Archivio per digestione

…che per fortuna le parole non si mangiano, ossia Il ritorno dei cartelli: Frammenti di Genio 3

Posted in Asia Orientale, corea, Delizie coreane, Pubblica utilità with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 11 luglio 2015 by patatromb

Nel remoto 2012 ebbi modo di pubblicare ben due popolarissimi!!!!! interventi dedicati alla straordinaria capacità dei coreani di realizzare cartelli che non dovrebbero esistere. Che poi a dirla tutta fino a cinque minuti fa, quando ho controllato le foto ivi pubblicate, ero convinto che fosse passato molto meno tempo, e questo basti a rendere l’idea di quanto mi sia curato di questo blog negli ultimi due/tre anni.
MA! In realtà ho sempre continuato a pensare a Interventi da Seoul, che è tipo mio figlio, anche se io non ho figli e quindi non ho idea di come ci si senta ad averne, ma insomma in questi tre lunghi anni la mia macchinetta fotografica e il mio cellulare hanno continuato a scattare senza sosta foto da presentare a voi, il mio amatissimo e selezionatissimo pubblico (mia mamma, mia sorella e quei due disgraziati che ogni anno finisco qui per qualche sciagurata decisione degli algoritmi di Google); e oggi, finalmente, è arrivato il momento di tornare a pubblicarle!

(. )( .)

Una delle catene di fast-food che preferisco, pur non mangiandoci mai, è senz’altro New York Hot Dog, a garanzia della cui qualità non posso non presentare il seguente scritto, che decorava una vetrina del negozio vicino all’ingresso dell’università Sŏnggyun’gwan di Seoul (negozio che potrebbe non esistere più). Segue traduzione così anche la mamma può apprezzare.

“New York hotdog la salute
degli uomini di oggi che sono
fatti di manzo 100% e apprendono/arrestano
una piccola caloria è garantita
senza che faccia e costruisca
usando un termine di vapore individuale
carnosità della caratteristica è anche più soffice”

Bontà!

The Best Hot Dog in Korea?

Se dopo la scorpacciata a base dell’ottima, sofficissima carne di manzo umana del New York Hot dog doveste avere ancora un po’ di fame, vi suggerisco uno spuntino alla mensa del dormitorio dell’Università di Seoul, quella gestita da Our Home, azienda coreana leader nel campo del servizio ristorazione, nota per lo straordinario rapporto prezzo–qualità (ingiustificatamente alto il primo, pessima la seconda). Se sarete fortunati, potreste trovare della prelibata razza, razza farfalla (in coreano, “zuppa di pesce piccante”).

짬뽕 맛있다~~~~~

Menu Happy Zone! da Our Home si mangia davvero come a casa!

E dopo esserci riempiti la pancia fino a scoppiare, è ora di una buona bevanda per digerire a dovere. Se non sapete dove andare, lasciate che vi consigli un paio di posticini come Dio comanda:

culcom1

Café CulCom, sempre aperto!

Caffé CULatte, un nome una garanzia

Caffé CULatte, un nome una garanzia

Riguardo al menù, beh, ho sicuramente il consiglio giusto per voi: un drink non complicato, tipo ad esempio una buona tazza di brownie o un bel boccale di aceto, e digestione e allegria perenne saranno garantite!

Drink buoni, freschi e non complicati: Caffé, bevanda, torta, brownie, aceto. OK

Drink buoni, freschi e non complicati: Caffé, bevanda, torta, brownie, aceto. OK

Recensione sintetica del ristorante “Sao paulo” a Hyehwa, Seoul

Posted in Asia Orientale, corea, Pubblica utilità with tags , , , , , , , , , , , , , , on 16 ottobre 2012 by patatromb

Sabato a cena mi è stato servito del caffè con il limone.

Caffé nero con un pezzo di limone.

