Archivio per Kyoto

C’ho i flash

Posted in Fumetti, Giappone, Gite, Pubblica utilità, Wisdom with tags , , , , , , , , , , , , on 22 settembre 2012 by patatromb

Miei cari lettori, mie care lettrici,

vi sarete sicuramente accorti che, recentemente, non ho avuto occasione di aggiornare questo mio modesto blog. Ma non temete, non vi ho né scordati, né tantomeno abbandonati: semplicemente, imprescindibili e improrogabili impegni accademici hanno assorbito e il mio tempo, e le mie forze, sia fisiche che, ed è questo il punto di partenza dell’intervento odierno, psicologiche.

Perché dovete sapere che, dopo due settimane circa passate ininterrottamente davanti al computer a scrivere cose che nessuno vuole leggere, la mia mente ha iniziato a vacillare e ha preso a mescolare il presente con il passato, le informazioni utili con quelle superflue, e così via.

Ad esempio, mentre stavo vergando la mia critica agli studi biografici dedicati ai monaci di epoca Koryŏ, mi è tornato all’improvviso in mente un pasto consumato, una domenica di maggio del 2006, presso il McDonald’s di un piccolo centro commerciale dalle parti di Rokujizō, quartiere nella estrema periferia sud-orientale di Kyōto degno di nota in quanto non c’è assolutamente nulla da vedere: e di colpo erano davanti a me un pasto, un centro commerciale e un intero quartiere che fino all’altro giorno avevo completamente rimosso dalla mia mente (o almeno, ero convinto di averlo fatto). Ora rimembro con precisione persino quello che avevo mangiato e ricordo anche che ero andato da quelle parti per visitare un negozio di libri usati dove ho comprato il fumetto del coniglio col naso lungo e un ciddì dei Polysics, però non ho la minima idea di come mai sapessi che quel negozio esistesse; come che sia, ve lo faccio vedere.

 

 

 

La stessa sera ho avuto un secondo flash dal passato, questo ben più interessante? In sostanza, credo fosse il 2004 o il 2005, e stavamo dando l’esame chiamato “abilità informatiche 2”, un esame tappabuchi (mi pare valesse 3 punti di credito, ma forse erano di meno) dove gli studenti si raggruppavano nella sala computer dell’università e il professore diceva loro: “scrivete col computer una frase a vostra scelta in giapponese”. Se lo facevi, e bastava scrivere cose tipo “mi piacciono i gatti” o “mi chiamo Gino”, avevi passato l’esame. Se non l’avete mai fatto, e immagino che molti di voi non ne abbiano effettivamente mai avuto occasione, sappiate solo che per scrivere in giapponese con il computer basta impostare la tastiera su giapponese e poi digitare le lettere della parola così come si pronuncia (ad esempio, per scrivere inu いぬ, cane, si digita i, n, e infine u. Se proprio si vuole, poi si può selezionare il carattere cinese corrispondente premendo la barra spaziatrice, ed ecco che いぬ diventa 犬). Insomma, non bisogna essere dei dottorandi in informatica per riuscirci.

Ebbene, nel flash mi si sono chiaramente parati davanti tutti i bocciati all’esame. Perché sì, parecchi non sono riusciti a passarlo. Una parte degli studenti, infatti, non ricordando che è possibile impostare la tastiera su “giapponese” ha scritto la frase sì in giapponese, ma utilizzando l’alfabeto latino. I miei preferiti, però, sono gli studenti universitari che, alla richiesta “scrivete una frase” rispondevano scrivendo una singola parola; e mi ricordo ancora con commozione il professore che, paziente, gli ripeteva “scrivete una frase!” e quelli cambiavano la parola, e lui, stavolta un po’ meno paziente, “finché non scrivete una frase non vi faccio uscire da qui!” e quelli giù con un’altra parola ancora.

E mentre disteso nel mio caldo lettuccio rivivevo questi bei momenti per lungo tempo dimenticati, ho ripensato alle associazioni studentesche, alle loro proteste per gli esami di ingresso e i corsi a numero chiuso e alle loro belle parole sul diritto allo studio, e mi son chiesto se diritto allo studio significa far studiare all’università gente che, dopo quasi venti anni passati sui libri, non conosce la differenza tra una parola e una frase. Poi, un secondo prima di addormentarmi, ho avuto un flash nel quale ho ricordato di avere un blog, ed eccomi nuovamente qua tutto per voi!

