma non temete, non vi ho né scordati, né tantomeno abbandonati: semplicemente, imprescindibili e improrogabili impegni accademici hanno assorbito e il mio tempo, e le mie forze, sia fisiche che, ed è questo il punto di partenza dell’intervento odierno, psicologiche.

Perché dovete sapere che, dopo due settimane circa passate ininterrottamente davanti al computer a scrivere cose che nessuno vuole leggere, la mia mente ha iniziato a vacillare e ha preso a mescolare il presente con il passato, le informazioni utili con quelle superflue, e così via.

Ad esempio, mentre stavo vergando la mia critica agli studi biografici dedicati ai monaci di epoca Koryŏ, mi è tornato all’improvviso in mente un pasto consumato, una domenica di maggio del 2006, presso il McDonald’s di un piccolo centro commerciale dalle parti di Rokujizō, quartiere nella estrema periferia sud-orientale di Kyōto degno di nota in quanto non c’è assolutamente nulla da vedere: e di colpo erano davanti a me un pasto, un centro commerciale e un intero quartiere che fino all’altro giorno avevo completamente rimosso dalla mia mente (o almeno, ero convinto di averlo fatto). Ora rimembro con precisione persino quello che avevo mangiato e ricordo anche che ero andato da quelle parti per visitare un negozio di libri usati dove ho comprato il fumetto del coniglio col naso lungo e un ciddì dei Polysics, però non ho la minima idea di come mai sapessi che quel negozio esistesse; come che sia, ve lo faccio vedere.

 

 

 

La stessa sera ho avuto un secondo flash dal passato, questo ben più interessante? In sostanza, credo fosse il 2004 o il 2005, e stavamo dando l’esame chiamato “abilità informatiche 2”, un esame tappabuchi (mi pare valesse 3 punti di credito, ma forse erano di meno) dove gli studenti si raggruppavano nella sala computer dell’università e il professore diceva loro: “scrivete col computer una frase a vostra scelta in giapponese”. Se lo facevi, e bastava scrivere cose tipo “mi piacciono i gatti” o “mi chiamo Gino”, avevi passato l’esame. Se non l’avete mai fatto, e immagino che molti di voi non ne abbiano effettivamente mai avuto occasione, sappiate solo che per scrivere in giapponese con il computer basta impostare la tastiera su giapponese e poi digitare le lettere della parola così come si pronuncia (ad esempio, per scrivere inu いぬ, cane, si digita i, n, e infine u. Se proprio si vuole, poi si può selezionare il carattere cinese corrispondente premendo la barra spaziatrice, ed ecco che いぬ diventa 犬). Insomma, non bisogna essere dei dottorandi in informatica per riuscirci.

Ebbene, nel flash mi si sono chiaramente parati davanti tutti i bocciati all’esame. Perché sì, parecchi non sono riusciti a passarlo. Una parte degli studenti, infatti, non ricordando che è possibile impostare la tastiera su “giapponese” ha scritto la frase sì in giapponese, ma utilizzando l’alfabeto latino. I miei preferiti, però, sono gli studenti universitari che, alla richiesta “scrivete una frase” rispondevano scrivendo una singola parola; e mi ricordo ancora con commozione il professore che, paziente, gli ripeteva “scrivete una frase!” e quelli cambiavano la parola, e lui, stavolta un po’ meno paziente, “finché non scrivete una frase non vi faccio uscire da qui!” e quelli giù con un’altra parola ancora.

E mentre disteso nel mio caldo lettuccio rivivevo questi bei momenti per lungo tempo dimenticati, ho ripensato alle associazioni studentesche, alle loro proteste per gli esami di ingresso e i corsi a numero chiuso e alle loro belle parole sul diritto allo studio, e mi son chiesto se diritto allo studio significa far studiare all’università gente che, dopo quasi venti anni passati sui libri, non conosce la differenza tra una parola e una frase. Poi, un secondo prima di addormentarmi, ho avuto un flash nel quale ho ricordato di avere un blog, ed eccomi nuovamente qua tutto per voi!

Gita in Giappone – Parte 6: un giorno ad Arashiyama

Posted in Arte, Asia Orientale, Giappone, Gite, Pubblica utilità with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 15 febbraio 2012 by patatromb

E finalmente riprende, dopo una miriade di mesi, la cronaca della mia oramai non più recentissima gita in Giappone!

Qualora non aveste letto le puntate precedenti (male!), ecco a voi un breve riassunto di quanto scritto fino ad ora:

 

Gita in Giappone – Prologo, dove sebbene sia un prologo narro di come dopo il viaggio ho incontrato un Gundam e ho assistito a una partita di calcio.

Gita in Giappone – Parte 1, dove presento gli alberghi più splendidi di tutta Ōsaka.

Gita in Giappone – Parte 2: al Murōji, dove racconto di come sono stato scacciato da dei contadini intenti a preparare una sagra.

Gita in Giappone – Parte 3: la bella Nara, dove sbaglio tutti i trasferimenti ma arrivo lo stesso dappertutto e alla fine mangio un meronpan.

Gita in Giappone – Parte 4: il Daigoji, il Tōji e il panino del Mos, dove bevo del caffè al the verde, mangio un delizioso panino e, nel tempo che mi avanza, visito alcuni luoghi registrati come Patrimonio dell’Umanità.

Gita in Giappone – Parte 5: lo Shitennōji e altre amenità di Ōsaka, dove visito Disneyland e acquisto il più bel fumetto della storia.