I coreani e il matrimonio – Parte 2

Posted in Asia Orientale, corea, Pubblica utilità with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 14 aprile 2012 by patatromb

Dov’eravamo rimasti? Ah sì, tutti i preparativi per il matrimonio si sono conclusi e, finalmente, è arrivato il tanto atteso giorno della cerimonia di nozze!

Gli invitati accorrono a centinaia e, se non si sono smarriti avendo fallito di decifrare la mappetta stampata nell’invito e sono dunque riusciti ad arrivare con almeno una decina di minuti di anticipo, non possono esimersi dallo scattare le rituali foto con la sposa, che se ne sta esposta a mo’ di bomboniera in uno sbrilluccicoso camerino approntato per l’occasione. Se sei me, invece, arrivi in ritardo e ti risparmi la fatica.

Che si arrivi puntuali o in ritardo, non si può invece scappare a quello che è corrispettivo coreano della consegna del dono nuziale. Ma attenzione: niente liste di nozze in Corea! Accanto all’ingresso della sala dove avrà luogo la cerimonia si trovano due tavoli, uno per gli invitati dello sposo e uno per quelli della sposa e su di essi trovano posto un grosso quadernone, dove i presenti vanno a scrivere il proprio nome (a testimonianza della loro presenza), e delle misteriose buste vuote e oblunghe. Qui il dono standard è infatti $denaro sonante$ e le suddette buste servono proprio per infilarci i soldini che si intende regalare. (Sulla busta in cui infili i soldi devi scrivere il tuo nome: le donazioni verranno poi annotate in un apposito registro che i novelli sposi possono consultare per capire chi, dei loro invitati, è un amico vero e chi un pezzente morto di fame).

Alla donazione, dicevo, non si scappa per un motivo ben preciso, chiamato sikkwon (食券). Trattasi di un oggetto fondamentale e preziosissimo che si riceve alla consegna della mazzetta busta col dono; tradotto letteralmente, sikkwon significa “biglietto del pasto” ed è appunto il magico passaporto che consente l’accesso alla sala rinfresco, ma di questo narrerò in seguito perché sta iniziando la cerimonia.

Sikkwon, ovvero il prezioso biglietto del pasto

 

Come ogni rito e anzi proprio in quanto tale, il matrimonio coreano è caratterizzato da alcune azioni, o fasi, prestabilite e invariabili, che ne sanciscono la sacralità e l’autorità. Schematizzando abbiamo:

–          L’ingresso degli sposi: con indosso abiti da cerimonia all’occidentale, la coppia si fa una breve passeggiata lungo il percorso rialzato che parte dall’ingresso centrale andando infine a fermarsi di fronte all’”altare” dove l’officiante attende impaziente (1 minuto);

–          Il discorso degli sposi: per l’emozione e la tensione (“SANTO CIELO, COSA STO FACENDO?!”) essi si impappinano o ridono istericamente leggendo frasi preconfezionate che pure hanno provato per mesi e mesi (5-7 minuti);

–          Il discorso dell’officiante; probabilmente è la prima (e sicuramente l’ultima) volta che incontra la felice coppietta, ma è comunque in grado di raccontare a noi tutti la loro biografia amorosa e di illustrare loro la vita di gioia e gaiezza che li attende (5-7 minuti);

–          Il momento dell’imbarazzo; probabilmente la parte più importante e tipicamente coreana di tutto il rituale. Gli amici di almeno uno dei due sposi organizzano, a “sorpresa”, un omaggio musicale per la coppia. Le modalità possono variare notevolmente: partendo dalle ballate per chitarra e voce solista e arrivando ai pezzi gospel cantati e ballati da una mandria di ragazzini della chiesa battista frequentata dalla coppia, passando per balletti sexy al ritmo dell’ultima hit del momento, e via dicendo. La sola regola fissa è che gli interpreti devono possedere un senso musicale e un’intonazione e/o movenze buoni quanto l’inglese di Rutelli. Alla fine il pubblico, seppure visibilmente imbarazzato quanto se non più degli “artisti” stessi, applaude simulando divertimento (5 minuti);