Gita in Giappone – Parte 6: un giorno ad Arashiyama

Posted in Arte, Asia Orientale, Giappone, Gite, Pubblica utilità with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 15 febbraio 2012 by patatromb

E finalmente riprende, dopo una miriade di mesi, la cronaca della mia oramai non più recentissima gita in Giappone!

Qualora non aveste letto le puntate precedenti (male!), ecco a voi un breve riassunto di quanto scritto fino ad ora:

 

Gita in Giappone – Prologo, dove sebbene sia un prologo narro di come dopo il viaggio ho incontrato un Gundam e ho assistito a una partita di calcio.

Gita in Giappone – Parte 1, dove presento gli alberghi più splendidi di tutta Ōsaka.

Gita in Giappone – Parte 2: al Murōji, dove racconto di come sono stato scacciato da dei contadini intenti a preparare una sagra.

Gita in Giappone – Parte 3: la bella Nara, dove sbaglio tutti i trasferimenti ma arrivo lo stesso dappertutto e alla fine mangio un meronpan.

Gita in Giappone – Parte 4: il Daigoji, il Tōji e il panino del Mos, dove bevo del caffè al the verde, mangio un delizioso panino e, nel tempo che mi avanza, visito alcuni luoghi registrati come Patrimonio dell’Umanità.

Gita in Giappone – Parte 5: lo Shitennōji e altre amenità di Ōsaka, dove visito Disneyland e acquisto il più bel fumetto della storia.

 

Questo per quanto riguarda quello che già sapete: ma per il resto? Prima di ripartire per Seoul=casa, mi avanzava infatti ancora un giorno; un giorno da spendere in quel di Arashiyama, l’area nord ovest di Kyōto che i miei lettori più attenti dovrebbero aver già sentito nominare qualche tempo fa. La zona in questione è tra le più belle di Kyōto, sia dal punto di vista naturale che da quello artistico-culturale, ma soprattutto è il luogo in cui, quando il tempo è bello, i giapponesi si ammassano come polli in un allevamento intensivo e buttano il proprio denaro in souvenir e cibo venduto a prezzi improponibili (tipo che alle bancarelle chiedono 500 yen per sei takoyaki[1]).

Qua si intravvedono alcune delle bancherelle dai prezzi assurdi. Stando a quanto mi racconta la mia amica, hanno stretti rapporti con la yakuza (paura!)

Ci sono molti modi per arrivarci: in autobus, col trenino, con l’automobile, in bicicletta, a piedi, con il teletrasporto e via dicendo. Occhio se ci andate con l’autobus, perché l’area dove si può girare con l’abbonamento e il biglietto giornaliero finisce, guarda caso, proprio prima della fermata principale di Arashiyama: i giapponesi mica sono fessi e se possono fare qualcosa per spillare più soldi al viaggiatore, non ci pensano su due volte.

Questi atletici ragazzi giapponesi non si sono fatti spillare soldi per arrivare in zona

Io personalmente sono arrivato in zona col trenino (linea Hanykū Arashiyama 阪急嵐山線: per arrivare al cuore dell’area si scende al capolinea e, dirigendosi verso nord, si attraversa il ponte sul fiume Ōi), ché da Ōsaka è il mezzo più comodo. O meglio, noi personalmente, visto che mi ero fatto convincere a partire non da solo ma assieme alla mia ospite giapponese e il suo fidanzatino cinese. “Da quelle parti abita anche un mio amico, potremmo incontrarci e mangiare tutti assieme!”

Questa decisione non è stata priva di conseguenze: è sbalorditivo constatare quanto poco gliene freghi ai giovani asiatici dei luoghi di interesse storico-artistico e culturale. Per questa ragione, il Tenryūji (天龍寺), che nei miei piani doveva essere la prima delle tre mete previste per quel giorno, l’ho visto solo da fuori (e meno male che l’avevo già visitato nel 2006). Qualche giretto nei sub-templi del monastero però me li sono fatti, sebbene per la maggior parte siano di interesse scarso-nullo.