 

Questo per quanto riguarda quello che già sapete: ma per il resto? Prima di ripartire per Seoul=casa, mi avanzava infatti ancora un giorno; un giorno da spendere in quel di Arashiyama, l’area nord ovest di Kyōto che i miei lettori più attenti dovrebbero aver già sentito nominare qualche tempo fa. La zona in questione è tra le più belle di Kyōto, sia dal punto di vista naturale che da quello artistico-culturale, ma soprattutto è il luogo in cui, quando il tempo è bello, i giapponesi si ammassano come polli in un allevamento intensivo e buttano il proprio denaro in souvenir e cibo venduto a prezzi improponibili (tipo che alle bancarelle chiedono 500 yen per sei takoyaki[1]).

Qua si intravvedono alcune delle bancherelle dai prezzi assurdi. Stando a quanto mi racconta la mia amica, hanno stretti rapporti con la yakuza (paura!)

Ci sono molti modi per arrivarci: in autobus, col trenino, con l’automobile, in bicicletta, a piedi, con il teletrasporto e via dicendo. Occhio se ci andate con l’autobus, perché l’area dove si può girare con l’abbonamento e il biglietto giornaliero finisce, guarda caso, proprio prima della fermata principale di Arashiyama: i giapponesi mica sono fessi e se possono fare qualcosa per spillare più soldi al viaggiatore, non ci pensano su due volte.

Questi atletici ragazzi giapponesi non si sono fatti spillare soldi per arrivare in zona

Io personalmente sono arrivato in zona col trenino (linea Hanykū Arashiyama 阪急嵐山線: per arrivare al cuore dell’area si scende al capolinea e, dirigendosi verso nord, si attraversa il ponte sul fiume Ōi), ché da Ōsaka è il mezzo più comodo. O meglio, noi personalmente, visto che mi ero fatto convincere a partire non da solo ma assieme alla mia ospite giapponese e il suo fidanzatino cinese. “Da quelle parti abita anche un mio amico, potremmo incontrarci e mangiare tutti assieme!”

Questa decisione non è stata priva di conseguenze: è sbalorditivo constatare quanto poco gliene freghi ai giovani asiatici dei luoghi di interesse storico-artistico e culturale. Per questa ragione, il Tenryūji (天龍寺), che nei miei piani doveva essere la prima delle tre mete previste per quel giorno, l’ho visto solo da fuori (e meno male che l’avevo già visitato nel 2006). Qualche giretto nei sub-templi del monastero però me li sono fatti, sebbene per la maggior parte siano di interesse scarso-nullo.

Hankyu Arashiyama, la stazione graziosa

Panoramica sul lungofiume (?) di Arashiyama

Io ben pettinato mentre mangio una crocca

All'ingresso del Tenryūji

id.

Il giardino del Tenryūji in una rara foto di repertorio

Essendosi nel frattempo fatto mezzogiorno, ci era venuta fame. Vagando alla ricerca di un posto dove mangiare a prezzi umani siamo capitati nel celeberrimo boschetto di bambù di Arashiyama, dove scorrazzano giulivi (?) gli schiavi del risciò e dove si trovano il cimitero associato al Tenryūji e il Nonomiya Jinja (野宮神社), il santuario shintoista presso il quale, in epoca Heian, le principesse imperiali scelte per servire al santuario di Ise erano tenute a passare un periodo di purificazione, e vorrei vedere se riuscirebbero a purificarsi anche al giorno d’oggi, con la mandria di umani che passa quotidianamente da quelle parti.

Uno dei tanti sub-templi del Tenryūji

Un altro dei tanti sub-templi del Tenryūji

Gente a spasso

Il succitato cimitero

 

La seconda, nonché la principale, meta programmata era il Seiryōji (清涼寺). Sulla carta il Seiryōji è vicinissimo al succitato Tenryūji e dunque, su mia proposta, ci siamo andati a piedi: ma sulla carta anche il Saidaiji era vicinissimo al Tōshōdaiji, eppure chi ha letto la parte 3 di questa cronaca sa bene come era andata a finire in quell’occasione.

Ora, sebbene la zona circostante il Tenryūji (il cuore di Arashiyama) sia zeppa di ristoranti dai prezzi stravaganti, ho constatato con sorpresa che nel resto dell’area sono del tutto assenti non solo ristoranti, ma persino supermercati e convenience store (e mi chiedo come la gente del quartiere faccia per vivere). Come risultato, al Seiryōji siamo arrivati che era già l’una e mezza, con le gambette tremolanti e con le pance che parevano per il vigore con cui protestavano black bloc greci.

Quando le speranze di trovare ristoro erano ormai perdute, il miracolo! Proprio nella strada che fronteggia la Porta dei Re Benevoli (Niōmon 仁王門) del Seiryōji si è infatti materializzato un ristorantuzzo in cui, malgrado la posizione di assoluto monopolio di cui il locale gode, non chiedono l’equivalente 15 euro per un piatto di spaghetti in brodo; e poco importa se abbiamo dovuto aspettare mezz’ora prima di ottenere un posto a sedere, nelle condizioni in cui eravamo saremmo stati felici pure se ci avessero servito zuppa di muco fredda.

L'ingresso del Seiryōji visto dall'ingresso del ristorante

Potenti mezzi a disposizione della religione

Il sorriso sincero di chi è candidato sindaco!

E così, quando erano già passate le due e si era finalmente satolli, ci siamo diretti verso l’ingresso del Seiryōji: se volete conoscere il seguito delle mie vicende, continuate a seguire il fantastico “Interventi da Seoul”, ‘ché pure stavolta mi sono dilungato più del previsto ed è ora di fare la nanna.


[1] Altrove il prezzo si aggira attorno ai 300 yen.

