Archivio per Foto sfocate

…che per fortuna le parole non si mangiano, ossia Il ritorno dei cartelli: Frammenti di Genio 3

Posted in Asia Orientale, corea, Delizie coreane, Pubblica utilità with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 11 luglio 2015 by patatromb

Nel remoto 2012 ebbi modo di pubblicare ben due popolarissimi!!!!! interventi dedicati alla straordinaria capacità dei coreani di realizzare cartelli che non dovrebbero esistere. Che poi a dirla tutta fino a cinque minuti fa, quando ho controllato le foto ivi pubblicate, ero convinto che fosse passato molto meno tempo, e questo basti a rendere l’idea di quanto mi sia curato di questo blog negli ultimi due/tre anni.
MA! In realtà ho sempre continuato a pensare a Interventi da Seoul, che è tipo mio figlio, anche se io non ho figli e quindi non ho idea di come ci si senta ad averne, ma insomma in questi tre lunghi anni la mia macchinetta fotografica e il mio cellulare hanno continuato a scattare senza sosta foto da presentare a voi, il mio amatissimo e selezionatissimo pubblico (mia mamma, mia sorella e quei due disgraziati che ogni anno finisco qui per qualche sciagurata decisione degli algoritmi di Google); e oggi, finalmente, è arrivato il momento di tornare a pubblicarle!

(. )( .)

Una delle catene di fast-food che preferisco, pur non mangiandoci mai, è senz’altro New York Hot Dog, a garanzia della cui qualità non posso non presentare il seguente scritto, che decorava una vetrina del negozio vicino all’ingresso dell’università Sŏnggyun’gwan di Seoul (negozio che potrebbe non esistere più). Segue traduzione così anche la mamma può apprezzare.

“New York hotdog la salute
degli uomini di oggi che sono
fatti di manzo 100% e apprendono/arrestano
una piccola caloria è garantita
senza che faccia e costruisca
usando un termine di vapore individuale
carnosità della caratteristica è anche più soffice”

Bontà!

The Best Hot Dog in Korea?

Se dopo la scorpacciata a base dell’ottima, sofficissima carne di manzo umana del New York Hot dog doveste avere ancora un po’ di fame, vi suggerisco uno spuntino alla mensa del dormitorio dell’Università di Seoul, quella gestita da Our Home, azienda coreana leader nel campo del servizio ristorazione, nota per lo straordinario rapporto prezzo–qualità (ingiustificatamente alto il primo, pessima la seconda). Se sarete fortunati, potreste trovare della prelibata razza, razza farfalla (in coreano, “zuppa di pesce piccante”).

짬뽕 맛있다~~~~~

Menu Happy Zone! da Our Home si mangia davvero come a casa!

E dopo esserci riempiti la pancia fino a scoppiare, è ora di una buona bevanda per digerire a dovere. Se non sapete dove andare, lasciate che vi consigli un paio di posticini come Dio comanda:

culcom1

Café CulCom, sempre aperto!

Caffé CULatte, un nome una garanzia

Caffé CULatte, un nome una garanzia

Riguardo al menù, beh, ho sicuramente il consiglio giusto per voi: un drink non complicato, tipo ad esempio una buona tazza di brownie o un bel boccale di aceto, e digestione e allegria perenne saranno garantite!

Drink buoni, freschi e non complicati: Caffé, bevanda, torta, brownie, aceto. OK

Drink buoni, freschi e non complicati: Caffé, bevanda, torta, brownie, aceto. OK

2557!

Posted in Asia Orientale, Buddhismo, Pubblica utilità with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 17 maggio 2013 by patatromb
"Presto, venite a lavarmi!"

“Presto, venite a lavarmi!”

Auguri!

