Archivio per pagoda

Tutti a Ch’ŏrwŏn!

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Due domeniche fa, era una bella, profumosa giornata primaverile, gli unici passeggeri della corriera diretta verso Ch’ŏrwŏn erano il sottoscritto, il giovane K.Y.W. (noto anche come il ragazzo dagli occhi protrusi) e alcune solitarie ragazzette pensierose. Sorge spontaneo chiedersi perché mai, in una così raidosa giornata, delle fanciulle nel fiore degli anni dovrebbero dirigersi verso un desolato, spoglio e decrepito paesotto del Kangwŏn-to a quattro passi dal confine con la Corea del Nord. ‘Sicuramente seguivano te e il baldo K.Y.W. (noto anche come il ragazzo dagli occhi da cerbiatto)’, avrete probabilmente pensato voi che leggete: tuttavia la risposta più ovvia, ahinoi, non sempre è quella corretta.

Il giovane K.Y.W. a bordo di un'affollata corriera

Il giovane K.Y.W. a bordo di un’affollata corriera

Da quapparte in Corea

Da quapparte in Corea

Come ho già avuto modo di notare in precedenza, Ch’ŏrwŏn è ben vicina al confine con la riottosa sorella socialista della Corea del Sud e tutta la zona che la circonda è conseguentemente (e comprensibilmente) piena zeppa di basi militari, basi militari che a loro volta sono piene zeppe di gagliardi soldati di leva che si addestrano a spezzar le reni agli empi sudditi di Kim Chŏngŭn (=Kim Jong-un)! Prima di partire per il servizio militare (che in queste terre dura ben due anni) alcuni di loro avevano trovato la fidanzatina e, tra questi, i più fortunati erano riusciti a non farsi lasciare al momento della partenza. Le nostre compagne di viaggio, lo avrete a questo punto oramai capito, sono alcune di quelle fidanzatine, donne modello che non solo sono tanto pazienti da attendere un lungo biennio prima di poter riavere indietro il loro principe azzurro (nel frattempo divenuto nella maggior parte dei casi un bestemmiatore tabagista amante dell’alcool), ma che sono anche tanto magnanime da sacrificare il loro fine settimana per andare a trovare nel nulla più assoluto suddetto principe azzurro: ad avercene, di donne così!

Una base militare abilmente mimetizzata nell'ambiente

Una base militare abilmente mimetizzata nell’ambiente

Detto questo, sorgerà spontanea un’altra domanda, vale a dire, cosa ci stavano dunque a fare su quell’autobus il buon Marco e il giovane K.Y.W. (noto anche come il ragazzo dallo sguardo che incanta)? ‘Forse andavano a trovare anche loro dei fidanzatini in servizio di leva’, avrà pensato il lettore più smaliziato, lettore che, tuttavia, mi vedo nuovamente costretto a contraddire.

Dovete sapere che, non molto distante da Ch’ŏrwŏn, sorge il Dop’iansa (倒彼岸寺), monastero buddhista ove è conservata una statua in ferro datata al 865, identificata da tutti gli storici dell’arte coreana[1] come un Vairocana in chigwon’in (智拳印, vajra mudrā in finto sanscrito, una roba complicata che non sto a spiegarvi qui perché sennò non finiamo più, in sostanza si tratta di un Buddha assiso che alza le mani all’altezza del petto pigliandosi l’indice della mano sinistra con tutta la mano destra stretta a pugno).

Voi, ne sono moderatamente certo, questa statua non l’avete mai nemmeno sentita nominare ma vi prego lo stesso di credermi quando vi dico che si tratta di una di quelle opere fondamentali che compaiono in tutti i libri di storia dell’arte coreana. Noi due maschietti, lo avrete a questo punto oramai capito, eravamo diretti verso il Dop’iansa che per inciso è, visto il luogo dimenticato da Dio in cui sorge, uno di quei posti che tutti conoscono ma che nessuno ha mai visitato.

Il glorioso terminal del villaggio di Tongsong, capolinea della corriera

Il glorioso terminal del villaggio di Tongsong, capolinea della corriera

Un pensiero gentile rivolto a tutte le coppiette separate dalla naja

Alle spalle del terminal, un pensiero gentile rivolto a tutte le coppiette separate dalla naja

Il nostro pranzo

Il nostro pranzo

Prima di andare ad ammirare la statua di cui sopra, tuttavia, ne abbiamo approfittato per fare una capatina all’altro monumento di Ch’ŏrwŏn, il Nodongdang-sa (勞動黨舍), cioè l’Ufficio del Partito dei Lavoratori. Con “Partito dei Lavoratori” ci si riferisce ovviamente al Partito dei Lavoratori della Corea del Nord, ‘ché nel 1946, quando questo edificio venne eretto, qua era tutta terra comunista! Ai tempi  della Guerra di Corea gli ammeregani e i loro alleati sudcoreani si erano convinti che qua dentro ci fosse chissà cosa, concentrando così (con successo) tutta la loro forza per la presa dell’”Ufficio” in questione. Ora è tutto in rovina, colle pareti completamente crivellate di colpi e la scalinata di accesso sbriciolata dai cingoli di un carro armato, e chissà all’epoca quanti morti L.

