Archivio per sculture furbacchione

Colpo grosso al Museo Nazionale di Seoul

Posted in Arte, Asia Orientale, Buddhismo, corea with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 17 luglio 2014 by patatromb

Che il celebre programma condotto da Umberto Smaila fosse stato all’epoca un successo internazionale incredibile, mai più eguagliato da nessuna trasmissione italiana, è un fatto ben noto, testimoniato sia dalle varie localizzazioni estere del programma, sia dall’esportazione delle puntate originali per i mercati di Giappone e Turchia (fonte attendibilissima).

Quello che forse non tutti sanno è che in Corea l’apprezzamento per il programma ma soprattutto per il suo conduttore fu tale che, come dimostra chiaramente la scultura che riporto qui di seguito e che fa parte della collezione del Museo Nazionale di Seoul, il fascinoso Umberto divenne addirittura oggetto di culto alla stregua di un santo.

Un  uomo che ti rende fiero di essere italiano e, accanto, un primo piano di Umberto Smaila

Un uomo che ti rende fiero di essere italiano e, accanto, un primo piano di Umberto Smaila

Il nostro circondato da alcune eleganti signore in una foto d'epoca. Il meglio della cultura italiana in una sola immagine

Il nostro circondato da alcune eleganti signore in una foto d’epoca. Il meglio della cultura italiana in un pugno di pixel

 

 

(oh, prima che me lo veniate a chiedere, preciso che non tutto quello che sta scritto in queste righe è necessariamente vero.)

La prima statua del Buddha – Pt.2

Posted in Arte, Asia Orientale, Buddhismo, Gite, Pubblica utilità with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 20 gennaio 2012 by patatromb

Prima delle vacanze ci eravamo lasciati con il buon Chōgen che, a Kaifeng, decideva di finanziare impegnando tutti i suoi averi una copia di quella che, a quanto gli avevano detto, era la prima statua del Buddha. Ebbene, il suo proposito va a buon fine e, nel 985, la scultura è finalmente ultimata; il nostro caro monaco può così finalmente mettersi in cammino per tornarsene a casa e ivi fondare un monastero centrato sulla sua nuova statua. L’idea di Chōgen era, in effetti, quella di creare un luogo di culto espressamente dedicato al Buddha storico Śākyamuni (nel Giappone dell’epoca iniziava a prendere prepotentemente piede l’amidismo che a Chōgen, figlio dell’ambiente tradizionalista/conservatore del Tōdaiji, non è che andasse proprio a genio) il cui nome, Seiryōji (清涼寺), avrebbe ripreso quello del Qingliangsi (清涼寺), un importante monastero del monte Wutai particolarmente caro al Nostro.

Solo che le cose non vanno esattamente come lui sperava e, per parecchi anni (precisamente dal 987, anno in cui il buon monaco riesce finalmente a rimettere piede in terra natia, al 1022, sei anni dopo la sua morte) la scultura rimane parcheggiata presso il Rendaiji (蓮台寺), un monastero sotto il diretto controllo dello stato sito non lontano dal Palazzo Imperiale. Nel 1022, finalmente, i discepoli dell’ormai defunto Chōgen convincono l’imperatore (o chi per lui) a farsi restituire la scultura, piazzano l’immagine in questione nella sala principale di un piccolo tempio privato chiamato Seikaji (棲霞寺) e cambiano il nome di quest’ultimo in Seiryōji. Sotto questo nome il monastero diventerà, in periodo Heian, uno dei principali centri religiosi dell’area di Saga-Arashiyama.

Il Buddha del Seiryōji

Il Seiryōji engi (清涼寺縁起), cronaca ‘ufficiale’ del monastero datata al 1515, offre una versione un po’ differente della storia del nostro Buddha in legno di sandalo, nel senso che, stando a questo documento, l’immagine del Seiryōji non sarebbe la copia fatta creare da Chōgen, bensì l’originale “indiano”!! Com’è possibile? L’Engi ci racconta che, una volta ultimata, la copia viene temporaneamente posta accanto a quella originale; quest’ultima, vogliosa di andare in Giappone (come la capisco!) convince l’altra a scambiarsi di posto nottetempo, tanto sono uguali e nessuno se ne accorgerà! Detto fatto, le due statue si sostituiscono di ruolo e i cinesi, ignari di tutto, si trovano da un giorno all’altro a venerare a loro insaputa una semplice copia della preziosissima immagine del Buddha!!
[Non solo la statua è furbacchiona, ma ha anche un cuore d’oro: un altro documento ci spiega infatti che, quando il babbo di Kumārajiva (nella sua fuga verso Kucha) se la prendeva ogni giorno sulle spalle per trasportarla, di notte era lei che pigliava su il monaco per fare prima ad arrivare a destinazione! Ma stiamo divagando…!]
E insomma, per un sacco di tempo quelli del Seiryōji convincono sé stessi e i fedeli che sono loro a conservare e offrire protezione alla statua di Udayāna. E va detto che i loro sforzi incontrano un certo successo: non solo per secoli si continuò a creare copie di questa immagine (se vi ricordate, ne avevamo incontrata una al Saidaiji di Nara) ma, a tutt’oggi, il monastero è noto più con il nome di Shakadō (釈迦堂, Sala di Śākyamuni) che non con quello ufficiale, con la statua del Buddha che viene a significare l’intero spazio sacro.

Poi nel 1954 la scultura viene aperta per esaminare gli oggetti in essa contenuti (perché le sculture buddhiste, almeno in Asia orientale, contengono quasi sempre degli oggetti, di cui vi parlerò un’altra volta) e nell’occasione si scopre un documento che, se da un lato conferma che quella che ancora oggi è conservata nell’incantevole monastero di Kyōto è effettivamente l’immagine creata in Cina su richiesta di Chōgen, dall’altra fa a pezzi tutta la bella storia dei Buddha che si scambiano di posto e conseguenze varie.
La scoperta di questo documento, peraltro, non impedisce al monastero di esporre a tutt’oggi, nello stesso padiglione dove è possibile ammirare la nostra (bella) scultura, un simpaticissimo dipinto in cui ne è raccontata a mo’ di fumetto tutta la storia, dalla sua creazione fino al suo arrivo in Giappone, con tanto di vignetta in cui lei e la copia gemella si scambiano nottetempo di posto passeggiando amabilmente nella sala in cui sono alloggiate. In ogni caso, di questo e delle altre cose che è possibile incontrare al Seiryōji parlerò nell’ultima (?) parte della serie “Gita in Giappone”, che in origine doveva essere questo intervento, poi mi sono un attimo lasciato prendere la mano e pazienza, magari la prossima sarà la volta buona!

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