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Interventi su Dubai

Posted in Gite, Pubblica utilità, Wisdom with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 27 agosto 2012 by patatromb

In realtà questo scritto doveva intitolarsi “Interventi da Dubai” e avrei dovuto scriverlo mentre attendevo di imbarcarmi sul volo che mi avrebbe riportato in Corea dopo un mese di, mi dicono, vacanze nella ridente Gorizia; solo che in quel benedetto aeroporto, di cui peraltro andrò a scrivervi quest’oggi, la connessione internet funziona bene quanto l’economia mondiale e quindi eccomi a scrivere con diversi giorni di ritardo rispetto al previsto.

Che poi a dirla tutta il ritardo andrebbe quantificato in mesi, ‘ché è a gennaio del 2012 che il signor V. e la signorina M. sua fidanzatina mi chiedevano un’opinione sul celebre scalo arabo, e io in quell’occasione, anziché rispondergli, li rimandavo a leggere il mio blog “tanto lo aggiornerò prestissimo, solo per voi!”. Ma che saranno poi sette mesi! Pensate che tra un po’ è un  anno da che son tornato dal Giappone e ancora devo scrivere l’ultima parte del mio “diario di viaggio”.

E insomma, ecco qua, V. ed M.! Questo intervento lo dedico a voi!

 (. )( .)

Vado subito al punto così i pigri non devono stare a leggere tutta la pappardella inutile! Per riassumere all’osso la questione, l’aeroporto di Dubai è come i prodotti della Apple: fanno sinceramente schifo ma la gente a forza di sentirsi dire che sono fantastici li adora e dice “wow!”

  (. )( .)

E ora, via con la pappardella! In sostanza, l’aeroporto è un grosso budello diviso in tre corridoi, uno centrale bello grosso, luminoso e pieno zeppo di negozi dove i viaggiatori devono spendere i loro soldi, e due laterali, miseri e bigi, dove ci sono gli ingressi ai gate d’imbarco e quattro sedie messe in croce, perché lo scopo ultimo non è quello di offrire un servizio ai viaggiatori, ma costringerli incoraggiarli a fare shopping e ad acquistare i prodotti tipici della tradizione araba, tipo la cioccolata Lindt, le sigarette Marlboro o il whisky Chivas Regal.

L’ingresso del corridoio centrale

 

Vi facevo cenno all’inizio dell’intervento, ci ritorno: l’aeroporto dispone di una praticissima rete wireless gratuita a disposizione dei viaggiatori, utilissima per chi, come il sottoscritto, viaggia portando con sé laptop e/o smartphone: peccato che, naturalmente per purissimo caso, ci sia campo esclusivamente nel corridoio centrale, non fosse mai che uno, comodamente seduto nei corridoi laterali, volesse passare quelle tre o quattro ore prima dell’imbarco di fronte al suo computer senza consumare denaro nell’area shopping[1].

A parte che poi uno per poter trovare un posto a sedere nei due corridoi laterali deve avere una certa dose fortuna (inteso come “la caratteristica più tipica di Shakira”) visto che, a occhio, c’è una sedia ogni sessanta o settanta viaggiatori (però uno può sempre stravaccarsi sul pavimento, eh!).

Vivacità ed allegria nei corridoi laterali: alcuni viaggiatori soddisfatti comodamente seduti sul pavimento in attesa del loro volo!

 

Magari chi ha progettato l’aeroporto ha ritenuto inutile installare un congruo numero di posti a sedere, ma, buon dio!, era davvero necessario limitare anche il numero dei gabinetti? Già di loro sono sgradevoli, sia perché gli indiani che fanno le pulizie ti squadrano ogni volta che entri e ti mettono in soggezione, sia perché il livello dell’acqua nella tazza è molto alto e se devi pulirti il sedere dopo aver fatto la pupù rischi ogni volta di strisciare la mano nelle tue stesse deiezioni, sia perché la suddetta acqua è calda e quindi se ci impieghi più di cinque minuti per fare quello che devi fare gli effluvi ti impregnano il corpo e le vesti; ma doversi fare centinaia di metri per trovarne uno e scoprire, quando magari hai una certa urgenza, che la fila arriva fin fuori o che direttamente è chiuso per manutenzione le scatole, obiettivamente, le fa girare.