Dei bei sogni

Posted in Asia Orientale, Gite, Musica with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 9 luglio 2012 by patatromb

Qualche tempo fa ho fatto un sogno bellissimo che non ricordo assolutamente come iniziava, ma ad un certo punto c’erano i Sick Of It All in Corea per un verosimilissimo tour di cinque giorni e io una sera stavo a chiacchierare amenamente con il cantante, il bassista e una misteriosa ragazza coreana che a quanto pare era l’organizzatrice dei concerti questione. In realtà parlavamo io e il cantante, mentre gli altri due erano muti come una tomba, per quel che mi ricordo.

Io nel 2011 col chitarrista dei Sick Of It All, che nel sogno non c’era.

Come che sia, stavamo andando da qualche parte, o forse eravamo in fuga, a bordo un treno che costeggiava una montagna. Ahinoi, non tutti i dettagli del sogno bellissimo si sono impressi indelebilmente nella mia memoria e dunque le ragioni e la meta del nostro viaggio rimarranno per sempre ignote; ma almeno rimembro con cristallina precisione che, alla mia domanda “dove suonate domani?” il bel cantante somigliante al fidanzato di mia sorella rispondeva qualcosa tipo “ancora non lo sappiamo, però stanotte dormiamo in un campeggio” e a me pareva una risposta più che convincente. Ad un certo punto mi diceva anche che per loro (inteso come “Sick Of It All” in senso collettivo) non esistono cose impossibili, e io gli credevo.

Qualche istante dopo, mentre il nostro veloce motoscafo fendeva le onde di un non meglio precisato specchio d’acqua, il cantante, sapendo che sono italiano, mi chiedeva se sono mai stato a Venezia, al che io coglievo la palla al balzo per farmelo amico rivelandogli che non solo ci sono stato, ma ci ho addirittura vissuto per parecchi anni, quindi se mai dovessero capitare da quelle parti sanno a chi rivolgersi. Spero di avergli lasciato il mio contatto.

Poi ci siamo divisi in due gruppi, io con il bassista da una parte e il cantante con la fanciulla misteriosa dall’altra, salendo a bordo di due cosi tipo tappeti volanti che planavano leggeri e veloci nel cielo notturno. Ricordo che era molto divertente, ma ad un certo punto il mio preziosissimo berretto da baseball, che non ho mai posseduto o indossato in vita mia poiché detesto i berretti più di ogni altra cosa ma nel sogno mi era assai caro, mi volava via a causa dell’elevata velocità con cui ci spostavamo. Un atletico gesto del bassista, congiunto a una manovra acrobatica del coso planante mi permetteva fortunatamente di recuperare il prezioso oggetto, facendomi tornare il sorriso. Grazie, Craig, non dimenticherò quello che hai fatto per me!

Pochi istanti dopo gli altri due ci avvertivano che anche il cantante aveva perso qualcosa di importante, così io e il bassista ci separavamo perché lui fletteva i muscoli si lanciava nel vuoto per recuperare la cosa.

Quel giorno era scoppiata la riva

Vola che ti vola, arrivavo infine alla casa della mia padrona di casa a Venezia, potete vederla nella foto qui sopra (è l’edificio con le tre porticine) ma dovete sapere che stando al mio sogno essa è un maniero gotico alto almeno una trentina di metri, ergo il miglior luogo ove atterrare. Approcciavo il piano più alto dell’edifico con una pregevole manovra circolare che mi permetteva di osservare all’interno dell’edificio, che vi ho riprodotto nello schema qua sotto, così non perdo tempo a descriverlo.

Per il disegno tecnico, non c’è programma migliore di paint

Benché fossimo in pieno giorno, la Signora stava dormendo nella sua stanza, che vedete indicata dalla lettera A. Io, conscio che farmi scoprire in casa dalla signora avrebbe comportato la mia fine, decidevo di atterrare in C, un vano vuoto con una porta apparentemente sbarrata dall’interno, dalla quale in un modo o nell’altro, lo sapevo, sarei arrivato all’uscita e, dunque, alla salvezza. Per i curiosoni, B è un corridoio in cui si  trovano un comodino con del the poggiato sopra e una finestra aperta sulla stanza colla porta sbarrata.