–          Il saluto ai genitori; una volta finita la trista canzoncina l’atmosfera si fa di nuovo seria, ‘ché i neo sposi devono prostrarsi di fronte ai genitori di lei prima e di lui dopo (ordine di importanza ascendente), giusto per ricordare ancora una volta chi è che comanda realmente. Il padre di lei sfodera invariabilmente lo sguardo truce delle occasioni speciali (3 minuti);

–          La passeggiatina finale: gli sposi percorrono all’incontrario il percorso da cui erano entrati mentre gli altoparlanti diffondono, in ordine, musica di buon augurio generale stile “Brigitte Bardot” nr.1, marcia nuziale, musica di buon augurio generale stile “Brigitte Bardot” nr.2 (45 secondi).

 

Si conclude così, nel giro di venti o trenta minuti al massimo, la bella cerimonia, e gli invitati che non sono così pazienti da restare per le foto di gruppo si affrettano verso la sala per il rinfresco, il momento più atteso della giornata. Se in Italia l’usanza prevede un lauto pranzo consumato in un ristorante prenotato per l’occasione, in Corea il pasto viene offerto presso la stessa sede ove ha avuto luogo il matrimonio, in una sala apposita che si trova genericamente “al piano di sotto”.

Tranne casi sporadici, inoltre, non ci si deve aspettare una serie di portate servite direttamente al tavolo: nella saletta ci aspettano un grosso tavolo buffet e, tutt’attorno, una schiera di distinti signori e signore di mezza età che lo stanno assaltando manco fossero cavallette. Per assicurarsi il pasto prima di chiunque altro (ma forse, visto quello che rimane dopo il loro passaggio, sarebbe meglio dire “a posto di chiunque altro”) i suddetti distinti signori hanno abbandonato la cerimonia già durante il discorso dell’officiante, anzi alcuni probabilmente nemmeno hanno visto gli sposi poiché, appena arrivati alla wedding hall, hanno giusto mollato la busta all’ingresso e sono direttamente andati a mangiare.

In ogni caso, è qui che entra il gioco il sikkwon cui ho accennato in precedenza: esso è stato inventato per evitare che, come accadeva una volta, sconosciuti capitati lì per caso si imboschino al rinfresco mangiando a sbafo senza lasciare nemmeno una lira, anzi un won in regalo. Ancora non è stato invece inventato un sistema per risolvere il problema, altrettanto stringente, rappresentato da coloro che si presentano con la famiglia al completo (nonna, moglie e due figli), nella busta-regalo collettiva infilano 20000 won (15€) e in cambio ricevono uno sikkwon per ogni congiunto.

Ma basta chiacchiere, si inizia a mangiare! Ed ecco che arrivano anche gli sposi, che nel frattempo si sono cambiati indossando l’abito tradizionale coreano (lo hanbok 韓服), non per mangiare (non sia mai!) ma per fare il giro dei tavoli per salutare gli invitati uno ad uno. Bisogna pure sbrigarsi, perché nel frattempo il matrimonio organizzato nello slot successivo sta per finire e si deve lasciare la sala banchetto libera per le nuove cavallette.

Ed è così che, in un’ora scarsa, tutto è finito e si può tornare a casa, felici e contenti per un altro amico che è finalmente diventato un adulto vero. Oppure all’ultimo momento salta fuori un altro compagno di università che inizia a distribuire a sorpresa inviti per il suo matrimonio e tutto ricomincia daccapo.

Delizie coreane: bosintang!

Posted in corea, Delizie coreane, Wisdom with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 17 marzo 2012 by patatromb

I coreani mangiano i cani!!” E anche io, essendosene presentata l’occasione, questa sera ho provato il bosintang (보신탕 補身湯, ossia “la zuppa che rinvigorisce il corpo”).

 

Bosintang, la zuppa che ti invigorisce!