Per contratto, almeno due lavandini per ogni bagno non funzionano, e di solito ti accorgi che quello rotto è proprio il tuo quando ti sei già insaponato a dovere le mani.

Ci sarebbero anche delle docce e naturalmente sono sprovviste di qualsiasi cosa necessaria per renderle funzionali: asciugamani che magari potevano pure mettere a pagamento, armadietti dove chiudere i propri bagagli per non lasciarli incustoditi, appendini dove lasciare i propri vestiti mentre ci si lava e altre amenità simili.

Gabinetti a Dubai: il water e un misterioso bocchettone con cui i cinesi spesso si lavano i piedi (sul serio)

Gabinetti a Dubai: il water e il portarotolo, un oggetto dal design raffinato

 

Magari chi ha progettato l’aeroporto ha ritenuto inutile costruire dei servizi igienici decenti ma, buon dio!, era proprio necessario installare esclusivamente orologi a lancette che, quando non dormi da 24 ore, fai fatica a tenere gli occhi aperti, la tua mente è avvolta dalla nebbia del torpore e non capisci nemmeno bene in che fuso orario ti trovi, rendono pressoché impossibile discernere l’ora e, dunque, il tempo che ti rimane prima della partenza del tuo volo?

Uno dei corridoi esterni. Rolex, la prossima volta display elettronico, mi raccomando!

 

Ma parliamo dei gate d’imbarco! Innanzitutto, per accedervi devi sperare di sapere da quale partirà il tuo volo, e già questo non è sempre facile perché “onde migliorare il vostro ambiente aeroportuale” <sic> spesso passano ore prima che il numero del gate venga annunciato. Per esempio a luglio, all’andata, ho aspettato tre ore abbondanti prima di scoprire che mi trovavo esattamente dalla parte opposta rispetto a dove mi sarei dovuto imbarcare. Tenuto anche presente che nell’intera struttura ci sono solo quattro tabelloni per gli orari, due al centro del tubone e gli altri due alle sue estremità, e per controllarli devi ogni volta fare i chilometri mi chiedo in cosa, esattamente, consistano i concetti di “migliore” e di “comodo” così come li intendono i responsabili dell’aeroporto.

Ma ecco, finalmente sai che il tuo gate è il 202! Quando, un’ora e mezza prima della partenza (e tu hai aspettato quattro o cinque ore, perché le coincidenze sono il fiore all’occhiello della Emirates) finalmente apre vai lì, mostri al virile inserviente il passaporto e il biglietto, scendi per le scale mobili (i gate si trovano nel piano inferiore) e… e nulla, trovi una stanza grigiastra dove ci sono tantissime sedie, degli imperdibili quotidiani arabi gratuiti (curiosità: li stampano sulla stessa carta che da noi viene usata per i settimanali e pesano un quintale l’uno), un gabinetto per gli uomini, uno per le donne e uno per i disabili (talvolta possono essere rotti) e 3 (tre) prese della corrente così puoi fantasticare di ricaricare la batteria del cellulare che sta morendo (poi ti rendi conto di essere circondato da centinaia di coreani armati di smartphone e caricabatterie e realizzi la vacuità del tuo pur umile sogno). Se mentre sei lì ti vien sete o fame, ti arrangi, visto che non troverai nemmeno una macchinetta del caffè.