Gita in Giappone – Parte 5: lo Shitennōji e altre amenità di Ōsaka

Posted in Arte, Asia Orientale, Giappone, Gite, Pubblica utilità, Wisdom with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 17 dicembre 2011 by patatromb

Tutti a Shitennōland!

Come ricorderete, il mio piano di viaggio originale prevedeva due giornate a Nara ma, per tristi questioni economiche, mi ero infine visto costretto a tagliare una delle due giornate, con tutto ciò che ne era conseguito! È così che il 16 novembre è diventato il “Giorno ufficiale per girare a Ōsaka”; e, se si seguono i consigli degli amici giapponesi, se si gira a Ōsaka bisogna andare allo Shitennōji (四天王寺 Monastero dei Re Celesti), che, ci insegna il cartellone informativo all’ingresso dello stesso, può vantarsi di essere il più antico monastero giapponese ufficialmente riconosciuto, ‘ché il Nihonshoki data la sua fondazione al 593 d.C. Il cartellone prosegue poi con un florilegio di lodi alla lunghissima storia del sito, alla sua importanza nella storia del buddhismo giapponese, alla sua centralità nella cultura della città e via dicendo! WOW.

Quello che invece (casualmente) si dimentica di dire è che di tutta quest’antichità resta unicamente una ventina di tegole che fanno timidamente capolino da una buca scavata nell’area est del garan centrale. Il resto delle strutture principali risale per lo più agli anni ’60 del XX secolo: un’accozzaglia schizofrenica di pacchiani colori pastello e stili nord (per le architetture e alcune statue) e sud-est asiatici (per le pitture murarie e altre sculture) che dona a chi è così furbo da pagare i 300 yen di biglietto di ingresso la sensazione di trovarsi non tanto in un luogo sacro, quanto in un parco giochi tipo Gardaland (dove peraltro avrei tanta voglia di tornare, prima o poi) ma a tema religioso.

La stazione della metropolitana

L'ingresso allo Shitennōji

Una vista del monastero supermegaantichissimo

Alcune delle attrazioni principali del parc...del monastero

Il top del bello è raggiunto dalla pagoda a cinque piani, apparentemente una costruzione lignea non dissimile dalle numerose pagode costruite nel corso della storia giapponese, ma che si rivela in realtà essere una pregevolissima struttura in cemento armato (il più bello dei materiali da costruzione) al cui interno troviamo due rampe di scale a chiocciola in solido acciaio. Salendo al piano più alto troviamo una teca con un reliquiario che, in questa posizione “elevata”, non solo ribalta totalmente la concezione architettonica originale della pagoda (le reliquie del Buddha, normalmente non visibili, si trovano sotto le pagode, in linea con il pilastro centrale che qua, naturalmente, è assente) ma che, soprattutto, suggerisce un’idea di “ascensione” prettamente cristiana e totalmente avulsa dal pensiero buddhista. Un BRAVI! di cuore a chi ha ideato e progettato questo capolavoro irripetibile dell’architettura religiosa mondiale!

La pregiata pagoda

Il reliquiario dello Shitennōji

 

Peraltro, la struttura storica più interessante del complesso, il Gansan Daishi-dō (元三大師堂, 1618), un sub-tempio dedicato al patriarca Tendai Ryōgen (912-985), viene completamente ignorato dal nostro fidato cartellone, cosicché praticamente nessuno passa da quelle parti a meno che non gli passi per la testa di farsi un giro nel cimitero che lo circonda (e ci sarebbe molto da dire a riguardo).

Folla di visitatori al Gansan Daishi-dō

 

Se doveste capitare da queste parti vi consiglio di fare magari un salto allo Aizendō (ufficialmente si chiama Shōman’in Aizendō, 勝鬘院 愛染堂) e di dare un’occhiata al suo Tahōtō (多宝塔[1]) datato al 1594. Si trova a non più di una decina di minuti a piedi dallo Shitennōji in direzione nord-ovest nascosto in una foresta di appartamenti, alberghi a ore e sottotempli dello Shitennōji (per lo più contemporanei e per lo più a uso funerario). Non per altro, ma il Tahōtō in questione, oltre ad essere un pregevole esempio di architettura del XVI secolo, è anche la costruzione più antica di Ōsaka e, si sa, vecchio è bello!

Il periodo migliore per visitare il luogo è la settimana a cavallo tra giugno e luglio quando, in occasione dello Aizen-matsuri (愛染祭り), le porte della pagoda, generalmente inaccessibile, vengono aperte e le immagini al suo interno esposte al pubblico.

Il Tahōtō dello Aizendō

la lapide di Doraemon?

 

Da lì, se proprio volete ritornare a un delirio post-moderno in stile Shitennōji, potete passare per l’Ōe jinja (大江神社), il santuario shintoista che si trova giusto di fianco all’ingresso dell’Aizendō,  scendere dalla gradinata ovest e godervi la Shitaderamachi (下寺町) in tutta la sua gloria: una fila ininterrotta di un centinaio di templi buddhisti contemporanei dalle forme più disparate e, nei casi più eclatanti, dall’architettura quantomeno azzardata. Consigliatissimo!

La scalinata che porta alla Shitaderamachi

Un sobrio ed elegante esempio di tempio di Shitaderamachi

 

Anche lo Isshinji (一心寺), 10 minuti a sud-ovest dello Shitennōji è divertente: in particolare segnalo i “Re Guardiani Tamarri” al suo ingresso e le statue fatte coi resti dei morti (in sostanza, dalla fine del XIX secolo, ogni dieci anni viene realizzata, con i resti dei fedeli cremati che lo richiedono, un’immagine del Buddha che viene poi esposta in un padiglione apposito).

I Re Guardiani Tamarri

LA RABBIA! LA VIOLENZA!

