Archivio per soldi

Interventi su Dubai

Posted in Gite, Pubblica utilità, Wisdom with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 27 agosto 2012 by patatromb

In realtà questo scritto doveva intitolarsi “Interventi da Dubai” e avrei dovuto scriverlo mentre attendevo di imbarcarmi sul volo che mi avrebbe riportato in Corea dopo un mese di, mi dicono, vacanze nella ridente Gorizia; solo che in quel benedetto aeroporto, di cui peraltro andrò a scrivervi quest’oggi, la connessione internet funziona bene quanto l’economia mondiale e quindi eccomi a scrivere con diversi giorni di ritardo rispetto al previsto.

Che poi a dirla tutta il ritardo andrebbe quantificato in mesi, ‘ché è a gennaio del 2012 che il signor V. e la signorina M. sua fidanzatina mi chiedevano un’opinione sul celebre scalo arabo, e io in quell’occasione, anziché rispondergli, li rimandavo a leggere il mio blog “tanto lo aggiornerò prestissimo, solo per voi!”. Ma che saranno poi sette mesi! Pensate che tra un po’ è un  anno da che son tornato dal Giappone e ancora devo scrivere l’ultima parte del mio “diario di viaggio”.

E insomma, ecco qua, V. ed M.! Questo intervento lo dedico a voi!

 (. )( .)

Vado subito al punto così i pigri non devono stare a leggere tutta la pappardella inutile! Per riassumere all’osso la questione, l’aeroporto di Dubai è come i prodotti della Apple: fanno sinceramente schifo ma la gente a forza di sentirsi dire che sono fantastici li adora e dice “wow!”

  (. )( .)

E ora, via con la pappardella! In sostanza, l’aeroporto è un grosso budello diviso in tre corridoi, uno centrale bello grosso, luminoso e pieno zeppo di negozi dove i viaggiatori devono spendere i loro soldi, e due laterali, miseri e bigi, dove ci sono gli ingressi ai gate d’imbarco e quattro sedie messe in croce, perché lo scopo ultimo non è quello di offrire un servizio ai viaggiatori, ma costringerli incoraggiarli a fare shopping e ad acquistare i prodotti tipici della tradizione araba, tipo la cioccolata Lindt, le sigarette Marlboro o il whisky Chivas Regal.

L’ingresso del corridoio centrale

 

Vi facevo cenno all’inizio dell’intervento, ci ritorno: l’aeroporto dispone di una praticissima rete wireless gratuita a disposizione dei viaggiatori, utilissima per chi, come il sottoscritto, viaggia portando con sé laptop e/o smartphone: peccato che, naturalmente per purissimo caso, ci sia campo esclusivamente nel corridoio centrale, non fosse mai che uno, comodamente seduto nei corridoi laterali, volesse passare quelle tre o quattro ore prima dell’imbarco di fronte al suo computer senza consumare denaro nell’area shopping[1].

A parte che poi uno per poter trovare un posto a sedere nei due corridoi laterali deve avere una certa dose fortuna (inteso come “la caratteristica più tipica di Shakira”) visto che, a occhio, c’è una sedia ogni sessanta o settanta viaggiatori (però uno può sempre stravaccarsi sul pavimento, eh!).

Vivacità ed allegria nei corridoi laterali: alcuni viaggiatori soddisfatti comodamente seduti sul pavimento in attesa del loro volo!

 

Magari chi ha progettato l’aeroporto ha ritenuto inutile installare un congruo numero di posti a sedere, ma, buon dio!, era davvero necessario limitare anche il numero dei gabinetti? Già di loro sono sgradevoli, sia perché gli indiani che fanno le pulizie ti squadrano ogni volta che entri e ti mettono in soggezione, sia perché il livello dell’acqua nella tazza è molto alto e se devi pulirti il sedere dopo aver fatto la pupù rischi ogni volta di strisciare la mano nelle tue stesse deiezioni, sia perché la suddetta acqua è calda e quindi se ci impieghi più di cinque minuti per fare quello che devi fare gli effluvi ti impregnano il corpo e le vesti; ma doversi fare centinaia di metri per trovarne uno e scoprire, quando magari hai una certa urgenza, che la fila arriva fin fuori o che direttamente è chiuso per manutenzione le scatole, obiettivamente, le fa girare.