Riuscivo ad atterrare perfettamente, purtroppo controllando se era possibile aprire la porta sbarrata facevo un gran fracasso che svegliava la Signora, la quale iniziava a girare per la casa cercando la fonte di tale rumore dirigendosi proprio verso il luogo in cui mi trovavo io. Terrorizzato, mi nascondevo nell’angolo dietro la porta sperando di non essere scoperto e a quel punto mi sono svegliato tutto sudato, col cuore a mille e colla vescica gonfissima che erano le sei del mattino e avevo dormito sì e no tre orette scarse.

Grazie al cielo in quei momenti di terrore puro ho trovato la forza e la lucidità di buttare giù qualche appunto riguardante il sogno, poi ho fatto la pipì e ho cercato di riprendere sonno; quando mi sono risvegliato un paio d’ore dopo, ovviamente, non ricordavo più niente. Rileggendo i miei appunti ho però realizzato che, negli ultimi tempi, mi stavo strapazzando un po’ troppo e che sarebbe stato meglio iniziare a condurre una vita un po’ più regolare. Cosa che ho anche fatto, così a posto dei Sick Of It All ho iniziato a sognare la mia fidanzatina che mi implora piagnucolosa di comprarle un Big Mac e, sinceramente, non so se ci abbia guadagnato o meno.

Un documento esclusivo: gli appunti manoscritti sui quali il presente intervento è basato

Il nuovo municipio di Seoul

Posted in Asia Orientale, corea, Pubblica utilità with tags , , , , , , , , , , , , , , on 25 maggio 2012 by patatromb

Ve lo ricordate questo link?

L’avevo postato nel lontano ottobre 2011, facendo cenno alla costruzione del nuovo municipio di Seoul, quello che, affermò nel 2008 l’architetto che l’ha progettato, è stato ideato sulla base delle parole chiave “traditions, citizens, future.” Lo stesso, brillante soggetto aveva continuato dicendo “I analysed low-rise horizontal elements, curvaceousness and shades of leaves in our traditional architectural characteristics, and I applied these to the design so I can recall comfortable feelings of old things.”[1]

Bellissime parole, poi però avevo guardato l’immagine del link e avevo iniziato a preoccuparmi. Ne avevo anche parlato con un paio di persone che conosco, e tutti “ma no, non ti preoccupare, vedrai che dal vivo sarà sicuramente meglio che nel disegno!”.

Bellissime parole, poi però in questi giorni, passando da quelle parti, ho finalmente avuto l’occasione di ammirare il nuovo edificio quasi ultimato e quasi completamente spogliato delle impalcature che impedivano di ammirarlo nella sua interezza e ho realizzato che l’architetto è un genio: riuscire a creare una cosa così brutta e totalmente slegata dal contesto generale della Piazza del municipio di Seoul richiede capacità fuori dal comune.

 

Ecco a voi una breve galleria dell’edificio che, tramite l’utilizzo della “curvosità” della tradizione coreana riporta alla mente piacevoli ricordi legati alle cose di una volta (chiedo perdono per la qualità delle immagini, ma col cellulare non potevo fare molto di meglio).

Nostalgia canaglia!

Si noti che l’edificio in muratura in basso a destra fa parte del complesso del municipio. Vi invito ad ammirare l’armonia e la coerenza architettonica che scaturisce dall’accostamento dei due edifici!

Vista frontale, dove si può meglio ammirare l’abbraccio dei due edifici. Elegante come la Minetti al telefono col babbo

Bello davanti, bello di dietro

Municipio by night, vista dal lato est

E questo è quanto.

 

Per consolarmi, penserò al cane rosa.

Un sereno cane rosa


[1] La versione inglese della dichiarazione, originariamente in coreano, appare nella pagina in inglese della wikipedia dedicata al municipio di Seoul e chiedo umilmente perdono per essermene servito. Aggiungo però a mia parziale discolpa che l’ho confrontata con  la versione originale concludendo che alla fin fine come traduzione è quasi corretta e, pertanto, utilizzabilissima in questa sede.