 

Nel tempo rimanente si gioca coi gatti, si va al Book Off di Shinsaibashi per comprare Iron Muscle e si magna una zuppa cucinata dalla gentile signorina K.A.: gli ingredienti per concludere la giornata nel migliore dei modi possibili.

Gnoppo, il gatto stravaccone

Gnoppo stravaccato

Dormono

Questo era antipatico ed è fuggito prima che riuscissi ad accarezzarlo

Il miglior fumetto della storia

Cucina giapponese

 

(continua e, se Dio vuole, finisce nella prossima puntata!)


[1] Semplificando al massimo, il termine Tahōtō si riferisce a una particolare tipologia di pagoda lignea giapponese, caratterizzata da un primo piano a base quadrata, sormontato da un secondo piano a struttura circolare e da un ampio tetto quadrangolare. All’interno, al primo piano, troviamo generalmente le immagini dei quattro Buddha Dimensionali della tradizione esoterica centrate attorno a quella di Dainichi Nyorai (大日如来, skt. Mahavairocana).

Gita in Giappone – Parte 4: il Daigoji, il Tōji e il panino del Mos

Posted in Arte, Asia Orientale, Giappone, Gite, Pubblica utilità with tags , , , , , , , , , , , , on 8 dicembre 2011 by patatromb

Il programmissimo del martedì prevedeva essenzialmente due cose:

a) abbandonare il pur pregevolissimo Hotel Kansai per spostarmi a casa della gentile K.A., dove sarei rimasto fino all’ultimo giorno di viaggio; e

b) mangiare un panino del Mos.

Siccome il trasferimento a casa della mia amica avrebbe avuto luogo in serata, se ne evince che al Mos avrei dovuto mangiare a pranzo, come è effettivamente accaduto.

Mos Burger, per chi non lo sapesse, è la catena di fast food giapponese buona buonissima e amicicia della natura dove le patatine sono fatte con patate vere e nei panini ci sta una salsa di verdure e non il malsano ketchup con cui c’è chi vorrebbe condire la pizza. Il signor S.F. nel vedere in fotografia un prodotto Mos ha recentemente dichiarato “cos’è sto schifo”, ma era in evidente stato di alterazione mentale e non sapeva di cosa stesse parlando.

Il panino l’ho mangiato nel mio negozio preferito, quello di Shijō a Kyōto[1], dopo giorni di infruttuosa ricerca in quel di Osaka (stando alla guida di viaggio coreana che mi ero portato dietro nei pressi del mio albergo ci sono almeno tre filiali della catena, ma chiaramente gli autori del volume volevano prendersi gioco di me). Impossibile, a parole, rendere la sincera felicità che illuminava il mio cuore mentre consumavo il mio set panino-frittume-bibita gassata. Grazie, signor fondatore del Mos!

La gloria di un pasto da re

La genericità di un pasto qualunque

 

Nei ritagli di tempo prima e dopo il gioioso pasto ho visitato il Daigoji e il Tōji.

Il Daigoji (醍醐寺) sta nella parte sud-orientale di Kyōto, lontanissimo dal centro, e per arrivarci è necessario prendere la metropolitana (linea Tōzai 東西線, stazione Daigo 醍醐, poi segue una passeggiata attraverso un ridente complesso residenziale).

Uscita della stazione: il ridente complesso residenziale

Un parco giochi e l'allegria della giovinezza

 

Il monastero è famoso per la sua pagoda edificata nel 951, a quanto si dice l’edificio più antico attualmente esistente a Kyōto. Tra le cose che rendono famoso il monastero ci sarebbe anche il Sambōin (三宝院), un sub-tempio di epoca Momoyama noto in particolare per il suo giardino e per la sua relazione con Toyotomi Hideyoshi, ma per ragioni di tempo non l’ho visitato. Per quanto riguarda il Daigoji propriamente detto mi vedo costretto ad ammettere che, sinceramente, non ci ho capito molto (il che non necessariamente è un male) e non saprei bene cosa dire a riguardo (e questo, invece, potrebbe essere male). Una nota positiva della visita è che, probabilmente per la prima volta in un monastero “storico” giapponese, ho visto il cortile affollato non solo di turisti, ma anche e soprattutto da comitive di fedeli.

 

Karamon del Sambōin: apprezziamo assieme la sobrietà e il gusto del periodo Momoyama

Un cordiale benvenuto

La pagoda del Daigoji

Fudōdō

Una foto artistica

Io che realizzo di non aver capito nulla del Daigoji

 

Dopo il pranzo sono stato al Tōji (東寺) . Il Tōji, ossia “Monastero orientale” in realtà si chiama Kyōōgokokuji (教王護国寺, qualcosa del tipo “il monastero che difende la nazione attraverso il Re della dottrina”), ma nessuno lo chiamava così nemmeno ai tempi della sua fondazione, nel 796. All’epoca era uno dei due soli monasteri la cui costruzione era stata permessa in quel di Kyōto -o meglio Heian, come la città, allora appena fondata, si chiamava tanti anni fa- e, vista la sua posizione a (sud) est, gli venne affibbiato il nomignolo con cui è tuttora universalmente noto (l’altro monastero, ora scomparso, si chiamava guarda caso Saiji 西寺, “Monastero occidentale”; quando si dice la fantasia!).

C'è scritto Kyōōgokokuji

Il Tōji è noto soprattutto per il suo profondo legame con Kūkai (空海, 774–835), fondatore dello Shingon (真言宗), la principale corrente esoterica del buddhismo giapponese[2]; e in effetti l’opera principale qui conservata è il mandala scultoreo del refettorio dell’839, un gruppo di 21 immagini dalla straordinaria complessità iconografica e dottrinale sul quale esiste una smisurata bibliografia che non sarò certo io a elencarvi o riassumervi.