Per contratto, almeno due lavandini per ogni bagno non funzionano, e di solito ti accorgi che quello rotto è proprio il tuo quando ti sei già insaponato a dovere le mani.

Ci sarebbero anche delle docce e naturalmente sono sprovviste di qualsiasi cosa necessaria per renderle funzionali: asciugamani che magari potevano pure mettere a pagamento, armadietti dove chiudere i propri bagagli per non lasciarli incustoditi, appendini dove lasciare i propri vestiti mentre ci si lava e altre amenità simili.

Gabinetti a Dubai: il water e un misterioso bocchettone con cui i cinesi spesso si lavano i piedi (sul serio)

Gabinetti a Dubai: il water e il portarotolo, un oggetto dal design raffinato

 

Magari chi ha progettato l’aeroporto ha ritenuto inutile costruire dei servizi igienici decenti ma, buon dio!, era proprio necessario installare esclusivamente orologi a lancette che, quando non dormi da 24 ore, fai fatica a tenere gli occhi aperti, la tua mente è avvolta dalla nebbia del torpore e non capisci nemmeno bene in che fuso orario ti trovi, rendono pressoché impossibile discernere l’ora e, dunque, il tempo che ti rimane prima della partenza del tuo volo?

Uno dei corridoi esterni. Rolex, la prossima volta display elettronico, mi raccomando!

 

Ma parliamo dei gate d’imbarco! Innanzitutto, per accedervi devi sperare di sapere da quale partirà il tuo volo, e già questo non è sempre facile perché “onde migliorare il vostro ambiente aeroportuale” <sic> spesso passano ore prima che il numero del gate venga annunciato. Per esempio a luglio, all’andata, ho aspettato tre ore abbondanti prima di scoprire che mi trovavo esattamente dalla parte opposta rispetto a dove mi sarei dovuto imbarcare. Tenuto anche presente che nell’intera struttura ci sono solo quattro tabelloni per gli orari, due al centro del tubone e gli altri due alle sue estremità, e per controllarli devi ogni volta fare i chilometri mi chiedo in cosa, esattamente, consistano i concetti di “migliore” e di “comodo” così come li intendono i responsabili dell’aeroporto.

Ma ecco, finalmente sai che il tuo gate è il 202! Quando, un’ora e mezza prima della partenza (e tu hai aspettato quattro o cinque ore, perché le coincidenze sono il fiore all’occhiello della Emirates) finalmente apre vai lì, mostri al virile inserviente il passaporto e il biglietto, scendi per le scale mobili (i gate si trovano nel piano inferiore) e… e nulla, trovi una stanza grigiastra dove ci sono tantissime sedie, degli imperdibili quotidiani arabi gratuiti (curiosità: li stampano sulla stessa carta che da noi viene usata per i settimanali e pesano un quintale l’uno), un gabinetto per gli uomini, uno per le donne e uno per i disabili (talvolta possono essere rotti) e 3 (tre) prese della corrente così puoi fantasticare di ricaricare la batteria del cellulare che sta morendo (poi ti rendi conto di essere circondato da centinaia di coreani armati di smartphone e caricabatterie e realizzi la vacuità del tuo pur umile sogno). Se mentre sei lì ti vien sete o fame, ti arrangi, visto che non troverai nemmeno una macchinetta del caffè.

“We limit announcements to improve your airport environment”
“Thank you”

 

Ma insomma, alla fine di tutto si parte, e addio!, o arrivederci, Dubai! Ma se invece fossi appena arrivato? Il disorientamento! Qua mi vedo costretto a fare un paragone diretto con l’aeroporto di Incheon. Quando arrivo in Corea, quale che sia il punto dove il mio aereo è atterrato, so sempre come mi dovrò muovere una volta sceso: questo perché l’aeroporto è strutturato in maniera volutamente lineare e ripetitiva, con tutti i percorsi aereo-controllo documenti-reimbarco/raccolta bagagli identici fra di loro e nei quali, conseguentemente, è facile memorizzare il percorso da seguire ed è semplice orientarsi.