“We limit announcements to improve your airport environment”
“Thank you”

 

Ma insomma, alla fine di tutto si parte, e addio!, o arrivederci, Dubai! Ma se invece fossi appena arrivato? Il disorientamento! Qua mi vedo costretto a fare un paragone diretto con l’aeroporto di Incheon. Quando arrivo in Corea, quale che sia il punto dove il mio aereo è atterrato, so sempre come mi dovrò muovere una volta sceso: questo perché l’aeroporto è strutturato in maniera volutamente lineare e ripetitiva, con tutti i percorsi aereo-controllo documenti-reimbarco/raccolta bagagli identici fra di loro e nei quali, conseguentemente, è facile memorizzare il percorso da seguire ed è semplice orientarsi.

A Dubai no: se ad Incheon si passa dall’aereo all’edificio esclusivamente per mezzo di finger, a Dubai possono benissimo decidere di farti scendere dall’aereo anche nel bel mezzo del nulla, così ti godi il passaggio aria condizionata dell’aereo→ 35 gradi di notte all’esterno mentre scendi la scaletta→ aria condizionata dell’autobus→ 35 gradi di notte per entrare a piedi nell’aeroporto→ aria condizionata dell’aeroporto: un toccasana per la salute! Se hai la disgrazia di atterrare in queste condizioni, sappi che l’autobus, dotato peraltro di soli otto posti a sedere e con le finestre oscurate per impedire che si guardi all’esterno, può impiegarci anche 25 minuti per compiere il tragitto aereo-aeroporto.

È però una volta arrivati all’aeroporto che parte il disorientamento di cui sopra: perché a seconda di dove si venga fatti entrare nell’edificio, cambiano ogni volta modalità, orientamenti e direzioni dei controlli bagagli e documenti, con una struttura a tratti labirintica e imprevedibile voluta, immagino, “onde migliorare il vostro ambiente aeroportuale”.

Dubai International Airport: Think Different!


[1] Tra parentesi confesso che, in assenza di qualsivoglia tipo di istruzione, ci ho messo due anni per capire come connettersi: in sostanza, il metodo è quello di aprire il browser, andare su google e aspettare che carichi, in sua vece, la pagina ufficiale dell’aeroporto di Dubai.

Gita in Giappone – Parte 3: la bella Nara

Posted in Arte, Asia Orientale, Giappone, Gite, Pubblica utilità with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 5 dicembre 2011 by patatromb

C’è chi il terzo giorno è resuscitato e c’è chi, come il sottoscritto, il terzo giorno non è riuscito ad alzarsi.

Chi ha letto l’intervento dedicato alla mia visita al Murōji avrà sicuramente fatto caso ai continui riferimenti al denaro consumato durante quella gita. Tali riferimenti, sappiatelo, non sono stati fatti per caso: il punto è che quel giorno le mie spese hanno abbondantemente superato il budget previsto, e questo mi ha costretto a una revisione radicale del piano di viaggio.

Nel dettaglio, mi son trovato a segare una delle due giornate originariamente previste per la mia amata Nara. Tagliate brutalmente cose belle come le visite al Yakushiji, al Kasuga taisha e all’area circostante il Tōdaiji, ho comunque cercato di inserire nel programma del lunedì quante più cose fosse ragionevolmente possibile visitare in una sola giornata.

E sarebbe pure stato un bel programmino solo che, ecco, non mi aspettavo che la mattina non avrei sentito la sveglia delle 7.15; e grazie al cielo che, per puro miracolo, alle 9.30 (ora in cui, in linea di principio, sarei già dovuto essere in quel di Nara) ho avuto la trovata di controllare, benché in stato semicomatoso, l’orologio.

Dopo una doccia a tempo di record e dopo aver saltato a piè pari la colazione, mi sono messo a correre come un deficiente per prendere il primo treno disponibile diretto alla “Capitale del Sud”, ma nonostante l’impegno prima delle undici e mezza al Kōfukuji non ci sono arrivato.

Privacy e la stazione

1: a est!