Io ero andato al Tōji proprio per (ri)vedere questo gruppo scultoreo che tanti anni fa avevo nascostamente cercato fotografare, ma per una fortunata circostanza stavolta ho anche potuto visitare il primo piano dell’enorme pagoda del monastero (costruita nel 1644 è, con i suoi circa 55 metri, l’edificio ligneo più alto di tutto il Giappone). Normalmente non è nemmeno consentito vedere le immagini (scultoree o pittoriche che siano) all’interno delle pagode, pertanto il poter addirittura entrare in questa e godermi le sue statue dei quattro “Buddha dimensionali” e le pitture parietali che ritraggono gli otto patriarchi Shingon da Amoghavajra a Kūkai mi ha assai rallegrato. Il fatto che l’accesso alla pagoda comporti un considerevole aumento del costo del biglietto di ingresso al Tōji (da 600 a 1000 yen, un’enormità) mi ha d’altro canto assai rattristato[3].

La pagoda del Tōji e un'elegante telone

Una delle famose foto balorde del 2006

Una foto per esperti

 

Mentre ero al Tōji ha iniziato a pioviccicare, cosa che non stupisce dato ‘ché a Kyōto pioviccica sempre, e in questo pioviccicare me ne sono andato, rigorosamente a piedi, verso stazione ferroviaria JR Kyōto, il complesso architettonico che con la sua creazione ha ridefinito il concetto di porcata megagalattica, che a certi architetti bisognerebbe macinare le mani e cucire gli occhi nell’istante in cui nascono.

Dentro la stazione di Kyoto

Rintracciata la summentovata K.A., ho mangiato con lei, il suo fidanzatino cinese e il suo amichetto coreano un okonomiyaki dal prezzo indicibile; quindi questa nostra allegra comitiva si è spostata nell’area nell’estremo nord di Osaka, dove K.A. ha base, e ha fatto cose.

Fare cose

Il prodotto dell'anno: caffé al the verde in lattina

 

(continua…)


[1] In realtà, il mio preferito è dalle parti del Fushimi Inari taisha (伏見稲荷大社) ma esigenze narrative mi obbligano a dichiarare altrimenti.

[2] Se vi ricordate, abbiamo già incontrato Kūkai e lo Shingon al Murōji. Se non ve lo ricordate, correte a rileggervi la prima parte della serie “Gita in Giappone”!

[3] Ma per i beni culturali si accetta di buon grado questo e altro.

Gita in Giappone – Parte 3: la bella Nara

Posted in Arte, Asia Orientale, Giappone, Gite, Pubblica utilità with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 5 dicembre 2011 by patatromb

C’è chi il terzo giorno è resuscitato e c’è chi, come il sottoscritto, il terzo giorno non è riuscito ad alzarsi.

Chi ha letto l’intervento dedicato alla mia visita al Murōji avrà sicuramente fatto caso ai continui riferimenti al denaro consumato durante quella gita. Tali riferimenti, sappiatelo, non sono stati fatti per caso: il punto è che quel giorno le mie spese hanno abbondantemente superato il budget previsto, e questo mi ha costretto a una revisione radicale del piano di viaggio.

Nel dettaglio, mi son trovato a segare una delle due giornate originariamente previste per la mia amata Nara. Tagliate brutalmente cose belle come le visite al Yakushiji, al Kasuga taisha e all’area circostante il Tōdaiji, ho comunque cercato di inserire nel programma del lunedì quante più cose fosse ragionevolmente possibile visitare in una sola giornata.

E sarebbe pure stato un bel programmino solo che, ecco, non mi aspettavo che la mattina non avrei sentito la sveglia delle 7.15; e grazie al cielo che, per puro miracolo, alle 9.30 (ora in cui, in linea di principio, sarei già dovuto essere in quel di Nara) ho avuto la trovata di controllare, benché in stato semicomatoso, l’orologio.

Dopo una doccia a tempo di record e dopo aver saltato a piè pari la colazione, mi sono messo a correre come un deficiente per prendere il primo treno disponibile diretto alla “Capitale del Sud”, ma nonostante l’impegno prima delle undici e mezza al Kōfukuji non ci sono arrivato.

Privacy e la stazione

1: a est!

Il Kōfukuji (興福寺) l’avevo già visitato diverse volte nel 2006, quindi stavolta mi sono recato direttamente al suo Kokuhōkan (国宝館) o Sala dei tesori nazionali, perché ogni volta che in passato avevo cercato di visitarlo ero sempre arrivato o quando era già troppo tardi o quando, per qualche misteriosa ragione, era chiuso al pubblico. La Sala, di fatto un piccolo museo dove sono esposte opere del calibro delle statue in lacca secca raffiguranti i Deva delle otto classi (八部衆) o quelle dei dieci discepoli del Buddha (十大弟子), ospita alcuni tra i più celebri e importanti lavori della statuaria giapponese dell’VIII secolo; stando ai miei appunti di quel giorno, però, l’opera che più mi ha colpito sembrerebbe essere una serie di bassorilievi lignei del XII secolo raffiguranti i Dodici generali celesti (十二神将) dal collo particolarmente simile a quello, di rara bellezza, esibito da Seiya alla sua prima apparizione nel Next Dimension.