A Dubai no: se ad Incheon si passa dall’aereo all’edificio esclusivamente per mezzo di finger, a Dubai possono benissimo decidere di farti scendere dall’aereo anche nel bel mezzo del nulla, così ti godi il passaggio aria condizionata dell’aereo→ 35 gradi di notte all’esterno mentre scendi la scaletta→ aria condizionata dell’autobus→ 35 gradi di notte per entrare a piedi nell’aeroporto→ aria condizionata dell’aeroporto: un toccasana per la salute! Se hai la disgrazia di atterrare in queste condizioni, sappi che l’autobus, dotato peraltro di soli otto posti a sedere e con le finestre oscurate per impedire che si guardi all’esterno, può impiegarci anche 25 minuti per compiere il tragitto aereo-aeroporto.

È però una volta arrivati all’aeroporto che parte il disorientamento di cui sopra: perché a seconda di dove si venga fatti entrare nell’edificio, cambiano ogni volta modalità, orientamenti e direzioni dei controlli bagagli e documenti, con una struttura a tratti labirintica e imprevedibile voluta, immagino, “onde migliorare il vostro ambiente aeroportuale”.

Dubai International Airport: Think Different!


[1] Tra parentesi confesso che, in assenza di qualsivoglia tipo di istruzione, ci ho messo due anni per capire come connettersi: in sostanza, il metodo è quello di aprire il browser, andare su google e aspettare che carichi, in sua vece, la pagina ufficiale dell’aeroporto di Dubai.

chipdŭri

Posted in Asia Orientale, corea, Pubblica utilità with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 1 febbraio 2012 by patatromb

Oggi vi spiego come fare bella figura in Corea (del Sud) quando un vostro amico trasloca.

 

Dovete sapere che, quando in questo paese si cambia casa, si organizza il chipdŭri (집들이, la traslitterazione alternativa è “jipdeuri”): in sostanza si tratta di una festa per mostrare ad amici e conoscenti il nuovo domicilio. Per la festa in sé non esiste un pattern prestabilito: possono esserci musica, balli, si può guardare dei film o divertirsi coi videogiochi, si può consumare tanto buon cibo o litri e litri di birra e via dicendo. Solo una cosa deve esserci per forza: mi riferisco ai regali. Quando si viene invitati a un chipdŭri è infatti buona norma, per non dire obbligatorio, portare con sé un dono. E al chipdŭri un dono non vale l’altro.

Dato che non si può mai sapere e a breve potreste benissimo trovarvi a vivere in Corea, ho pensato di presentarvi una pratica galleria fotografica che illustri i doni più confacenti alla gioiosa celebrazione di un trasloco coreano.

* * *

Un verde detersivo per piatti

Partiamo con il dono di chi vuole cavarsela con poco: con soli 2500 won potete fare vostro (o meglio, del traslocante) un cremoso detersivo per piatti. Certo, rischiate di fare la figura del pezzente, ma se siete squattrinati è pur sempre un’opzione da tenere in considerazione.

 

Beat, per un pulito più bucato

Un regalo certo più gradito, oltre che un po’ più dispendioso, è una bella confezione di detersivo per la lavatrice. Qui sopra una confezione della mia marca preferita (non foss’altro perché è l’unica venduta nei negozi del campus dove vivo).

 

3100 ml di delicato profumo

Se proprio volete fare i bulli, potete offrire al festeggiato una fantastica combo detersivo-ammorbidente. Non solo il vostro amico potrà finalmente indossare dei vestiti puliti, ma questi saranno anche morbidi e profumati! E che volete di più??

 

24x3=72 strati di morbidezza candida come la neve

Ve lo dico io, cosa volete di più: un sedere pulito! Anzi, tanti sederi puliti! E dunque, se proprio si punta al figurone, cosa c’è di meglio di un una bella confezione di carta igienica formato famiglia? Oltre ad essere il più ambito dei regali, la carta da sedere è peraltro il solo che può essere utilizzato non solo da chi lo riceve, ma anche da chi lo offre, dall’ubriaco che continua imperterrito a tracannare birra disteso nell’entrone e persino dal pezzente che ha portato il detersivo per piatti, alla facciaccia sua!