Il Nodongdang-sa. K.Y.W. si è lamentato che col bel tempo perde tutta l'aura di malvagità che dovrebbe avere

Il Nodongdang-sa. K.Y.W. si è lamentato che col bel tempo perde tutta l’aura di malvagità che dovrebbe avere

Come ben sapete, i coreani (del Sud) tendono a smantellare qualsiasi edificio non gli vada ideologicamente a genio, dunque come mai questo Nodongdang-sa è ancora in piedi? La risposta, stando al giovane K.Y.W., è che da una parte l’edificio viene sfruttato in funzione propagandistica (“guardate! I cattivi comunisti qua dentro facevano cose cattivissime! BRR!”), dall’altra bisogna tenere presente che, fino alla fine degli anni ’80, l’accesso a tutta l’area a nord di Ch’ŏrwŏn City era interdetto ai civili, ergo non c’era né la necessità di, né la manovalanza adatta a demolire l’edificio che, nel frattempo, è stato registrato come bene culturale e quindi resterà qui finché regge.

Tatatatatà! Una colonna che, pur se crivellata di colpi, non si è piegata al nemico!

Tatatatatà! Una colonna che, pur se crivellata di colpi, non si è piegata al nemico!

Uno sguardo dal retro

Uno sguardo dal retro

Ecco cosa succede a salire le scale col carrarmato

Ecco cosa succede a salire le scale col carrarmato

La trafficata strada da e per il Nodongdang-sa

La trafficata strada da e per il Nodongdang-sa

Al Nodongdang-sa ci siamo arrivati nella maniera più comoda e veloce possibile, vale a dire in tassì, mentre da qui al Dop’iansa ce la siamo fatta a piedi (tanto sono solo tre chilometri!). Lungo la strada ci siamo casualmente imbattuti nelle rovine di un altro edificio “storico”, la Chiesa metodista di Ch’ŏrwŏn, fondata del 1936 e andata distrutta nemmeno una ventina di anni dopo, ovviamente ai tempi della solita Guerra di Corea. Io e il giovane K.W.Y. abbiamo approfittato della fortuita scoperta per scattare alcune pregevoli fotografie che potete di seguito ammirare.

Io in una delle mie pose migliori

Io in una delle mie pose migliori

Il giovane K.Y.W. in una delle sue pose migliori

Il giovane K.Y.W. in una delle sue pose migliori

Spettacolare foto con effetto

Spettacolare foto con effetto

Il monumento in tutta la sua imponenza

Il monumento in tutta la sua imponenza

Risaie

Risaie

Ci siamo quasi

Ci siamo quasi

Un’ora dopo, sudati, assetati e sfiancati dall’inaspettatamente afosa aria di queste terre selvagge  delle risaie di Ch’ŏrwŏn, siamo arrivati al Dop’iansa. Oltre al Vairocana in ferro di cui vi ho già parlato, presso il Dop’iansa si trova anche un altro famoso monumento antico, una pagoda il pietra di cui non si sa niente di preciso e che per questo motivo viene ritenuta da tutti coeva alla nostra cara statua (sì, non c’è logica dietro a questa tecnica di datazione). I vari libri se la sbrigano descrivendola come uno dei massimi capolavori nel suo genere, glissando inspiegabilmente sul curioso senso di instabilità che ne emana, ma tant’è. La pagoda è da qualche anno salita alla ribalta (!) perché in essa sono stati avvistati a più riprese (!!) i BODHISATTVA AUREI (!!!), che non ne sapevo niente e all’inizio mi sono tutto eccitato ma poi ho scoperto che in realtà si tratta di una coppia di ranocchi <sic> che di tanto in tanto sbuca da una fessura della pagoda.

Il Dop'iansa. Al momento gli edifici 1, 3 e 13 non esistono

Il Dop’iansa. Al momento gli edifici 1, 3 e 13 non esistono

Ingresso al monastero

Ingresso al monastero

La pagoda del Dop'iansa e una vecchia maledetta che si è infilata nella foto proprio al momento giusto

La pagoda del Dop’iansa e una vecchia maledetta che si è infilata nella foto proprio al momento giusto

La base della pagoda. Da qui quando gli va spuntano i bodhisattva aurei

La base della pagoda. Da qui quando gli va spuntano i bodhisattva aurei

Dopo le foto di rito alla pagoda abbiamo fatto una capatina all’ufficio amministrativo/negozietto e abbiamo chiesto alla signora che vi lavora:

“Dai, ci fai fare le foto alla statua??”

e lei “Ma non si può”.