 

Il piatto consiste in una zuppa piuttosto densa, preparata con erba cipollina, cipolla, tutta una serie di verdure che in Europa non esistono (e che se anche ne scrivessi il nome scientifico al la maggior parte dei lettori direbbero ben poco quindi mi risparmio la fatica della ricerca), mille saporite spezie e, naturalmente, i sottili blocchetti di carne (che è un po’ fibrosa ma soprattutto sorprendentemente magra), l’ingrediente principale della pietanza. Questi blocchetti sottili possono essere consumati o assieme alle verdure e al brodo della zuppa o separatamente: in questo caso vanno inzuppati in una salsetta a base di spezie miste (pepe, pasta di peperoncino e via dicendo) e il buon olio di sesamo, uno dei condimenti più buoni del creato.

La salsa con l'olio di sesamo (ammetto che la foto non è delle migliori)

 

Il tutto, dato che verdure e spezie usate per preparare il brodo sono le stesse, ricorda parecchio lo haejangguk, il buon piatto per iniziare bene la giornata di cui avevo scritto a dovere tanto, tanto tempo fa; solo che a differenza dello haejangguk il bosintang ha dalla sua un sapore decisamente più delicato, ‘ché la carne di cane ha un gusto sì piacevole, ma piuttosto “leggero” essendo molto magra. Riguardo al sapore della carne (la zuppa in sé ha il classico gusto delle zuppe piccanti coreane), questo ricorda vagamente quella di agnello, pur essendo decisamente più delicata.

Dicono che il bosintang sia altamente digeribile ma non posso sbilanciarmi su questo punto dato che il mio apparato digerente è più simile a quello di un gabbiano che a quello dei comuni esseri umani e quello che mi entra in bocca lo brucio senza particolari problemi. Dicono pure che per essere apprezzato al meglio vada mangiato quando ad agosto fa caldissimo e non mi sbilancio nemmeno su questo, però non sono del tutto persuaso che un europeo medio riuscirebbe a ingerire con leggerezza una zuppa di carne piccante e bollente quando fuori la temperatura va per i 35°C e l’umidità si aggira attorno al 75%. In ogni caso devo ammettere che il piatto è buono, e tanto vi basti.

 

(. )( .)

Ah, sì, avevo iniziato con la famosa frase “I coreani mangiano i cani”, tipicamente utilizzata con orrore e/o con tono dispregiativo (nei confronti dei coreani) da gente che probabilmente si mangia con gioia agnelli, conigli e vitelli (tutte carni peraltro molto buone) e che, immagino, si figura loschi figuri dallo sguardo torvo che godono perversamente a squartare innocenti pastori tedeschi e graziosi cuccioli di dalmata (aspetta, questa è un’altra storia!).

Che “i coreani tutti” consumino effettivamente carne di cane è in realtà tutto da dimostrare. Delle tre persone assieme alle quali sono stato al ristorante questa sera due erano coreane e proprio loro non hanno nemmeno preso in considerazione l’idea di ordinare né tantomeno quella di assaggiare il bosintang, optando per un più comune samgyetang, (il buon brodo col pollo intero ripieno di riso e ginseng meglio noto con il nome di “minestra mission impossible” poiché smontare un pollo con il solo ausilio delle bacchette e di un cucchiaio è un’impresa raramente coronata da successo). Io stesso l’ho assaggiata per la prima volta dopo oltre tre anni e mezzo passati in Corea perché, semplicemente, nessun mio conoscente aveva voglia di andare a mangiarla.

Samgyetang, porzione singola da 10.000 won

 

Il fatto è che, a forza di sentirsi dire “magnare la carne di cane è il MALE!” dagli stranieri, anche i coreani se ne sono convinti, al punto che trovare qualcuno che la consumi con regolarità è una rarità, e i più non l’hanno mai provata. In compenso i piatti a base di pollo (fritto, bollito o stufato che sia!) vanno per la maggiore e nella sola città di Ch’unch’ŏn (patria del tak kalbi) vengono macellati attorno ai 120000 polli ogni giorno, però gli allevamenti intensivi in stile campo di concentramento ci sono anche in Europa e nelle Americhe e quindi vanno benissimo!