Certo, una sfarzosa confezione da 24 rotoli come quella riprodotta nella foto può costarvi un patrimonio (non ve la cavate con meno di 10000 won), ma sono spiccioli se paragonati alla stima e alla gloria che essa vi procurerà.

 

Per oggi è tutto, spero che quando appreso oggi possa risultarvi utile così come lo è una confezione jumbo di carta igienica!

Gita in Giappone – Parte 2: al Murōji

Posted in Arte, Asia Orientale, Giappone, Gite, Pubblica utilità with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 27 novembre 2011 by patatromb

Al Murōji (室生寺) sognavo di andarci fin dai tempi della triennale, quando il professor Calza ci aveva parlato di questo piccolo monastero di periodo Heian abbarbicato tra le montagne nel sud della Prefettura di Nara, famoso soprattutto per la sua pagoda (la più piccola, tra quelle lignee, di tutto il Giappone) e per le sculture del nono e decimo secolo custodite nella sua Sala d’oro (kondō 金堂). Avevo pensato di andarci già nel 2006, quando stavo a Kyōto, ma i non meno di cinque trasferimenti tra treni e autobus e le tre ore abbondanti di sola andata mi avevano al tempo dissuaso dal tentare l’impresa.

Ci era andata, in macchina, una mia malvagia lettrice, senza di me ma con la sua famiglia giapponese, lasciando il mio cuore spezzato dal dolore e dall’invidia; ma stiamo divagando!

Insomma, approfittando del fatto che Osaka è, rispetto a Kyōto, più vicina al villaggio di Murō, lungo il corso del fiume Murō che scorre presso il monte Murō dove si trova il Murōji, stavolta ho inserito a forza il grazioso monastero nel mio programma di viaggio!

Tanto ho detto e tanto ho fatto che, con in mano la discreta monografia di Sherry Fowler dedicata al sito in questione, domenica 13 ho pigliato il treno e sono partito alla volta di…!

La stazione!

Murōguchi-Ōno, questo è il nome della stazione dove bisogna scendere. Si tratta di una fermata della Linea Osaka della Kintetsu persa da qualche parte tra le montagne e il nulla dello Honshū, a 57 km e a un’ora e mezza di viaggio (con il treno espresso) dalla stazione di Osaka Uehonmachi. Il prezzo per il biglietto del treno, 860 yen (8.30€), è tutto sommato onesto, considerato che la tratta è piuttosto lunga.

Quello che è un po’ meno onesto, direi, è il prezzo dell’autobus che dalla stazione ferroviaria porta al Murōji. Per arrivare a quest’ultimo bisogna infatti percorrere una stradina di montagna di circa sei chilometri, un percorso non impossibile da fare a piedi ma che comunque richiede tempo ed energie. Ora, nel villaggio non esiste veramente niente al di fuori del Murōji e quindi capisco che gli abitanti per sopravvivere sfruttino i turisti sparando prezzi improbabili per souvenir e cibarie (le uniche fonti di reddito della zona), però 420 yen (4€ tondi tondi) per dieci minuti scarsi di viaggio in un aromatico autobus dell’anteguerra mi sembrano un po’ esagerati.

Però ammetto che i volantini che pubblicizzano tombe all’interno dell’autobus donano al mezzo quel tocco di eleganza per il quale val la pena di mettere mano al portafoglio.

I potenti mezzi a servizio del Murōji

La mia prima meta una volta sceso dall’autobus è stata il Ryūketsu jinja (龍穴神社), il Santuario dei buchi del drago (sic!), a circa un chilometro verso sud rispetto al Murōji. Secondo le leggende del posto, nelle numerosissime caverne del monte Murō vive da lunghissimo tempo un drago, ai cui poteri benefici (nella tradizione asiatica, il drago è una divinità acquatica, quindi oggetto di particolare venerazione in quanto protettore dagli incendi e portatore di pioggia e quindi di fertilità) è probabilmente legata la fondazione del Murōji stesso, ‘ché i documenti storici lo indicano come sede di numerosi rituali buddhisti legati alla fertilità dei campi e, più in generale, alla pioggia.