“E su, guarda che occhioni ha K.Y.W.” e a queste parole, e grazie a quegli occhi, ella infine si sciolse, accordandoci il tanto agognato permesso (in realtà le abbiamo detto altre cose che per motivi di ordine pubblico non posso rivelarvi) (non è vero, le abbiamo semplicemente fatto notare che ci occupiamo di storia dell’arte buddhista e volevamo fare delle foto per motivi di studio) (apro un’ultima parentesi, così, a caso).

Quel giorno la sorte era evidentemente dalla nostra perché non solo abbiamo ottenuto senza particolare fatica il permesso per fotografare la statua (di solito è severamente proibito) ma soprattutto perché, essendo il padiglione in cui essa è normalmente esposta in fase di restauro/ricostruzione, la pregiata icona è stata temporaneamente ricollocata in un piccolo padiglione prefabbricato certo orrido, ma che ci ha permesso di avvicinarla in una maniera che sarebbe stata altrimenti impossibile, e le foto che abbiamo scattato sono lì a testimoniarlo. Peccato che non possiate vederle anche voi, ah!

Il padiglione prefabbricato

Il padiglione prefabbricato

Il nostro caro Vairocana

Il nostro caro Vairocana

Un profilo maestoso

Un profilo maestoso

Poi niente, si è fatta una certa ora, così abbiamo chiamato un tassì, siamo tornati a Ch’ŏrwŏn e da lì nuovamente a Seoul in corriera, e questo è quanto.

Un ultimo saluto!

Un ultimo saluto prima di tornare a casa!

Detta con franchezza, dubito che qualcuno di voi lettori vorrà mai avventurarsi in queste lande sperdute, ma se qualcuno non resistesse alla tentazione e non potesse proprio farne a meno, sappia che il metodo più pratico per farlo consiste nel prendere una corriera o dal Seoul Express Bus Terminal o dal Dong Seoul Bus Terminal e prima o poi si arriva (contate dalle due alle tre ore a tratta a seconda del traffico e una cifra variabile tra i 15000 e i 20000 won). E per questa volta è veramente tutto.


[1]Questa cosa la specifico perché io ho un’idea tutta mia riguardo a quest’opera, ma non è questa la sede adatta per discuterla.

Gita in Giappone – Parte 5: lo Shitennōji e altre amenità di Ōsaka

Posted in Arte, Asia Orientale, Giappone, Gite, Pubblica utilità, Wisdom with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 17 dicembre 2011 by patatromb

Tutti a Shitennōland!

Come ricorderete, il mio piano di viaggio originale prevedeva due giornate a Nara ma, per tristi questioni economiche, mi ero infine visto costretto a tagliare una delle due giornate, con tutto ciò che ne era conseguito! È così che il 16 novembre è diventato il “Giorno ufficiale per girare a Ōsaka”; e, se si seguono i consigli degli amici giapponesi, se si gira a Ōsaka bisogna andare allo Shitennōji (四天王寺 Monastero dei Re Celesti), che, ci insegna il cartellone informativo all’ingresso dello stesso, può vantarsi di essere il più antico monastero giapponese ufficialmente riconosciuto, ‘ché il Nihonshoki data la sua fondazione al 593 d.C. Il cartellone prosegue poi con un florilegio di lodi alla lunghissima storia del sito, alla sua importanza nella storia del buddhismo giapponese, alla sua centralità nella cultura della città e via dicendo! WOW.

Quello che invece (casualmente) si dimentica di dire è che di tutta quest’antichità resta unicamente una ventina di tegole che fanno timidamente capolino da una buca scavata nell’area est del garan centrale. Il resto delle strutture principali risale per lo più agli anni ’60 del XX secolo: un’accozzaglia schizofrenica di pacchiani colori pastello e stili nord (per le architetture e alcune statue) e sud-est asiatici (per le pitture murarie e altre sculture) che dona a chi è così furbo da pagare i 300 yen di biglietto di ingresso la sensazione di trovarsi non tanto in un luogo sacro, quanto in un parco giochi tipo Gardaland (dove peraltro avrei tanta voglia di tornare, prima o poi) ma a tema religioso.