Due uomini-pollo fritti. Un giorno, forse, vi parlerò del pollo fritto coreano

Gita in Giappone – Parte 5: lo Shitennōji e altre amenità di Ōsaka

Posted in Arte, Asia Orientale, Giappone, Gite, Pubblica utilità, Wisdom with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 17 dicembre 2011 by patatromb

Tutti a Shitennōland!

Come ricorderete, il mio piano di viaggio originale prevedeva due giornate a Nara ma, per tristi questioni economiche, mi ero infine visto costretto a tagliare una delle due giornate, con tutto ciò che ne era conseguito! È così che il 16 novembre è diventato il “Giorno ufficiale per girare a Ōsaka”; e, se si seguono i consigli degli amici giapponesi, se si gira a Ōsaka bisogna andare allo Shitennōji (四天王寺 Monastero dei Re Celesti), che, ci insegna il cartellone informativo all’ingresso dello stesso, può vantarsi di essere il più antico monastero giapponese ufficialmente riconosciuto, ‘ché il Nihonshoki data la sua fondazione al 593 d.C. Il cartellone prosegue poi con un florilegio di lodi alla lunghissima storia del sito, alla sua importanza nella storia del buddhismo giapponese, alla sua centralità nella cultura della città e via dicendo! WOW.

Quello che invece (casualmente) si dimentica di dire è che di tutta quest’antichità resta unicamente una ventina di tegole che fanno timidamente capolino da una buca scavata nell’area est del garan centrale. Il resto delle strutture principali risale per lo più agli anni ’60 del XX secolo: un’accozzaglia schizofrenica di pacchiani colori pastello e stili nord (per le architetture e alcune statue) e sud-est asiatici (per le pitture murarie e altre sculture) che dona a chi è così furbo da pagare i 300 yen di biglietto di ingresso la sensazione di trovarsi non tanto in un luogo sacro, quanto in un parco giochi tipo Gardaland (dove peraltro avrei tanta voglia di tornare, prima o poi) ma a tema religioso.

La stazione della metropolitana

L'ingresso allo Shitennōji

Una vista del monastero supermegaantichissimo

Alcune delle attrazioni principali del parc...del monastero

Il top del bello è raggiunto dalla pagoda a cinque piani, apparentemente una costruzione lignea non dissimile dalle numerose pagode costruite nel corso della storia giapponese, ma che si rivela in realtà essere una pregevolissima struttura in cemento armato (il più bello dei materiali da costruzione) al cui interno troviamo due rampe di scale a chiocciola in solido acciaio. Salendo al piano più alto troviamo una teca con un reliquiario che, in questa posizione “elevata”, non solo ribalta totalmente la concezione architettonica originale della pagoda (le reliquie del Buddha, normalmente non visibili, si trovano sotto le pagode, in linea con il pilastro centrale che qua, naturalmente, è assente) ma che, soprattutto, suggerisce un’idea di “ascensione” prettamente cristiana e totalmente avulsa dal pensiero buddhista. Un BRAVI! di cuore a chi ha ideato e progettato questo capolavoro irripetibile dell’architettura religiosa mondiale!

La pregiata pagoda

Il reliquiario dello Shitennōji

 

Peraltro, la struttura storica più interessante del complesso, il Gansan Daishi-dō (元三大師堂, 1618), un sub-tempio dedicato al patriarca Tendai Ryōgen (912-985), viene completamente ignorato dal nostro fidato cartellone, cosicché praticamente nessuno passa da quelle parti a meno che non gli passi per la testa di farsi un giro nel cimitero che lo circonda (e ci sarebbe molto da dire a riguardo).