Il santuario di cui stiamo parlando, originariamente controllato dal Murōji, è dedicato appunto al culto del suddetto drago e si occupa di gestire le grotte, off-limits per fedeli e turisti, dove il drago risiederebbe. Una (e una soltanto) delle grotte può in realtà essere vista, ma è nascosta da qualche parte lungo una stradina sterrata dietro al santuario e non avevo il tempo materiale per andare a scovarla.

Ryūketsu jinja

Qui si possono lasciare soldini

Dopo la breve visita al santuario mi sono spostato, finalmente, al Murōji. In biglietto di ingresso è di 600 yen, nella media. La peculiarità architettonica del monastero è che, essendo costruito in mezzo alle montagne, è venuta a mancare la possibilità di disporre con regolarità i vari padiglioni che ne formano il garan. È così che, entrati da una Porta dei Re Compassionevoli (Niōmon 仁王門) curiosamente rivolta verso sud-ovest, ci troviamo di fronte a una ripida scalinata che, salendo verso nord, porta a un spiazzo su cui si affacciano il Padiglione di Maitreya (Mirokudō 弥勒堂, XIII sec.) e la succitata Sala d’Oro, la cui sezione più antica risale al nono secolo.

L'ingresso: Niōmon

La Sala d'oro fa capolino dalla scalinata

Dentro è più o meno così (immagine rubata da internet 'ché non si possono fare foto)

Mirokudō visto dal Kondō

Il gruppo scultoreo più famoso/interessante del monastero si trova in questa sala: si tratta di una curiosa pentade lignea formata da due Buddha e tre bodhisattva (datati per lo più al IX e X secolo) che non trova paralleli da nessuna parte[1], frutto di secoli di spostamenti di sculture e fluttuazioni dottrinali.

Per entrare nel kondō era richiesta un’”offerta” di altri 400 yen, giusto per ricordarci che in tutto il mondo religione è sinonimo di danaro. E vabbé, la Sala non sempre è accessibile ai turisti, ci può stare. (Mi hanno pure regalato una straordinaria sacchetta in plastica con le immagini dei Dodici Generali Celesti, ma cosa si può volere di più!)

Superato lo spiazzo e salita un’altra gradinata, ci troviamo di fronte allo Hondō (本堂) o Sala Principale, con la sua notevole coppia di mandala, utilizzati nelle cerimonie di ordinazione Shingon[2], e un Nyōirin Kannon dell’XI secolo come icona centrale. Di fianco a questo padiglione, l’ennesima scalinata ci porta alla pagoda, principale attrazione del Murōji, cui accennavo sopra. Già arcinota almeno fin dagli anni ‘50, è divenuta particolarmente popolare dopo che, nel 1994, un tifone l’ha massacrata brutalmente e si è riusciti a restaurarla più per fortuna che per altro. Il commento del dottorando in storia dell’arte: “è piccola”.

Lo Hondō è piuttosto grosso

La pagoduzza compatta e, sullo sfondo, il tetto dello Hondō

Da qui in poi inizia il delirio: oltre la pagoda parte la via che porta al punto più alto e più “santo” del monastero, l’Okunoin (奥の院), dove si trovano la Sala del ritratto (Mieidō 御影堂) di Kūkai, primo patriarca Shingon giapponese, la Sala per le tavolette mortuarie e un paio di strutture secondarie correlate. Quando dico “punto più alto”, intendo che per arrivarci bisogna farsi una scarpinata di 400 gradini ripidissimi e pericolosissimi, del tipo che se perdi l’equilibrio anche solo per un istante hai sicuramente diritto a uno spazio tutto tuo nella Sala delle tavolette mortuarie di cui sopra.

Peraltro va detto che il problema non è tanto salire quanto scendere e se io, che sono comunque relativamente giovane e in buona salute, alla fine della discesa per la stanchezza mi sono trovato con le gambe che mi tremavano come foglie durante una bufera, mi chiedo come abbiano fatto a discendere incolumi certe nonnine che si sono avventurate lungo quella via poco dopo di me.