E anche stavolta mi son parato il sedere.

Gita in Giappone – Parte 2: al Murōji

Posted in Arte, Asia Orientale, Giappone, Gite, Pubblica utilità with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 27 novembre 2011 by patatromb

Al Murōji (室生寺) sognavo di andarci fin dai tempi della triennale, quando il professor Calza ci aveva parlato di questo piccolo monastero di periodo Heian abbarbicato tra le montagne nel sud della Prefettura di Nara, famoso soprattutto per la sua pagoda (la più piccola, tra quelle lignee, di tutto il Giappone) e per le sculture del nono e decimo secolo custodite nella sua Sala d’oro (kondō 金堂). Avevo pensato di andarci già nel 2006, quando stavo a Kyōto, ma i non meno di cinque trasferimenti tra treni e autobus e le tre ore abbondanti di sola andata mi avevano al tempo dissuaso dal tentare l’impresa.

Ci era andata, in macchina, una mia malvagia lettrice, senza di me ma con la sua famiglia giapponese, lasciando il mio cuore spezzato dal dolore e dall’invidia; ma stiamo divagando!

Insomma, approfittando del fatto che Osaka è, rispetto a Kyōto, più vicina al villaggio di Murō, lungo il corso del fiume Murō che scorre presso il monte Murō dove si trova il Murōji, stavolta ho inserito a forza il grazioso monastero nel mio programma di viaggio!

Tanto ho detto e tanto ho fatto che, con in mano la discreta monografia di Sherry Fowler dedicata al sito in questione, domenica 13 ho pigliato il treno e sono partito alla volta di…!

La stazione!

Murōguchi-Ōno, questo è il nome della stazione dove bisogna scendere. Si tratta di una fermata della Linea Osaka della Kintetsu persa da qualche parte tra le montagne e il nulla dello Honshū, a 57 km e a un’ora e mezza di viaggio (con il treno espresso) dalla stazione di Osaka Uehonmachi. Il prezzo per il biglietto del treno, 860 yen (8.30€), è tutto sommato onesto, considerato che la tratta è piuttosto lunga.

Quello che è un po’ meno onesto, direi, è il prezzo dell’autobus che dalla stazione ferroviaria porta al Murōji. Per arrivare a quest’ultimo bisogna infatti percorrere una stradina di montagna di circa sei chilometri, un percorso non impossibile da fare a piedi ma che comunque richiede tempo ed energie. Ora, nel villaggio non esiste veramente niente al di fuori del Murōji e quindi capisco che gli abitanti per sopravvivere sfruttino i turisti sparando prezzi improbabili per souvenir e cibarie (le uniche fonti di reddito della zona), però 420 yen (4€ tondi tondi) per dieci minuti scarsi di viaggio in un aromatico autobus dell’anteguerra mi sembrano un po’ esagerati.

Però ammetto che i volantini che pubblicizzano tombe all’interno dell’autobus donano al mezzo quel tocco di eleganza per il quale val la pena di mettere mano al portafoglio.

I potenti mezzi a servizio del Murōji

La mia prima meta una volta sceso dall’autobus è stata il Ryūketsu jinja (龍穴神社), il Santuario dei buchi del drago (sic!), a circa un chilometro verso sud rispetto al Murōji. Secondo le leggende del posto, nelle numerosissime caverne del monte Murō vive da lunghissimo tempo un drago, ai cui poteri benefici (nella tradizione asiatica, il drago è una divinità acquatica, quindi oggetto di particolare venerazione in quanto protettore dagli incendi e portatore di pioggia e quindi di fertilità) è probabilmente legata la fondazione del Murōji stesso, ‘ché i documenti storici lo indicano come sede di numerosi rituali buddhisti legati alla fertilità dei campi e, più in generale, alla pioggia.