L'esterno del Kokuhōkan: è brutto

Un esempio di quello che si trova nel Kokuhōkan (naturalmente è proibito scattare foto)

Generali celesti, longilinei e proporzionati

Seiya, ancora più longilineo e proporzionato

Una volta uscito dal Kokuhōkan mi sono diretto in tutta fretta verso il Museo Nazionale di Nara: a piedi saranno una decina di minuti, ma poi ti fermi a far le foto ai cerbiatti graziosi che ti attaccano per mangiare qualsiasi cosa tu abbia in mano (biscotti, panini, polpette di riso, cartine stradali ecc.) e non arrivi più.

Una delle ragioni principali per le quali ho organizzato in novembre il viaggio che sto qui narrando è la mostra annuale dei tesori dello Shōsōin (正倉院). Lo Shōsōin è il “magazzino” del Tōdaiji: in sostanza si tratta di una struttura dell’ottavo secolo in cui sono conservati preziosissimi (e generalmente inaccessibili) tesori risalenti al tempo in cui Nara era la capitale del Giappone e il Tōdaiji il centro religioso e sociale del paese. Come forse avrete intuito la mostra, in cui viene esposta una ricca selezione di questi tesori, viene organizzata tra ottobre e novembre proprio presso il Museo nazionale di Nara.

La mia volontà di far visita alla mostra era ferrea, ma così ferrea che appena vista la fila davanti al museo e (sulla scorta di esperienze pregresse) stimato in due ore il tempo di attesa per l’ingresso, ho girato i tacchi e mi sono messo alla ricerca di un posto decente dove mangiare qualcosa prima di spostarmi verso ovest. Alle 13.20 venivo delle signore di mezza età mi accoglievano cordialmente nel loro grazioso locale nei pressi della stazione ferroviaria, servendomi un gustoso set di cotoletta impanata su un letto di riso e uovo più udon: il pancino ancora ringrazia.

Una giapponese l'ha definito "di gran classe"

Altre bestie che non fanno altro che mangiare

2: a ovest!

Un’ora e mezza dopo mi trovavo di fronte all’ingresso del Tōshōdaiji, intento a maledirmi per essermi dimenticato di scendere alla fermata autobus corretta: ‘ché per distrazione ero sceso allo Yakushiji (薬師寺). Solo che io volevo vedere il kondō del Tōshōdaiji (唐招提寺), ‘ché è recentemente tornato visibile dopo anni di restauro radicale (del tipo che quando avevo visitato il luogo nel 2006 la Sala in questione fisicamente non esisteva proprio). La distanza tra i due monasteri, che ho dovuto ovviamente coprire a piedi, è di circa un chilometro e mezzo, i.e. una ventina minuti di camminata. Come che sia, cari lettori, andate anche voi a visitare il Tōshōdaiji, non fate gli stupidini che saltano un luogo tanto bello da visitare!

[Spulciando le foto della mia prima visita al monastero e confrontandole con quelle di quest’anno mi sono reso conto di quanto la mia prospettiva storico-artistico sia mutata nei cinque anni passati, con lo stūpa di Ganjin che da comparsa casuale è diventato il principale soggetto delle mie foto (che naturalmente sono venute tutte o troppo scure o troppo mosse).]

Dove in lontananza si intavvede il Tōshōdaiji

Dove si vede il kondō post restauro

La piattaforma per le ordinazioni (dei monaci, lo preciso prima che mi si rivolgano domande stupide)

Fiori bellissimi al Tōshōdaiji

Bella foto dove, se vi impegnate, riuscite a intravvedere lo stūpa di Ganjin

Cos’ho fatto dopo il Tōshōdaiji? Ah, sì, il Saidaiji! Il Saidaiji (西大寺) è il fratello sfigato del Tōdaiji, quello dove non va nessuno perché “tanto non c’è nulla di interessante da vedere”. In realtà vi sono conservate pregiatissime opere risalenti per lo più al tredicesimo secolo, quando, in pieno periodo Kamakura, il monaco Eison (叡尊, 1201-1290) ha ricostruito quasi ex novo il monastero (grazie a fulmini, alluvioni e incendi ben poco rimaneva, già all’epoca, delle strutture originariamente volute dall’imperatrice Kōken  nel 764). Segnalo in particolare alcune opere della Sala d’oro quali il ritratto ligneo di Eison, un’eccellente pentade scultorea centrata su Manjuśri del 1302 e uno Śākyamuni in legno del 1249, copia del più celebre Buddha centrale del Seiryōji. Anche se non capite bene quest’ultima frase non importa, ve la spiegherò a dovere nei prossimi giorni.

Magari avrei potuto segnalarvi anche più opere degne di nota, se solo non avessi deciso di farmela dal Tōshōdaiji a qui a piedi. In treno è solo una  fermata (7 minuti, 210 yen), ma “c’è crisi!” e così, per risparmiare quattro spiccioli, sono arrivato al Saidaiji senza fiato e quando mancava appena mezz’ora alla chiusura. Sarà per la prossima occasione!

Saidaiji: la Sala d'oro (ingresso 400 yen)

Saidaiji: Aizendō

Saidaiji: Resti della pagoda orientale e kondō

Saidaiji: coso

Saidaiji: lo Śākyamuni della Sala d'oro

La giornata si è conclusa egregiamente con un melon pan, il celebre snack giapponese col nome messo a caso; dopodiché mi sono addormentato nella vasca, e in un nonnulla era già martedì.