Il Kōfukuji (興福寺) l’avevo già visitato diverse volte nel 2006, quindi stavolta mi sono recato direttamente al suo Kokuhōkan (国宝館) o Sala dei tesori nazionali, perché ogni volta che in passato avevo cercato di visitarlo ero sempre arrivato o quando era già troppo tardi o quando, per qualche misteriosa ragione, era chiuso al pubblico. La Sala, di fatto un piccolo museo dove sono esposte opere del calibro delle statue in lacca secca raffiguranti i Deva delle otto classi (八部衆) o quelle dei dieci discepoli del Buddha (十大弟子), ospita alcuni tra i più celebri e importanti lavori della statuaria giapponese dell’VIII secolo; stando ai miei appunti di quel giorno, però, l’opera che più mi ha colpito sembrerebbe essere una serie di bassorilievi lignei del XII secolo raffiguranti i Dodici generali celesti (十二神将) dal collo particolarmente simile a quello, di rara bellezza, esibito da Seiya alla sua prima apparizione nel Next Dimension.

L'esterno del Kokuhōkan: è brutto

Un esempio di quello che si trova nel Kokuhōkan (naturalmente è proibito scattare foto)

Generali celesti, longilinei e proporzionati

Seiya, ancora più longilineo e proporzionato

Una volta uscito dal Kokuhōkan mi sono diretto in tutta fretta verso il Museo Nazionale di Nara: a piedi saranno una decina di minuti, ma poi ti fermi a far le foto ai cerbiatti graziosi che ti attaccano per mangiare qualsiasi cosa tu abbia in mano (biscotti, panini, polpette di riso, cartine stradali ecc.) e non arrivi più.

Una delle ragioni principali per le quali ho organizzato in novembre il viaggio che sto qui narrando è la mostra annuale dei tesori dello Shōsōin (正倉院). Lo Shōsōin è il “magazzino” del Tōdaiji: in sostanza si tratta di una struttura dell’ottavo secolo in cui sono conservati preziosissimi (e generalmente inaccessibili) tesori risalenti al tempo in cui Nara era la capitale del Giappone e il Tōdaiji il centro religioso e sociale del paese. Come forse avrete intuito la mostra, in cui viene esposta una ricca selezione di questi tesori, viene organizzata tra ottobre e novembre proprio presso il Museo nazionale di Nara.

La mia volontà di far visita alla mostra era ferrea, ma così ferrea che appena vista la fila davanti al museo e (sulla scorta di esperienze pregresse) stimato in due ore il tempo di attesa per l’ingresso, ho girato i tacchi e mi sono messo alla ricerca di un posto decente dove mangiare qualcosa prima di spostarmi verso ovest. Alle 13.20 venivo delle signore di mezza età mi accoglievano cordialmente nel loro grazioso locale nei pressi della stazione ferroviaria, servendomi un gustoso set di cotoletta impanata su un letto di riso e uovo più udon: il pancino ancora ringrazia.

Una giapponese l'ha definito "di gran classe"

Altre bestie che non fanno altro che mangiare

2: a ovest!

Un’ora e mezza dopo mi trovavo di fronte all’ingresso del Tōshōdaiji, intento a maledirmi per essermi dimenticato di scendere alla fermata autobus corretta: ‘ché per distrazione ero sceso allo Yakushiji (薬師寺). Solo che io volevo vedere il kondō del Tōshōdaiji (唐招提寺), ‘ché è recentemente tornato visibile dopo anni di restauro radicale (del tipo che quando avevo visitato il luogo nel 2006 la Sala in questione fisicamente non esisteva proprio). La distanza tra i due monasteri, che ho dovuto ovviamente coprire a piedi, è di circa un chilometro e mezzo, i.e. una ventina minuti di camminata. Come che sia, cari lettori, andate anche voi a visitare il Tōshōdaiji, non fate gli stupidini che saltano un luogo tanto bello da visitare!