Il santuario di cui stiamo parlando, originariamente controllato dal Murōji, è dedicato appunto al culto del suddetto drago e si occupa di gestire le grotte, off-limits per fedeli e turisti, dove il drago risiederebbe. Una (e una soltanto) delle grotte può in realtà essere vista, ma è nascosta da qualche parte lungo una stradina sterrata dietro al santuario e non avevo il tempo materiale per andare a scovarla.

Ryūketsu jinja

Qui si possono lasciare soldini

Dopo la breve visita al santuario mi sono spostato, finalmente, al Murōji. In biglietto di ingresso è di 600 yen, nella media. La peculiarità architettonica del monastero è che, essendo costruito in mezzo alle montagne, è venuta a mancare la possibilità di disporre con regolarità i vari padiglioni che ne formano il garan. È così che, entrati da una Porta dei Re Compassionevoli (Niōmon 仁王門) curiosamente rivolta verso sud-ovest, ci troviamo di fronte a una ripida scalinata che, salendo verso nord, porta a un spiazzo su cui si affacciano il Padiglione di Maitreya (Mirokudō 弥勒堂, XIII sec.) e la succitata Sala d’Oro, la cui sezione più antica risale al nono secolo.

L'ingresso: Niōmon

La Sala d'oro fa capolino dalla scalinata

Dentro è più o meno così (immagine rubata da internet 'ché non si possono fare foto)

Mirokudō visto dal Kondō

Il gruppo scultoreo più famoso/interessante del monastero si trova in questa sala: si tratta di una curiosa pentade lignea formata da due Buddha e tre bodhisattva (datati per lo più al IX e X secolo) che non trova paralleli da nessuna parte[1], frutto di secoli di spostamenti di sculture e fluttuazioni dottrinali.

Per entrare nel kondō era richiesta un’”offerta” di altri 400 yen, giusto per ricordarci che in tutto il mondo religione è sinonimo di danaro. E vabbé, la Sala non sempre è accessibile ai turisti, ci può stare. (Mi hanno pure regalato una straordinaria sacchetta in plastica con le immagini dei Dodici Generali Celesti, ma cosa si può volere di più!)

Superato lo spiazzo e salita un’altra gradinata, ci troviamo di fronte allo Hondō (本堂) o Sala Principale, con la sua notevole coppia di mandala, utilizzati nelle cerimonie di ordinazione Shingon[2], e un Nyōirin Kannon dell’XI secolo come icona centrale. Di fianco a questo padiglione, l’ennesima scalinata ci porta alla pagoda, principale attrazione del Murōji, cui accennavo sopra. Già arcinota almeno fin dagli anni ‘50, è divenuta particolarmente popolare dopo che, nel 1994, un tifone l’ha massacrata brutalmente e si è riusciti a restaurarla più per fortuna che per altro. Il commento del dottorando in storia dell’arte: “è piccola”.

Lo Hondō è piuttosto grosso

La pagoduzza compatta e, sullo sfondo, il tetto dello Hondō

Da qui in poi inizia il delirio: oltre la pagoda parte la via che porta al punto più alto e più “santo” del monastero, l’Okunoin (奥の院), dove si trovano la Sala del ritratto (Mieidō 御影堂) di Kūkai, primo patriarca Shingon giapponese, la Sala per le tavolette mortuarie e un paio di strutture secondarie correlate. Quando dico “punto più alto”, intendo che per arrivarci bisogna farsi una scarpinata di 400 gradini ripidissimi e pericolosissimi, del tipo che se perdi l’equilibrio anche solo per un istante hai sicuramente diritto a uno spazio tutto tuo nella Sala delle tavolette mortuarie di cui sopra.

Peraltro va detto che il problema non è tanto salire quanto scendere e se io, che sono comunque relativamente giovane e in buona salute, alla fine della discesa per la stanchezza mi sono trovato con le gambe che mi tremavano come foglie durante una bufera, mi chiedo come abbiano fatto a discendere incolumi certe nonnine che si sono avventurate lungo quella via poco dopo di me.