La stazione della metropolitana

L'ingresso allo Shitennōji

Una vista del monastero supermegaantichissimo

Alcune delle attrazioni principali del parc...del monastero

Il top del bello è raggiunto dalla pagoda a cinque piani, apparentemente una costruzione lignea non dissimile dalle numerose pagode costruite nel corso della storia giapponese, ma che si rivela in realtà essere una pregevolissima struttura in cemento armato (il più bello dei materiali da costruzione) al cui interno troviamo due rampe di scale a chiocciola in solido acciaio. Salendo al piano più alto troviamo una teca con un reliquiario che, in questa posizione “elevata”, non solo ribalta totalmente la concezione architettonica originale della pagoda (le reliquie del Buddha, normalmente non visibili, si trovano sotto le pagode, in linea con il pilastro centrale che qua, naturalmente, è assente) ma che, soprattutto, suggerisce un’idea di “ascensione” prettamente cristiana e totalmente avulsa dal pensiero buddhista. Un BRAVI! di cuore a chi ha ideato e progettato questo capolavoro irripetibile dell’architettura religiosa mondiale!

La pregiata pagoda

Il reliquiario dello Shitennōji

 

Peraltro, la struttura storica più interessante del complesso, il Gansan Daishi-dō (元三大師堂, 1618), un sub-tempio dedicato al patriarca Tendai Ryōgen (912-985), viene completamente ignorato dal nostro fidato cartellone, cosicché praticamente nessuno passa da quelle parti a meno che non gli passi per la testa di farsi un giro nel cimitero che lo circonda (e ci sarebbe molto da dire a riguardo).

Folla di visitatori al Gansan Daishi-dō

 

Se doveste capitare da queste parti vi consiglio di fare magari un salto allo Aizendō (ufficialmente si chiama Shōman’in Aizendō, 勝鬘院 愛染堂) e di dare un’occhiata al suo Tahōtō (多宝塔[1]) datato al 1594. Si trova a non più di una decina di minuti a piedi dallo Shitennōji in direzione nord-ovest nascosto in una foresta di appartamenti, alberghi a ore e sottotempli dello Shitennōji (per lo più contemporanei e per lo più a uso funerario). Non per altro, ma il Tahōtō in questione, oltre ad essere un pregevole esempio di architettura del XVI secolo, è anche la costruzione più antica di Ōsaka e, si sa, vecchio è bello!

Il periodo migliore per visitare il luogo è la settimana a cavallo tra giugno e luglio quando, in occasione dello Aizen-matsuri (愛染祭り), le porte della pagoda, generalmente inaccessibile, vengono aperte e le immagini al suo interno esposte al pubblico.

Il Tahōtō dello Aizendō

la lapide di Doraemon?

 

Da lì, se proprio volete ritornare a un delirio post-moderno in stile Shitennōji, potete passare per l’Ōe jinja (大江神社), il santuario shintoista che si trova giusto di fianco all’ingresso dell’Aizendō,  scendere dalla gradinata ovest e godervi la Shitaderamachi (下寺町) in tutta la sua gloria: una fila ininterrotta di un centinaio di templi buddhisti contemporanei dalle forme più disparate e, nei casi più eclatanti, dall’architettura quantomeno azzardata. Consigliatissimo!

La scalinata che porta alla Shitaderamachi

Un sobrio ed elegante esempio di tempio di Shitaderamachi

 

Anche lo Isshinji (一心寺), 10 minuti a sud-ovest dello Shitennōji è divertente: in particolare segnalo i “Re Guardiani Tamarri” al suo ingresso e le statue fatte coi resti dei morti (in sostanza, dalla fine del XIX secolo, ogni dieci anni viene realizzata, con i resti dei fedeli cremati che lo richiedono, un’immagine del Buddha che viene poi esposta in un padiglione apposito).

I Re Guardiani Tamarri

LA RABBIA! LA VIOLENZA!

 

Nel tempo rimanente si gioca coi gatti, si va al Book Off di Shinsaibashi per comprare Iron Muscle e si magna una zuppa cucinata dalla gentile signorina K.A.: gli ingredienti per concludere la giornata nel migliore dei modi possibili.

Gnoppo, il gatto stravaccone

Gnoppo stravaccato

Dormono

Questo era antipatico ed è fuggito prima che riuscissi ad accarezzarlo

Il miglior fumetto della storia

Cucina giapponese

 

(continua e, se Dio vuole, finisce nella prossima puntata!)


[1] Semplificando al massimo, il termine Tahōtō si riferisce a una particolare tipologia di pagoda lignea giapponese, caratterizzata da un primo piano a base quadrata, sormontato da un secondo piano a struttura circolare e da un ampio tetto quadrangolare. All’interno, al primo piano, troviamo generalmente le immagini dei quattro Buddha Dimensionali della tradizione esoterica centrate attorno a quella di Dainichi Nyorai (大日如来, skt. Mahavairocana).