Folla di visitatori al Gansan Daishi-dō

 

Se doveste capitare da queste parti vi consiglio di fare magari un salto allo Aizendō (ufficialmente si chiama Shōman’in Aizendō, 勝鬘院 愛染堂) e di dare un’occhiata al suo Tahōtō (多宝塔[1]) datato al 1594. Si trova a non più di una decina di minuti a piedi dallo Shitennōji in direzione nord-ovest nascosto in una foresta di appartamenti, alberghi a ore e sottotempli dello Shitennōji (per lo più contemporanei e per lo più a uso funerario). Non per altro, ma il Tahōtō in questione, oltre ad essere un pregevole esempio di architettura del XVI secolo, è anche la costruzione più antica di Ōsaka e, si sa, vecchio è bello!

Il periodo migliore per visitare il luogo è la settimana a cavallo tra giugno e luglio quando, in occasione dello Aizen-matsuri (愛染祭り), le porte della pagoda, generalmente inaccessibile, vengono aperte e le immagini al suo interno esposte al pubblico.

Il Tahōtō dello Aizendō

la lapide di Doraemon?

 

Da lì, se proprio volete ritornare a un delirio post-moderno in stile Shitennōji, potete passare per l’Ōe jinja (大江神社), il santuario shintoista che si trova giusto di fianco all’ingresso dell’Aizendō,  scendere dalla gradinata ovest e godervi la Shitaderamachi (下寺町) in tutta la sua gloria: una fila ininterrotta di un centinaio di templi buddhisti contemporanei dalle forme più disparate e, nei casi più eclatanti, dall’architettura quantomeno azzardata. Consigliatissimo!

La scalinata che porta alla Shitaderamachi

Un sobrio ed elegante esempio di tempio di Shitaderamachi

 

Anche lo Isshinji (一心寺), 10 minuti a sud-ovest dello Shitennōji è divertente: in particolare segnalo i “Re Guardiani Tamarri” al suo ingresso e le statue fatte coi resti dei morti (in sostanza, dalla fine del XIX secolo, ogni dieci anni viene realizzata, con i resti dei fedeli cremati che lo richiedono, un’immagine del Buddha che viene poi esposta in un padiglione apposito).

I Re Guardiani Tamarri

LA RABBIA! LA VIOLENZA!

 

Nel tempo rimanente si gioca coi gatti, si va al Book Off di Shinsaibashi per comprare Iron Muscle e si magna una zuppa cucinata dalla gentile signorina K.A.: gli ingredienti per concludere la giornata nel migliore dei modi possibili.

Gnoppo, il gatto stravaccone

Gnoppo stravaccato

Dormono

Questo era antipatico ed è fuggito prima che riuscissi ad accarezzarlo

Il miglior fumetto della storia

Cucina giapponese

 

(continua e, se Dio vuole, finisce nella prossima puntata!)


[1] Semplificando al massimo, il termine Tahōtō si riferisce a una particolare tipologia di pagoda lignea giapponese, caratterizzata da un primo piano a base quadrata, sormontato da un secondo piano a struttura circolare e da un ampio tetto quadrangolare. All’interno, al primo piano, troviamo generalmente le immagini dei quattro Buddha Dimensionali della tradizione esoterica centrate attorno a quella di Dainichi Nyorai (大日如来, skt. Mahavairocana).

Delizie coreane: jŏn 煎

Posted in Asia Orientale, corea, Pubblica utilità with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 12 dicembre 2011 by patatromb

Se la scorsa volta vi ho raccontato diffusamente della pizza coreana, una gustosa specialità già entrata nella leggenda, questa volta vi presenterò quello che, parlando con gli stranieri, i coreani amano chiamare “the korean pizza”!; e, che ci crediate o meno, è una delle cose più buone che si possa mangiare in queste terre!

Come i lettori più acuti avranno già intuito leggendo il titolo di questo intervento, il piatto in questione si chiama “jŏn” (o “jeon” 煎 a seconda della trascrizione che preferite) e per la gioia dei lettori più curiosi ora spiegherò in poche parole di cosa si tratta.