L'inizio della salita

Qua si intravede la fine del percorso

La sala del ritratto

Alla fine, attorno le tre, ho lasciato il Murōji. Con l’autobus sono tornato verso la stazione, dove ho scattato qualche foto al Miroku rupestre dello Ōnodera (大野寺), un piccolo monastero a cinque minuti di passeggiata dalla stazione stessa. Quindi ho preso il treno diretto verso l’ultima meta programmata per quel giorno.

Il Miroku rupestre dello Ōnodera, in una foto particolarmente sfocata

Spostandosi di una fermata verso est (altri 120 yen offerti alla Kintetsu) troviamo un villaggio chiamato Sanbonmatsu, del quale si può affermare quanto segue: se a Murō domina il niente[3], a Sanbonmatsu non c’è nemmeno quello. Sennonché gli studiosi hanno stabilito che, con ogni probabilità, una statua di Jizō conservata nel solo tempio buddhista del villaggio faceva originariamente parte della triade (oggi diventata pentade) del kondō del Murōji. In sostanza, una cosa da vedere, ma facendo in fretta ‘ché alle 16.30 le strutture buddhiste giapponesi chiudono.

Per tempo ci sarei pure arrivato, ma una volta sul posto mi sono trovato di fronte a uno spettacolo invero inatteso. Il piazzale antistante il tempio e il tempio stesso, una tristissima costruzione moderna in legno e cemento, era affollato di gente che faceva cose. Non avendo idea di dove stesse la statua che cercavo, ho provato a chiedere informazioni a uno degli astanti, che mi ha risposto: “ah, oggi non si può vedere, stiamo facendo i preparativi per la festa del villaggio”. Poi mi ha voltato le spalle ed è tornato a fare cose. Né, ahimé, è stato di aiuto sfoderare un perfetto sguardo da cerbiatto graziosetto di fronte alle signore che cucinavano: certo, mi hanno sorriso, ma era un sorriso che significava “vattene”.

Non mi è dunque rimasta altra scelta che fare un giro per l’area metropolitana di Sanbonmatsu, scattare qualche foto che conferma l’immagine del Giappone come il paese tecnologico per eccellenza e, infine, sedermi a riposare di fronte al monumento più bello della storia dell’umanità, la Palla Inutile di Sanbonmatsu (non chiedetemi cosa sia, non c’era nessuna targa o spiegazione scritta di sorta).

L'imponente stazione di Sanbonmatsu

Architettura contemporanea a Sanbonmatsu

Esempi dell'influenza di Andō Tadao sull'architettura giapponese

La Palla Inutile di Sanbonmatsu

Verso le cinque, constatato che non c’era più nulla da fare e che si stava facendo buio, ho pigliato il treno e, tempo due ore, ero a Osaka. Però, dato che sono il più intelligente, anziché tornarmene in albergo ho avuto la bella trovata di farmi un giretto per Nanba, la zona dello shopping e dei divertimenti di Osaka sud. Già in treno sentivo che qualcosa non andava ma è stato solo verso le undici, una volta tornato in albergo, che mi sono reso conto che piedi e gambe non mi avrebbero sicuramente retto nei giorni a seguire.

Ho provato a massaggiarmi i piedi, mi sono fatto un’oretta nella vasca da bagno confidando nei poteri curativi dell’acqua bollente, ho guardato programmi musicali fino alle due di notte e poi ho provato a dormire.

Un bell'albergo nei pressi di Nanba

(continua…!)


[1] Da sinistra a destra incontriamo un Kannon a undici teste (十一面観音), un Monju (文殊), il Buddha centrale (attualmente identificato come Śakyamuni ma probabilmente concepito all’origine come Yakushi 薬師), un tozzo Yakushi di data leggermente più tarda e un piccolo Jizō (地蔵). Di fronte a loro, delle statue dei Dodici Generali Celesti datate al XIII secolo.

[2] Il Murōji è attualmente associato allo Shingon.

[3] Escludendo naturalmente il Murōji.

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