[Spulciando le foto della mia prima visita al monastero e confrontandole con quelle di quest’anno mi sono reso conto di quanto la mia prospettiva storico-artistico sia mutata nei cinque anni passati, con lo stūpa di Ganjin che da comparsa casuale è diventato il principale soggetto delle mie foto (che naturalmente sono venute tutte o troppo scure o troppo mosse).]

Dove in lontananza si intavvede il Tōshōdaiji

Dove si vede il kondō post restauro

La piattaforma per le ordinazioni (dei monaci, lo preciso prima che mi si rivolgano domande stupide)

Fiori bellissimi al Tōshōdaiji

Bella foto dove, se vi impegnate, riuscite a intravvedere lo stūpa di Ganjin

Cos’ho fatto dopo il Tōshōdaiji? Ah, sì, il Saidaiji! Il Saidaiji (西大寺) è il fratello sfigato del Tōdaiji, quello dove non va nessuno perché “tanto non c’è nulla di interessante da vedere”. In realtà vi sono conservate pregiatissime opere risalenti per lo più al tredicesimo secolo, quando, in pieno periodo Kamakura, il monaco Eison (叡尊, 1201-1290) ha ricostruito quasi ex novo il monastero (grazie a fulmini, alluvioni e incendi ben poco rimaneva, già all’epoca, delle strutture originariamente volute dall’imperatrice Kōken  nel 764). Segnalo in particolare alcune opere della Sala d’oro quali il ritratto ligneo di Eison, un’eccellente pentade scultorea centrata su Manjuśri del 1302 e uno Śākyamuni in legno del 1249, copia del più celebre Buddha centrale del Seiryōji. Anche se non capite bene quest’ultima frase non importa, ve la spiegherò a dovere nei prossimi giorni.

Magari avrei potuto segnalarvi anche più opere degne di nota, se solo non avessi deciso di farmela dal Tōshōdaiji a qui a piedi. In treno è solo una  fermata (7 minuti, 210 yen), ma “c’è crisi!” e così, per risparmiare quattro spiccioli, sono arrivato al Saidaiji senza fiato e quando mancava appena mezz’ora alla chiusura. Sarà per la prossima occasione!

Saidaiji: la Sala d'oro (ingresso 400 yen)

Saidaiji: Aizendō

Saidaiji: Resti della pagoda orientale e kondō

Saidaiji: coso

Saidaiji: lo Śākyamuni della Sala d'oro

La giornata si è conclusa egregiamente con un melon pan, il celebre snack giapponese col nome messo a caso; dopodiché mi sono addormentato nella vasca, e in un nonnulla era già martedì.

Il leggendario Melon pan, il dolce che non sa di melone

Kansong Art Museum

Posted in Arte, Asia Orientale, corea, Gite, Pubblica utilità with tags , , , , , , , , , , , on 3 novembre 2011 by patatromb

Ovvero, del come non organizzare una mostra. Se si parla di arte coreana, e in particolare di pittura di epoca Chosŏn, non si può trascurare il Kansong Art Museum (澗松美術館) di Seoul e della sua collezione, straordinaria per qualità e quantità.

Kansong Art Museum

Il Kansong tratta del primo museo privato della Corea moderna, fondato nel 1938 con il nome Bohwagak 葆華閣 dallo studioso e collezionista Chŏn Yŏngpil (1906-1962) che, negli anni trenta del XX secolo, raccolse una quantità impressionante di opere d’arte coreane allo scopo di evitare la loro dispersione all’estero (in particolare in Giappone, paese che all’epoca controllava politicamente la penisola coreana e che era avido di beni culturali locali). Nel 1966 il museo ha assunto il suo nome attuale, in memoria di Chŏn (il cui nome d’arte era, appunto, Kansong).