Il leggendario Melon pan, il dolce che non sa di melone

Gita in Giappone – Parte 2: al Murōji

Posted in Arte, Asia Orientale, Giappone, Gite, Pubblica utilità with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 27 novembre 2011 by patatromb

Al Murōji (室生寺) sognavo di andarci fin dai tempi della triennale, quando il professor Calza ci aveva parlato di questo piccolo monastero di periodo Heian abbarbicato tra le montagne nel sud della Prefettura di Nara, famoso soprattutto per la sua pagoda (la più piccola, tra quelle lignee, di tutto il Giappone) e per le sculture del nono e decimo secolo custodite nella sua Sala d’oro (kondō 金堂). Avevo pensato di andarci già nel 2006, quando stavo a Kyōto, ma i non meno di cinque trasferimenti tra treni e autobus e le tre ore abbondanti di sola andata mi avevano al tempo dissuaso dal tentare l’impresa.

Ci era andata, in macchina, una mia malvagia lettrice, senza di me ma con la sua famiglia giapponese, lasciando il mio cuore spezzato dal dolore e dall’invidia; ma stiamo divagando!

Insomma, approfittando del fatto che Osaka è, rispetto a Kyōto, più vicina al villaggio di Murō, lungo il corso del fiume Murō che scorre presso il monte Murō dove si trova il Murōji, stavolta ho inserito a forza il grazioso monastero nel mio programma di viaggio!

Tanto ho detto e tanto ho fatto che, con in mano la discreta monografia di Sherry Fowler dedicata al sito in questione, domenica 13 ho pigliato il treno e sono partito alla volta di…!

La stazione!

Murōguchi-Ōno, questo è il nome della stazione dove bisogna scendere. Si tratta di una fermata della Linea Osaka della Kintetsu persa da qualche parte tra le montagne e il nulla dello Honshū, a 57 km e a un’ora e mezza di viaggio (con il treno espresso) dalla stazione di Osaka Uehonmachi. Il prezzo per il biglietto del treno, 860 yen (8.30€), è tutto sommato onesto, considerato che la tratta è piuttosto lunga.

Quello che è un po’ meno onesto, direi, è il prezzo dell’autobus che dalla stazione ferroviaria porta al Murōji. Per arrivare a quest’ultimo bisogna infatti percorrere una stradina di montagna di circa sei chilometri, un percorso non impossibile da fare a piedi ma che comunque richiede tempo ed energie. Ora, nel villaggio non esiste veramente niente al di fuori del Murōji e quindi capisco che gli abitanti per sopravvivere sfruttino i turisti sparando prezzi improbabili per souvenir e cibarie (le uniche fonti di reddito della zona), però 420 yen (4€ tondi tondi) per dieci minuti scarsi di viaggio in un aromatico autobus dell’anteguerra mi sembrano un po’ esagerati.

Però ammetto che i volantini che pubblicizzano tombe all’interno dell’autobus donano al mezzo quel tocco di eleganza per il quale val la pena di mettere mano al portafoglio.

I potenti mezzi a servizio del Murōji

La mia prima meta una volta sceso dall’autobus è stata il Ryūketsu jinja (龍穴神社), il Santuario dei buchi del drago (sic!), a circa un chilometro verso sud rispetto al Murōji. Secondo le leggende del posto, nelle numerosissime caverne del monte Murō vive da lunghissimo tempo un drago, ai cui poteri benefici (nella tradizione asiatica, il drago è una divinità acquatica, quindi oggetto di particolare venerazione in quanto protettore dagli incendi e portatore di pioggia e quindi di fertilità) è probabilmente legata la fondazione del Murōji stesso, ‘ché i documenti storici lo indicano come sede di numerosi rituali buddhisti legati alla fertilità dei campi e, più in generale, alla pioggia.

Il santuario di cui stiamo parlando, originariamente controllato dal Murōji, è dedicato appunto al culto del suddetto drago e si occupa di gestire le grotte, off-limits per fedeli e turisti, dove il drago risiederebbe. Una (e una soltanto) delle grotte può in realtà essere vista, ma è nascosta da qualche parte lungo una stradina sterrata dietro al santuario e non avevo il tempo materiale per andare a scovarla.

Ryūketsu jinja

Qui si possono lasciare soldini

Dopo la breve visita al santuario mi sono spostato, finalmente, al Murōji. In biglietto di ingresso è di 600 yen, nella media. La peculiarità architettonica del monastero è che, essendo costruito in mezzo alle montagne, è venuta a mancare la possibilità di disporre con regolarità i vari padiglioni che ne formano il garan. È così che, entrati da una Porta dei Re Compassionevoli (Niōmon 仁王門) curiosamente rivolta verso sud-ovest, ci troviamo di fronte a una ripida scalinata che, salendo verso nord, porta a un spiazzo su cui si affacciano il Padiglione di Maitreya (Mirokudō 弥勒堂, XIII sec.) e la succitata Sala d’Oro, la cui sezione più antica risale al nono secolo.

L'ingresso: Niōmon

La Sala d'oro fa capolino dalla scalinata

Dentro è più o meno così (immagine rubata da internet 'ché non si possono fare foto)

Mirokudō visto dal Kondō

Il gruppo scultoreo più famoso/interessante del monastero si trova in questa sala: si tratta di una curiosa pentade lignea formata da due Buddha e tre bodhisattva (datati per lo più al IX e X secolo) che non trova paralleli da nessuna parte[1], frutto di secoli di spostamenti di sculture e fluttuazioni dottrinali.

Per entrare nel kondō era richiesta un’”offerta” di altri 400 yen, giusto per ricordarci che in tutto il mondo religione è sinonimo di danaro. E vabbé, la Sala non sempre è accessibile ai turisti, ci può stare. (Mi hanno pure regalato una straordinaria sacchetta in plastica con le immagini dei Dodici Generali Celesti, ma cosa si può volere di più!)