Gita in Giappone – Parte 4: il Daigoji, il Tōji e il panino del Mos

Posted in Arte, Asia Orientale, Giappone, Gite, Pubblica utilità with tags , , , , , , , , , , , , on 8 dicembre 2011 by patatromb

Il programmissimo del martedì prevedeva essenzialmente due cose:

a) abbandonare il pur pregevolissimo Hotel Kansai per spostarmi a casa della gentile K.A., dove sarei rimasto fino all’ultimo giorno di viaggio; e

b) mangiare un panino del Mos.

Siccome il trasferimento a casa della mia amica avrebbe avuto luogo in serata, se ne evince che al Mos avrei dovuto mangiare a pranzo, come è effettivamente accaduto.

Mos Burger, per chi non lo sapesse, è la catena di fast food giapponese buona buonissima e amicicia della natura dove le patatine sono fatte con patate vere e nei panini ci sta una salsa di verdure e non il malsano ketchup con cui c’è chi vorrebbe condire la pizza. Il signor S.F. nel vedere in fotografia un prodotto Mos ha recentemente dichiarato “cos’è sto schifo”, ma era in evidente stato di alterazione mentale e non sapeva di cosa stesse parlando.

Il panino l’ho mangiato nel mio negozio preferito, quello di Shijō a Kyōto[1], dopo giorni di infruttuosa ricerca in quel di Osaka (stando alla guida di viaggio coreana che mi ero portato dietro nei pressi del mio albergo ci sono almeno tre filiali della catena, ma chiaramente gli autori del volume volevano prendersi gioco di me). Impossibile, a parole, rendere la sincera felicità che illuminava il mio cuore mentre consumavo il mio set panino-frittume-bibita gassata. Grazie, signor fondatore del Mos!

La gloria di un pasto da re

La genericità di un pasto qualunque

 

Nei ritagli di tempo prima e dopo il gioioso pasto ho visitato il Daigoji e il Tōji.

Il Daigoji (醍醐寺) sta nella parte sud-orientale di Kyōto, lontanissimo dal centro, e per arrivarci è necessario prendere la metropolitana (linea Tōzai 東西線, stazione Daigo 醍醐, poi segue una passeggiata attraverso un ridente complesso residenziale).

Uscita della stazione: il ridente complesso residenziale

Un parco giochi e l'allegria della giovinezza

 

Il monastero è famoso per la sua pagoda edificata nel 951, a quanto si dice l’edificio più antico attualmente esistente a Kyōto. Tra le cose che rendono famoso il monastero ci sarebbe anche il Sambōin (三宝院), un sub-tempio di epoca Momoyama noto in particolare per il suo giardino e per la sua relazione con Toyotomi Hideyoshi, ma per ragioni di tempo non l’ho visitato. Per quanto riguarda il Daigoji propriamente detto mi vedo costretto ad ammettere che, sinceramente, non ci ho capito molto (il che non necessariamente è un male) e non saprei bene cosa dire a riguardo (e questo, invece, potrebbe essere male). Una nota positiva della visita è che, probabilmente per la prima volta in un monastero “storico” giapponese, ho visto il cortile affollato non solo di turisti, ma anche e soprattutto da comitive di fedeli.

 

Karamon del Sambōin: apprezziamo assieme la sobrietà e il gusto del periodo Momoyama

Un cordiale benvenuto

La pagoda del Daigoji

Fudōdō

Una foto artistica

Io che realizzo di non aver capito nulla del Daigoji

 

Dopo il pranzo sono stato al Tōji (東寺) . Il Tōji, ossia “Monastero orientale” in realtà si chiama Kyōōgokokuji (教王護国寺, qualcosa del tipo “il monastero che difende la nazione attraverso il Re della dottrina”), ma nessuno lo chiamava così nemmeno ai tempi della sua fondazione, nel 796. All’epoca era uno dei due soli monasteri la cui costruzione era stata permessa in quel di Kyōto -o meglio Heian, come la città, allora appena fondata, si chiamava tanti anni fa- e, vista la sua posizione a (sud) est, gli venne affibbiato il nomignolo con cui è tuttora universalmente noto (l’altro monastero, ora scomparso, si chiamava guarda caso Saiji 西寺, “Monastero occidentale”; quando si dice la fantasia!).

C'è scritto Kyōōgokokuji

Il Tōji è noto soprattutto per il suo profondo legame con Kūkai (空海, 774–835), fondatore dello Shingon (真言宗), la principale corrente esoterica del buddhismo giapponese[2]; e in effetti l’opera principale qui conservata è il mandala scultoreo del refettorio dell’839, un gruppo di 21 immagini dalla straordinaria complessità iconografica e dottrinale sul quale esiste una smisurata bibliografia che non sarò certo io a elencarvi o riassumervi.

Io ero andato al Tōji proprio per (ri)vedere questo gruppo scultoreo che tanti anni fa avevo nascostamente cercato fotografare, ma per una fortunata circostanza stavolta ho anche potuto visitare il primo piano dell’enorme pagoda del monastero (costruita nel 1644 è, con i suoi circa 55 metri, l’edificio ligneo più alto di tutto il Giappone). Normalmente non è nemmeno consentito vedere le immagini (scultoree o pittoriche che siano) all’interno delle pagode, pertanto il poter addirittura entrare in questa e godermi le sue statue dei quattro “Buddha dimensionali” e le pitture parietali che ritraggono gli otto patriarchi Shingon da Amoghavajra a Kūkai mi ha assai rallegrato. Il fatto che l’accesso alla pagoda comporti un considerevole aumento del costo del biglietto di ingresso al Tōji (da 600 a 1000 yen, un’enormità) mi ha d’altro canto assai rattristato[3].

La pagoda del Tōji e un'elegante telone

Una delle famose foto balorde del 2006

Una foto per esperti

 

Mentre ero al Tōji ha iniziato a pioviccicare, cosa che non stupisce dato ‘ché a Kyōto pioviccica sempre, e in questo pioviccicare me ne sono andato, rigorosamente a piedi, verso stazione ferroviaria JR Kyōto, il complesso architettonico che con la sua creazione ha ridefinito il concetto di porcata megagalattica, che a certi architetti bisognerebbe macinare le mani e cucire gli occhi nell’istante in cui nascono.

Dentro la stazione di Kyoto

Rintracciata la summentovata K.A., ho mangiato con lei, il suo fidanzatino cinese e il suo amichetto coreano un okonomiyaki dal prezzo indicibile; quindi questa nostra allegra comitiva si è spostata nell’area nell’estremo nord di Osaka, dove K.A. ha base, e ha fatto cose.

Fare cose

Il prodotto dell'anno: caffé al the verde in lattina

 

(continua…)


[1] In realtà, il mio preferito è dalle parti del Fushimi Inari taisha (伏見稲荷大社) ma esigenze narrative mi obbligano a dichiarare altrimenti.

[2] Se vi ricordate, abbiamo già incontrato Kūkai e lo Shingon al Murōji. Se non ve lo ricordate, correte a rileggervi la prima parte della serie “Gita in Giappone”!

[3] Ma per i beni culturali si accetta di buon grado questo e altro.

Gita in Giappone – Parte 2: al Murōji

Posted in Arte, Asia Orientale, Giappone, Gite, Pubblica utilità with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 27 novembre 2011 by patatromb

Al Murōji (室生寺) sognavo di andarci fin dai tempi della triennale, quando il professor Calza ci aveva parlato di questo piccolo monastero di periodo Heian abbarbicato tra le montagne nel sud della Prefettura di Nara, famoso soprattutto per la sua pagoda (la più piccola, tra quelle lignee, di tutto il Giappone) e per le sculture del nono e decimo secolo custodite nella sua Sala d’oro (kondō 金堂). Avevo pensato di andarci già nel 2006, quando stavo a Kyōto, ma i non meno di cinque trasferimenti tra treni e autobus e le tre ore abbondanti di sola andata mi avevano al tempo dissuaso dal tentare l’impresa.

Ci era andata, in macchina, una mia malvagia lettrice, senza di me ma con la sua famiglia giapponese, lasciando il mio cuore spezzato dal dolore e dall’invidia; ma stiamo divagando!

Insomma, approfittando del fatto che Osaka è, rispetto a Kyōto, più vicina al villaggio di Murō, lungo il corso del fiume Murō che scorre presso il monte Murō dove si trova il Murōji, stavolta ho inserito a forza il grazioso monastero nel mio programma di viaggio!

Tanto ho detto e tanto ho fatto che, con in mano la discreta monografia di Sherry Fowler dedicata al sito in questione, domenica 13 ho pigliato il treno e sono partito alla volta di…!

La stazione!

Murōguchi-Ōno, questo è il nome della stazione dove bisogna scendere. Si tratta di una fermata della Linea Osaka della Kintetsu persa da qualche parte tra le montagne e il nulla dello Honshū, a 57 km e a un’ora e mezza di viaggio (con il treno espresso) dalla stazione di Osaka Uehonmachi. Il prezzo per il biglietto del treno, 860 yen (8.30€), è tutto sommato onesto, considerato che la tratta è piuttosto lunga.