Busto di Chŏn Yŏngpil

La particolarità del museo è che, normalmente, non è aperto al pubblico: vengono infatti organizzate due sole mostre “tematiche” all’anno, una a maggio e una a ottobre, della durata di 15 giorni ciascuna. Ad esempio, dal 15 al 30 ottobre scorsi si è tenuta una mostra che per tema aveva “pittura di genere e di figura” (風俗人物).

All’inizio di questo intervento dicevo “come non organizzare una mostra”, vediamo dunque a cosa mi riferisco. Innanzitutto avrete notato che ho scritto “tematiche” virgolettato, questo perché la selezione e la disposizione delle opere è in realtà piuttosto libera, con lavori di artisti, soggetto e epoche completamente differenti esposti assieme con chissà quale logica. Ad esempio, il ritratto del letterato Kim Wonheng (金元行, 1702-1772), di autore e data ignoti ma per ovvi motivi realizzato non prima della seconda metà del XVIII secolo era accanto al dipinto noto col titolo di Kima kamhŭng (騎馬酣興, traducibile grossomodo come “Un’allegra cavalcata ubriaca”) di Yun Tusŏ (尹斗緖, 1668-1715), importante artista morto quando Kim Wonheng era ancora un ragazzino.

Ritratto di Kim Wonheng

L'allegra cavalcata!

L'allegra cavalcata!

 

Le opere, inoltre, sono esposte in delle ridicole teche di 30 o 40 anni fa, che cascano letteralmente a pezzi e il cui vetro ondulato distorce completamente l’aspetto del dipinto. A questo si aggiunge la totale assenza di dispositivi di protezione e conservazione delle opere: sottili e delicati pezzi di carta che a volte arrivano anche ad avere 600 anni sono assurdamente esposti alla luce solare, al calore e all’umidità, un orrore che nel XXI secolo trovo francamente incomprensibile.

"Monaco che si diverte osservando dipinti"

Questo per quanto riguarda quello che succede dentro. Perché fuori le cose non vanno certo meglio. Dato che è aperto per sole quattro settimane all’anno, nel periodo delle mostre la gente accorre al museo in numero insostenibile, creando così all’esterno dello stesso delle file impossibili da descrivere a parole; file che rendono insostenibile la vita di chi abita lì vicino e che, soprattutto, mettono a serio rischio la sicurezza e la salute di chi decide di mettersi pazientemente in coda. Qui di seguito inserisco quindi due video, da me girati quando sono andato a vedere la mostra domenica scorsa, assieme a una piccola mappa del percorso della fila: spero vi permetteranno di capire meglio di cosa sto parlando (sempre che abbiate pazienza di guardarveli dall’inizio alla fine…)

Sette ore ben spese?

Per la cronaca, sono stato in fila dalle 9.45 (il museo apre alle dieci) fino alle 16.45: sette orette esatte e posso dire di aver avuto fortuna, dato che dopo le 17 non sono più ammessi visitatori. Io per cause di forza maggiore sono andato nell’ultimo giorno della mostra e questo, in parte, spiega l’entità della fila, ma anche durante la settimana l’attesa media per entrare era di non meno di due ore.

Se fuori è un inferno dentro (siamo virtualmente rientrati!) le cose non vanno certo meglio: al di là di quanto ho già detto prima, l’area espositiva è minuscola, con gente che accalcata da tutte le parti, e avvicinarsi alle teche anche solo per pochi secondi è un’impresa. Se pure ci si riesce, poi, lo staff invita a “guardare i dipinti senza fermarsi perché la gente in fila aspetta”.

Una vista del pian terreno

Le opere esposte, va detto, sono senz’altro importanti e di altissimo livello; ma a meno che non siate dei veri patiti di arte dell’Asia Orientale o, in alternativa, dei masochisti, vi consiglierei di pensarci due volte prima di imbarcarvi in una fila eterna che si concluderà in (se va bene) 30 minuti scarsi di visita al museo.

Come cantava un grande artista qualche anno fa, tristezza a palate!

Una volta uscito dal museo mi son gustato una bevanda calda e graziosa

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