Superato lo spiazzo e salita un’altra gradinata, ci troviamo di fronte allo Hondō (本堂) o Sala Principale, con la sua notevole coppia di mandala, utilizzati nelle cerimonie di ordinazione Shingon[2], e un Nyōirin Kannon dell’XI secolo come icona centrale. Di fianco a questo padiglione, l’ennesima scalinata ci porta alla pagoda, principale attrazione del Murōji, cui accennavo sopra. Già arcinota almeno fin dagli anni ‘50, è divenuta particolarmente popolare dopo che, nel 1994, un tifone l’ha massacrata brutalmente e si è riusciti a restaurarla più per fortuna che per altro. Il commento del dottorando in storia dell’arte: “è piccola”.

Lo Hondō è piuttosto grosso

La pagoduzza compatta e, sullo sfondo, il tetto dello Hondō

Da qui in poi inizia il delirio: oltre la pagoda parte la via che porta al punto più alto e più “santo” del monastero, l’Okunoin (奥の院), dove si trovano la Sala del ritratto (Mieidō 御影堂) di Kūkai, primo patriarca Shingon giapponese, la Sala per le tavolette mortuarie e un paio di strutture secondarie correlate. Quando dico “punto più alto”, intendo che per arrivarci bisogna farsi una scarpinata di 400 gradini ripidissimi e pericolosissimi, del tipo che se perdi l’equilibrio anche solo per un istante hai sicuramente diritto a uno spazio tutto tuo nella Sala delle tavolette mortuarie di cui sopra.

Peraltro va detto che il problema non è tanto salire quanto scendere e se io, che sono comunque relativamente giovane e in buona salute, alla fine della discesa per la stanchezza mi sono trovato con le gambe che mi tremavano come foglie durante una bufera, mi chiedo come abbiano fatto a discendere incolumi certe nonnine che si sono avventurate lungo quella via poco dopo di me.

L'inizio della salita

Qua si intravede la fine del percorso

La sala del ritratto

Alla fine, attorno le tre, ho lasciato il Murōji. Con l’autobus sono tornato verso la stazione, dove ho scattato qualche foto al Miroku rupestre dello Ōnodera (大野寺), un piccolo monastero a cinque minuti di passeggiata dalla stazione stessa. Quindi ho preso il treno diretto verso l’ultima meta programmata per quel giorno.

Il Miroku rupestre dello Ōnodera, in una foto particolarmente sfocata

Spostandosi di una fermata verso est (altri 120 yen offerti alla Kintetsu) troviamo un villaggio chiamato Sanbonmatsu, del quale si può affermare quanto segue: se a Murō domina il niente[3], a Sanbonmatsu non c’è nemmeno quello. Sennonché gli studiosi hanno stabilito che, con ogni probabilità, una statua di Jizō conservata nel solo tempio buddhista del villaggio faceva originariamente parte della triade (oggi diventata pentade) del kondō del Murōji. In sostanza, una cosa da vedere, ma facendo in fretta ‘ché alle 16.30 le strutture buddhiste giapponesi chiudono.

Per tempo ci sarei pure arrivato, ma una volta sul posto mi sono trovato di fronte a uno spettacolo invero inatteso. Il piazzale antistante il tempio e il tempio stesso, una tristissima costruzione moderna in legno e cemento, era affollato di gente che faceva cose. Non avendo idea di dove stesse la statua che cercavo, ho provato a chiedere informazioni a uno degli astanti, che mi ha risposto: “ah, oggi non si può vedere, stiamo facendo i preparativi per la festa del villaggio”. Poi mi ha voltato le spalle ed è tornato a fare cose. Né, ahimé, è stato di aiuto sfoderare un perfetto sguardo da cerbiatto graziosetto di fronte alle signore che cucinavano: certo, mi hanno sorriso, ma era un sorriso che significava “vattene”.

Non mi è dunque rimasta altra scelta che fare un giro per l’area metropolitana di Sanbonmatsu, scattare qualche foto che conferma l’immagine del Giappone come il paese tecnologico per eccellenza e, infine, sedermi a riposare di fronte al monumento più bello della storia dell’umanità, la Palla Inutile di Sanbonmatsu (non chiedetemi cosa sia, non c’era nessuna targa o spiegazione scritta di sorta).

L'imponente stazione di Sanbonmatsu

Architettura contemporanea a Sanbonmatsu

Esempi dell'influenza di Andō Tadao sull'architettura giapponese

La Palla Inutile di Sanbonmatsu

Verso le cinque, constatato che non c’era più nulla da fare e che si stava facendo buio, ho pigliato il treno e, tempo due ore, ero a Osaka. Però, dato che sono il più intelligente, anziché tornarmene in albergo ho avuto la bella trovata di farmi un giretto per Nanba, la zona dello shopping e dei divertimenti di Osaka sud. Già in treno sentivo che qualcosa non andava ma è stato solo verso le undici, una volta tornato in albergo, che mi sono reso conto che piedi e gambe non mi avrebbero sicuramente retto nei giorni a seguire.

Ho provato a massaggiarmi i piedi, mi sono fatto un’oretta nella vasca da bagno confidando nei poteri curativi dell’acqua bollente, ho guardato programmi musicali fino alle due di notte e poi ho provato a dormire.

Un bell'albergo nei pressi di Nanba

(continua…!)


[1] Da sinistra a destra incontriamo un Kannon a undici teste (十一面観音), un Monju (文殊), il Buddha centrale (attualmente identificato come Śakyamuni ma probabilmente concepito all’origine come Yakushi 薬師), un tozzo Yakushi di data leggermente più tarda e un piccolo Jizō (地蔵). Di fronte a loro, delle statue dei Dodici Generali Celesti datate al XIII secolo.

[2] Il Murōji è attualmente associato allo Shingon.

[3] Escludendo naturalmente il Murōji.

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