Hankyu Arashiyama, la stazione graziosa

Panoramica sul lungofiume (?) di Arashiyama

Io ben pettinato mentre mangio una crocca

All'ingresso del Tenryūji

id.

Il giardino del Tenryūji in una rara foto di repertorio

Essendosi nel frattempo fatto mezzogiorno, ci era venuta fame. Vagando alla ricerca di un posto dove mangiare a prezzi umani siamo capitati nel celeberrimo boschetto di bambù di Arashiyama, dove scorrazzano giulivi (?) gli schiavi del risciò e dove si trovano il cimitero associato al Tenryūji e il Nonomiya Jinja (野宮神社), il santuario shintoista presso il quale, in epoca Heian, le principesse imperiali scelte per servire al santuario di Ise erano tenute a passare un periodo di purificazione, e vorrei vedere se riuscirebbero a purificarsi anche al giorno d’oggi, con la mandria di umani che passa quotidianamente da quelle parti.

Uno dei tanti sub-templi del Tenryūji

Un altro dei tanti sub-templi del Tenryūji

Gente a spasso

Il succitato cimitero

 

La seconda, nonché la principale, meta programmata era il Seiryōji (清涼寺). Sulla carta il Seiryōji è vicinissimo al succitato Tenryūji e dunque, su mia proposta, ci siamo andati a piedi: ma sulla carta anche il Saidaiji era vicinissimo al Tōshōdaiji, eppure chi ha letto la parte 3 di questa cronaca sa bene come era andata a finire in quell’occasione.

Ora, sebbene la zona circostante il Tenryūji (il cuore di Arashiyama) sia zeppa di ristoranti dai prezzi stravaganti, ho constatato con sorpresa che nel resto dell’area sono del tutto assenti non solo ristoranti, ma persino supermercati e convenience store (e mi chiedo come la gente del quartiere faccia per vivere). Come risultato, al Seiryōji siamo arrivati che era già l’una e mezza, con le gambette tremolanti e con le pance che parevano per il vigore con cui protestavano black bloc greci.

Quando le speranze di trovare ristoro erano ormai perdute, il miracolo! Proprio nella strada che fronteggia la Porta dei Re Benevoli (Niōmon 仁王門) del Seiryōji si è infatti materializzato un ristorantuzzo in cui, malgrado la posizione di assoluto monopolio di cui il locale gode, non chiedono l’equivalente 15 euro per un piatto di spaghetti in brodo; e poco importa se abbiamo dovuto aspettare mezz’ora prima di ottenere un posto a sedere, nelle condizioni in cui eravamo saremmo stati felici pure se ci avessero servito zuppa di muco fredda.

L'ingresso del Seiryōji visto dall'ingresso del ristorante

Potenti mezzi a disposizione della religione

Il sorriso sincero di chi è candidato sindaco!

E così, quando erano già passate le due e si era finalmente satolli, ci siamo diretti verso l’ingresso del Seiryōji: se volete conoscere il seguito delle mie vicende, continuate a seguire il fantastico “Interventi da Seoul”, ‘ché pure stavolta mi sono dilungato più del previsto ed è ora di fare la nanna.


[1] Altrove il prezzo si aggira attorno ai 300 yen.

La prima statua del Buddha – Pt.2

Posted in Arte, Asia Orientale, Buddhismo, Gite, Pubblica utilità with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 20 gennaio 2012 by patatromb

Prima delle vacanze ci eravamo lasciati con il buon Chōgen che, a Kaifeng, decideva di finanziare impegnando tutti i suoi averi una copia di quella che, a quanto gli avevano detto, era la prima statua del Buddha. Ebbene, il suo proposito va a buon fine e, nel 985, la scultura è finalmente ultimata; il nostro caro monaco può così finalmente mettersi in cammino per tornarsene a casa e ivi fondare un monastero centrato sulla sua nuova statua. L’idea di Chōgen era, in effetti, quella di creare un luogo di culto espressamente dedicato al Buddha storico Śākyamuni (nel Giappone dell’epoca iniziava a prendere prepotentemente piede l’amidismo che a Chōgen, figlio dell’ambiente tradizionalista/conservatore del Tōdaiji, non è che andasse proprio a genio) il cui nome, Seiryōji (清涼寺), avrebbe ripreso quello del Qingliangsi (清涼寺), un importante monastero del monte Wutai particolarmente caro al Nostro.