In sostanza le dolci signore imbronciate che lavorano nel ristorante dove avete deciso di recarvi per cena per prima cosa preparano una pastella a base di acqua, uova, farina e sale q.b., piuttosto liquida anziché no.

Successivamente le stesse, simpaticissime signore di cui sopra pigliano una caterva di ingredienti a loro piacimento e, usando una piastra unta e ben calda, la friggono (“piastrano” parlando di cibo suona male[1]) assieme alla pastella, andando a creare dei dischi piatti e dalle dimensioni più disparate. Quando la pastella non è più cruda il tutto è pronto e dunque si può e si deve mangiare (all’occorrenza è possibile intingere i bocconi in salsa di soia per esaltarne ulteriormente il sapore, già di suo delizioso).

Le signore del ristorante al lavoro

Sono certo che i lettori più golosi avranno già l’acquolina alla bocca e si staranno chiedendo quali siano gli ingredienti supplementari con cui si può preparare i jŏn! Beh, come ho detto, si tratta delle cose più disparate: il più comune degli jŏn è il pajŏn, i.e. jŏn al cipollotto (porro?) e a questo, se le signore del ristorante vogliono, ci aggiungono seppie, vongole e altri frutti di mare assortiti trasformandolo in haemul pajŏn, dove haemul in coreano sta per frutti di mare!

La bellissima K ci mostra un haemul pajŏn esageratamente spesso

Altre varianti (potete ammirarne una ricca selezione nelle foto allegate) possono includere esibizioni soliste di ostriche e gamberetti, il buon tofu (cor. dubu 두부) che da solo non sa di niente, funghi tagliati a fettine sottili sottili, rondelle di zucchine, melanzane e altre verdure dall’adeguata consistenza, kimchi di cavolo cinese e chi più ne ha più ne metta.

Una portata di jŏn misti, una portata di felicità

Gli ultimi mini jŏn alle ostriche avanzati, i soli che ho fatto in tempo a fotografare

Dopo esservi nutriti a sazietà sarete felici di aver deciso di mangiare jŏn per cena, ma anche a fine pasto un dubbio continuerà ad attanagliarvi: perché diavolo i coreani dicono che è una “pizza”? Eppure la spiegazione è sotto gli occhi di tutti. Sono rotondi, sono fatti con la farina, hanno gli ingredienti e sono cucinati su una piastra oliata. È o non è la perfetta descrizione della miglior pizza della tradizione napoletana?

Il paradiso del fritto (relativamente) sano!


[1] Stando alla versione online del Vocabolario Treccani, piastrare significa, “In microbiologia e biologia cellulare, depositare in piastre, o capsule, di Petri, contenenti terreno di coltura, microrganismi o cellule al fine di poterne osservare, dopo un periodo di incubazione, il numero e la morfologia nelle colonie che si sviluppano.” Benché anche questo poco si adatti al mondo del mangiar bene, il significato che il sottoscritto aveva  in mente è in realtà un altro, tipico del linguaggio di noi teenager del Friûl e purtroppo non riportato in alcun dizionario di mia conoscenza.

Intervallo – Un giro a Myŏngdong

Posted in corea, Delizie coreane, Pubblica utilità with tags , , , , , , , , , , on 1 dicembre 2011 by patatromb

Oggi sono stato a Myŏngdong: ho fatto un po’ di shopping causa emergenza buchi su tutte le mie braghe,  ho ricevuto un regalo dall’uomo più superbellissimo dell’universo e ho mangiato a volontà in un ristorante tradizionale dove non andrei a fare il lavapiatti per tutto l’oro del mondo.

I piattini e un gesto simpaticissimo

Un piccolo regalo e tanti bellissimi ricordi donatimi dall'uomo più bellissimo

Poi sono passato davanti al ristorante italiano più invitante del mondo ma purtroppo ero già sazio, così mi sono accontentato di farmi venire l’acquolina rimirando il menù esposto all’esterno del locale.

Pane spremo, erba lanza, burro chione: tutti i miei piatti preferiti in un solo ristorante!

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