L'inizio della salita

Qua si intravede la fine del percorso

La sala del ritratto

Alla fine, attorno le tre, ho lasciato il Murōji. Con l’autobus sono tornato verso la stazione, dove ho scattato qualche foto al Miroku rupestre dello Ōnodera (大野寺), un piccolo monastero a cinque minuti di passeggiata dalla stazione stessa. Quindi ho preso il treno diretto verso l’ultima meta programmata per quel giorno.

Il Miroku rupestre dello Ōnodera, in una foto particolarmente sfocata

Spostandosi di una fermata verso est (altri 120 yen offerti alla Kintetsu) troviamo un villaggio chiamato Sanbonmatsu, del quale si può affermare quanto segue: se a Murō domina il niente[3], a Sanbonmatsu non c’è nemmeno quello. Sennonché gli studiosi hanno stabilito che, con ogni probabilità, una statua di Jizō conservata nel solo tempio buddhista del villaggio faceva originariamente parte della triade (oggi diventata pentade) del kondō del Murōji. In sostanza, una cosa da vedere, ma facendo in fretta ‘ché alle 16.30 le strutture buddhiste giapponesi chiudono.

Per tempo ci sarei pure arrivato, ma una volta sul posto mi sono trovato di fronte a uno spettacolo invero inatteso. Il piazzale antistante il tempio e il tempio stesso, una tristissima costruzione moderna in legno e cemento, era affollato di gente che faceva cose. Non avendo idea di dove stesse la statua che cercavo, ho provato a chiedere informazioni a uno degli astanti, che mi ha risposto: “ah, oggi non si può vedere, stiamo facendo i preparativi per la festa del villaggio”. Poi mi ha voltato le spalle ed è tornato a fare cose. Né, ahimé, è stato di aiuto sfoderare un perfetto sguardo da cerbiatto graziosetto di fronte alle signore che cucinavano: certo, mi hanno sorriso, ma era un sorriso che significava “vattene”.

Non mi è dunque rimasta altra scelta che fare un giro per l’area metropolitana di Sanbonmatsu, scattare qualche foto che conferma l’immagine del Giappone come il paese tecnologico per eccellenza e, infine, sedermi a riposare di fronte al monumento più bello della storia dell’umanità, la Palla Inutile di Sanbonmatsu (non chiedetemi cosa sia, non c’era nessuna targa o spiegazione scritta di sorta).

L'imponente stazione di Sanbonmatsu

Architettura contemporanea a Sanbonmatsu

Esempi dell'influenza di Andō Tadao sull'architettura giapponese

La Palla Inutile di Sanbonmatsu

Verso le cinque, constatato che non c’era più nulla da fare e che si stava facendo buio, ho pigliato il treno e, tempo due ore, ero a Osaka. Però, dato che sono il più intelligente, anziché tornarmene in albergo ho avuto la bella trovata di farmi un giretto per Nanba, la zona dello shopping e dei divertimenti di Osaka sud. Già in treno sentivo che qualcosa non andava ma è stato solo verso le undici, una volta tornato in albergo, che mi sono reso conto che piedi e gambe non mi avrebbero sicuramente retto nei giorni a seguire.

Ho provato a massaggiarmi i piedi, mi sono fatto un’oretta nella vasca da bagno confidando nei poteri curativi dell’acqua bollente, ho guardato programmi musicali fino alle due di notte e poi ho provato a dormire.

Un bell'albergo nei pressi di Nanba

(continua…!)


[1] Da sinistra a destra incontriamo un Kannon a undici teste (十一面観音), un Monju (文殊), il Buddha centrale (attualmente identificato come Śakyamuni ma probabilmente concepito all’origine come Yakushi 薬師), un tozzo Yakushi di data leggermente più tarda e un piccolo Jizō (地蔵). Di fronte a loro, delle statue dei Dodici Generali Celesti datate al XIII secolo.

[2] Il Murōji è attualmente associato allo Shingon.

[3] Escludendo naturalmente il Murōji.