Solo che le cose non vanno esattamente come lui sperava e, per parecchi anni (precisamente dal 987, anno in cui il buon monaco riesce finalmente a rimettere piede in terra natia, al 1022, sei anni dopo la sua morte) la scultura rimane parcheggiata presso il Rendaiji (蓮台寺), un monastero sotto il diretto controllo dello stato sito non lontano dal Palazzo Imperiale. Nel 1022, finalmente, i discepoli dell’ormai defunto Chōgen convincono l’imperatore (o chi per lui) a farsi restituire la scultura, piazzano l’immagine in questione nella sala principale di un piccolo tempio privato chiamato Seikaji (棲霞寺) e cambiano il nome di quest’ultimo in Seiryōji. Sotto questo nome il monastero diventerà, in periodo Heian, uno dei principali centri religiosi dell’area di Saga-Arashiyama.

Il Buddha del Seiryōji

Il Seiryōji engi (清涼寺縁起), cronaca ‘ufficiale’ del monastero datata al 1515, offre una versione un po’ differente della storia del nostro Buddha in legno di sandalo, nel senso che, stando a questo documento, l’immagine del Seiryōji non sarebbe la copia fatta creare da Chōgen, bensì l’originale “indiano”!! Com’è possibile? L’Engi ci racconta che, una volta ultimata, la copia viene temporaneamente posta accanto a quella originale; quest’ultima, vogliosa di andare in Giappone (come la capisco!) convince l’altra a scambiarsi di posto nottetempo, tanto sono uguali e nessuno se ne accorgerà! Detto fatto, le due statue si sostituiscono di ruolo e i cinesi, ignari di tutto, si trovano da un giorno all’altro a venerare a loro insaputa una semplice copia della preziosissima immagine del Buddha!!
[Non solo la statua è furbacchiona, ma ha anche un cuore d’oro: un altro documento ci spiega infatti che, quando il babbo di Kumārajiva (nella sua fuga verso Kucha) se la prendeva ogni giorno sulle spalle per trasportarla, di notte era lei che pigliava su il monaco per fare prima ad arrivare a destinazione! Ma stiamo divagando…!]
E insomma, per un sacco di tempo quelli del Seiryōji convincono sé stessi e i fedeli che sono loro a conservare e offrire protezione alla statua di Udayāna. E va detto che i loro sforzi incontrano un certo successo: non solo per secoli si continuò a creare copie di questa immagine (se vi ricordate, ne avevamo incontrata una al Saidaiji di Nara) ma, a tutt’oggi, il monastero è noto più con il nome di Shakadō (釈迦堂, Sala di Śākyamuni) che non con quello ufficiale, con la statua del Buddha che viene a significare l’intero spazio sacro.

Poi nel 1954 la scultura viene aperta per esaminare gli oggetti in essa contenuti (perché le sculture buddhiste, almeno in Asia orientale, contengono quasi sempre degli oggetti, di cui vi parlerò un’altra volta) e nell’occasione si scopre un documento che, se da un lato conferma che quella che ancora oggi è conservata nell’incantevole monastero di Kyōto è effettivamente l’immagine creata in Cina su richiesta di Chōgen, dall’altra fa a pezzi tutta la bella storia dei Buddha che si scambiano di posto e conseguenze varie.
La scoperta di questo documento, peraltro, non impedisce al monastero di esporre a tutt’oggi, nello stesso padiglione dove è possibile ammirare la nostra (bella) scultura, un simpaticissimo dipinto in cui ne è raccontata a mo’ di fumetto tutta la storia, dalla sua creazione fino al suo arrivo in Giappone, con tanto di vignetta in cui lei e la copia gemella si scambiano nottetempo di posto passeggiando amabilmente nella sala in cui sono alloggiate. In ogni caso, di questo e delle altre cose che è possibile incontrare al Seiryōji parlerò nell’ultima (?) parte della serie “Gita in Giappone”, che in origine doveva essere questo intervento, poi mi sono un attimo lasciato prendere la mano e pazienza, magari la prossima sarà la volta buona!

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