Quello che è un po’ meno onesto, direi, è il prezzo dell’autobus che dalla stazione ferroviaria porta al Murōji. Per arrivare a quest’ultimo bisogna infatti percorrere una stradina di montagna di circa sei chilometri, un percorso non impossibile da fare a piedi ma che comunque richiede tempo ed energie. Ora, nel villaggio non esiste veramente niente al di fuori del Murōji e quindi capisco che gli abitanti per sopravvivere sfruttino i turisti sparando prezzi improbabili per souvenir e cibarie (le uniche fonti di reddito della zona), però 420 yen (4€ tondi tondi) per dieci minuti scarsi di viaggio in un aromatico autobus dell’anteguerra mi sembrano un po’ esagerati.

Però ammetto che i volantini che pubblicizzano tombe all’interno dell’autobus donano al mezzo quel tocco di eleganza per il quale val la pena di mettere mano al portafoglio.

I potenti mezzi a servizio del Murōji

La mia prima meta una volta sceso dall’autobus è stata il Ryūketsu jinja (龍穴神社), il Santuario dei buchi del drago (sic!), a circa un chilometro verso sud rispetto al Murōji. Secondo le leggende del posto, nelle numerosissime caverne del monte Murō vive da lunghissimo tempo un drago, ai cui poteri benefici (nella tradizione asiatica, il drago è una divinità acquatica, quindi oggetto di particolare venerazione in quanto protettore dagli incendi e portatore di pioggia e quindi di fertilità) è probabilmente legata la fondazione del Murōji stesso, ‘ché i documenti storici lo indicano come sede di numerosi rituali buddhisti legati alla fertilità dei campi e, più in generale, alla pioggia.

Il santuario di cui stiamo parlando, originariamente controllato dal Murōji, è dedicato appunto al culto del suddetto drago e si occupa di gestire le grotte, off-limits per fedeli e turisti, dove il drago risiederebbe. Una (e una soltanto) delle grotte può in realtà essere vista, ma è nascosta da qualche parte lungo una stradina sterrata dietro al santuario e non avevo il tempo materiale per andare a scovarla.

Ryūketsu jinja

Qui si possono lasciare soldini

Dopo la breve visita al santuario mi sono spostato, finalmente, al Murōji. In biglietto di ingresso è di 600 yen, nella media. La peculiarità architettonica del monastero è che, essendo costruito in mezzo alle montagne, è venuta a mancare la possibilità di disporre con regolarità i vari padiglioni che ne formano il garan. È così che, entrati da una Porta dei Re Compassionevoli (Niōmon 仁王門) curiosamente rivolta verso sud-ovest, ci troviamo di fronte a una ripida scalinata che, salendo verso nord, porta a un spiazzo su cui si affacciano il Padiglione di Maitreya (Mirokudō 弥勒堂, XIII sec.) e la succitata Sala d’Oro, la cui sezione più antica risale al nono secolo.

L'ingresso: Niōmon

La Sala d'oro fa capolino dalla scalinata

Dentro è più o meno così (immagine rubata da internet 'ché non si possono fare foto)

Mirokudō visto dal Kondō

Il gruppo scultoreo più famoso/interessante del monastero si trova in questa sala: si tratta di una curiosa pentade lignea formata da due Buddha e tre bodhisattva (datati per lo più al IX e X secolo) che non trova paralleli da nessuna parte[1], frutto di secoli di spostamenti di sculture e fluttuazioni dottrinali.

Per entrare nel kondō era richiesta un’”offerta” di altri 400 yen, giusto per ricordarci che in tutto il mondo religione è sinonimo di danaro. E vabbé, la Sala non sempre è accessibile ai turisti, ci può stare. (Mi hanno pure regalato una straordinaria sacchetta in plastica con le immagini dei Dodici Generali Celesti, ma cosa si può volere di più!)

Superato lo spiazzo e salita un’altra gradinata, ci troviamo di fronte allo Hondō (本堂) o Sala Principale, con la sua notevole coppia di mandala, utilizzati nelle cerimonie di ordinazione Shingon[2], e un Nyōirin Kannon dell’XI secolo come icona centrale. Di fianco a questo padiglione, l’ennesima scalinata ci porta alla pagoda, principale attrazione del Murōji, cui accennavo sopra. Già arcinota almeno fin dagli anni ‘50, è divenuta particolarmente popolare dopo che, nel 1994, un tifone l’ha massacrata brutalmente e si è riusciti a restaurarla più per fortuna che per altro. Il commento del dottorando in storia dell’arte: “è piccola”.

Lo Hondō è piuttosto grosso

La pagoduzza compatta e, sullo sfondo, il tetto dello Hondō

Da qui in poi inizia il delirio: oltre la pagoda parte la via che porta al punto più alto e più “santo” del monastero, l’Okunoin (奥の院), dove si trovano la Sala del ritratto (Mieidō 御影堂) di Kūkai, primo patriarca Shingon giapponese, la Sala per le tavolette mortuarie e un paio di strutture secondarie correlate. Quando dico “punto più alto”, intendo che per arrivarci bisogna farsi una scarpinata di 400 gradini ripidissimi e pericolosissimi, del tipo che se perdi l’equilibrio anche solo per un istante hai sicuramente diritto a uno spazio tutto tuo nella Sala delle tavolette mortuarie di cui sopra.

Peraltro va detto che il problema non è tanto salire quanto scendere e se io, che sono comunque relativamente giovane e in buona salute, alla fine della discesa per la stanchezza mi sono trovato con le gambe che mi tremavano come foglie durante una bufera, mi chiedo come abbiano fatto a discendere incolumi certe nonnine che si sono avventurate lungo quella via poco dopo di me.

L'inizio della salita

Qua si intravede la fine del percorso

La sala del ritratto

Alla fine, attorno le tre, ho lasciato il Murōji. Con l’autobus sono tornato verso la stazione, dove ho scattato qualche foto al Miroku rupestre dello Ōnodera (大野寺), un piccolo monastero a cinque minuti di passeggiata dalla stazione stessa. Quindi ho preso il treno diretto verso l’ultima meta programmata per quel giorno.

Il Miroku rupestre dello Ōnodera, in una foto particolarmente sfocata

Spostandosi di una fermata verso est (altri 120 yen offerti alla Kintetsu) troviamo un villaggio chiamato Sanbonmatsu, del quale si può affermare quanto segue: se a Murō domina il niente[3], a Sanbonmatsu non c’è nemmeno quello. Sennonché gli studiosi hanno stabilito che, con ogni probabilità, una statua di Jizō conservata nel solo tempio buddhista del villaggio faceva originariamente parte della triade (oggi diventata pentade) del kondō del Murōji. In sostanza, una cosa da vedere, ma facendo in fretta ‘ché alle 16.30 le strutture buddhiste giapponesi chiudono.

Per tempo ci sarei pure arrivato, ma una volta sul posto mi sono trovato di fronte a uno spettacolo invero inatteso. Il piazzale antistante il tempio e il tempio stesso, una tristissima costruzione moderna in legno e cemento, era affollato di gente che faceva cose. Non avendo idea di dove stesse la statua che cercavo, ho provato a chiedere informazioni a uno degli astanti, che mi ha risposto: “ah, oggi non si può vedere, stiamo facendo i preparativi per la festa del villaggio”. Poi mi ha voltato le spalle ed è tornato a fare cose. Né, ahimé, è stato di aiuto sfoderare un perfetto sguardo da cerbiatto graziosetto di fronte alle signore che cucinavano: certo, mi hanno sorriso, ma era un sorriso che significava “vattene”.

Non mi è dunque rimasta altra scelta che fare un giro per l’area metropolitana di Sanbonmatsu, scattare qualche foto che conferma l’immagine del Giappone come il paese tecnologico per eccellenza e, infine, sedermi a riposare di fronte al monumento più bello della storia dell’umanità, la Palla Inutile di Sanbonmatsu (non chiedetemi cosa sia, non c’era nessuna targa o spiegazione scritta di sorta).

L'imponente stazione di Sanbonmatsu

Architettura contemporanea a Sanbonmatsu

Esempi dell'influenza di Andō Tadao sull'architettura giapponese

La Palla Inutile di Sanbonmatsu

Verso le cinque, constatato che non c’era più nulla da fare e che si stava facendo buio, ho pigliato il treno e, tempo due ore, ero a Osaka. Però, dato che sono il più intelligente, anziché tornarmene in albergo ho avuto la bella trovata di farmi un giretto per Nanba, la zona dello shopping e dei divertimenti di Osaka sud. Già in treno sentivo che qualcosa non andava ma è stato solo verso le undici, una volta tornato in albergo, che mi sono reso conto che piedi e gambe non mi avrebbero sicuramente retto nei giorni a seguire.

Ho provato a massaggiarmi i piedi, mi sono fatto un’oretta nella vasca da bagno confidando nei poteri curativi dell’acqua bollente, ho guardato programmi musicali fino alle due di notte e poi ho provato a dormire.

Un bell'albergo nei pressi di Nanba

(continua…!)


[1] Da sinistra a destra incontriamo un Kannon a undici teste (十一面観音), un Monju (文殊), il Buddha centrale (attualmente identificato come Śakyamuni ma probabilmente concepito all’origine come Yakushi 薬師), un tozzo Yakushi di data leggermente più tarda e un piccolo Jizō (地蔵). Di fronte a loro, delle statue dei Dodici Generali Celesti datate al XIII secolo.

[2] Il Murōji è attualmente associato allo Shingon.

[3] Escludendo naturalmente il Murōji.

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