Gita in Giappone – Parte 1

Posted in Asia Orientale, Giappone, Gite, Pubblica utilità with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 25 novembre 2011 by patatromb

Vivere in Corea è bello per tutta una serie di ragioni. La pizza coreana non è probabilmente una di queste, mentre lo è, se si escludono simpatici imprevisti come le nubi radioattive e il terrore radioattivo, la vicinanza con l’arcipelago giapponese e la conseguente economicità dei voli diretti verso lo stesso (per dire, a/r con 160€ tasse comprese).

L’anno scorso il mio dipartimento ha organizzato un viaggio di istruzione di cinque giorni proprio da quelle parti: un tour de force brutale al termine del quale mi ero ripromesso di tornare da solo quest’anno per vedere quello che volevo io come volevo io (in sostanza, basta “avete ventitre minuti per visitare il museo, sbrigatevi”).

Tanto ho detto tanto ho fatto che sabato 12 c.m., nel primo pomeriggio, ho davvero preso l’aereo e sono partito alla volta di Osaka. Il primo giorno non ho poi fatto molto: atterrato attorno alle 17, sono arrivato all’albergo dove avrei sostato per i primi tre giorni attorno alle 19. Situato nella parte centro-nord della città, nei pressi delle stazioni Umeda e JR Osaka (cioè in zona centralissima), il pregiatissimo Hotel Kansai è stato selezionato con cura da una lista di un solo albergo con stanze disponibili nei giorni che servivano a me, alla faccia della crisi turistica giapponese post-Fukushima. Posizionato in un’area ricca di divertimenti per grandi e piccini (con un leggero squilibrio a favore dei grandi, a giudicare dal negozio che sbuca dall’angolo in basso a sinistra della foto panoramica qua sotto), a quanto si dice è uno degli alberghi più economici della città, chissà come mai! (senza commentare, vi lascio ammirare le fotografie della stanza).

Di fronte al bellissimo Hotel Kansai

Di fronte al bellissimo Hotel Kansai

Dentro al bellissimo Hotel Kansai: il letto, il mobile e la finestra che si apre sulla finestra dell'edificio dirimpetto

Dentro al bellissimo Hotel Kansai: gli spaziosissimi servizi igienici

Dentro al bellissimo Hotel Kansai: il tv color 42'', una bottiglia di Coca Cola Zero vuota e degli indumenti

Dopo il check-in è iniziata la mia missione della serata: trovare denaro. Il fatto è che appena arrivato in Giappone avevo fatto una capatina a un ufficio di cambio, solo che la cifra ricevuta si era rivelata decisamente inferiore e alle mie aspettative e alle mie necessità. “Se ti servono soldi, vai al primo bancomat che ti capita sotto mano”, mi direte, ma non è così facile: in Giappone trovare un bancomat che accetti carte straniere può rivelarsi un’impresa più ardua che sentire il Trota dire qualcosa di intelligente/intellegibile: e in effetti così è stato.

Quest'anno ho fotografato tante stazioni ferroviarie

L'Hotel American, l'Hotel che è il più splendido di Osaka e dove si può evidentemente fare cose assai originali, non distante dall'Hotel Kansai

Ci sono, certo, i bancomat degli uffici postali che accettano qualsiasi carta estera ma nel weekend (ricordo che stiamo parlando di un sabato sera) chiudono così presto che non ho fatto in tempo a trovarne uno prima che fosse troppo tardi (inoltre il giorno dopo prevedevo di partire prima della loro riapertura). In sostanza, tra le 20.30 e le 23, con una breve sosta di venti minuti per mangiare, ho testato senza successo non meno di una quindicina di bancomat. Alle 23.15, quando avevo oramai perso ogni speranza e la disperazione si stava impadronendo di me, uno sportello Citybank imbucato non lontano dall’ingresso principale della stazione di Osaka è giunto in mio soccorso, dimostrandomi al contempo che, checché se ne dica, il denaro può benissimo fare la felicità.

Col soldo in tasca e il cuore finalmente leggero, me ne son tornato in albergo a dormire: il giorno dopo si andava lontano!

(continua più tardi…)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: