Archivio per novembre, 2011

Gita in Giappone – Parte 2: al Murōji

Posted in Arte, Asia Orientale, Giappone, Gite, Pubblica utilità with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 27 novembre 2011 by patatromb

Al Murōji (室生寺) sognavo di andarci fin dai tempi della triennale, quando il professor Calza ci aveva parlato di questo piccolo monastero di periodo Heian abbarbicato tra le montagne nel sud della Prefettura di Nara, famoso soprattutto per la sua pagoda (la più piccola, tra quelle lignee, di tutto il Giappone) e per le sculture del nono e decimo secolo custodite nella sua Sala d’oro (kondō 金堂). Avevo pensato di andarci già nel 2006, quando stavo a Kyōto, ma i non meno di cinque trasferimenti tra treni e autobus e le tre ore abbondanti di sola andata mi avevano al tempo dissuaso dal tentare l’impresa.

Ci era andata, in macchina, una mia malvagia lettrice, senza di me ma con la sua famiglia giapponese, lasciando il mio cuore spezzato dal dolore e dall’invidia; ma stiamo divagando!

Insomma, approfittando del fatto che Osaka è, rispetto a Kyōto, più vicina al villaggio di Murō, lungo il corso del fiume Murō che scorre presso il monte Murō dove si trova il Murōji, stavolta ho inserito a forza il grazioso monastero nel mio programma di viaggio!

Tanto ho detto e tanto ho fatto che, con in mano la discreta monografia di Sherry Fowler dedicata al sito in questione, domenica 13 ho pigliato il treno e sono partito alla volta di…!

La stazione!

Murōguchi-Ōno, questo è il nome della stazione dove bisogna scendere. Si tratta di una fermata della Linea Osaka della Kintetsu persa da qualche parte tra le montagne e il nulla dello Honshū, a 57 km e a un’ora e mezza di viaggio (con il treno espresso) dalla stazione di Osaka Uehonmachi. Il prezzo per il biglietto del treno, 860 yen (8.30€), è tutto sommato onesto, considerato che la tratta è piuttosto lunga.

Quello che è un po’ meno onesto, direi, è il prezzo dell’autobus che dalla stazione ferroviaria porta al Murōji. Per arrivare a quest’ultimo bisogna infatti percorrere una stradina di montagna di circa sei chilometri, un percorso non impossibile da fare a piedi ma che comunque richiede tempo ed energie. Ora, nel villaggio non esiste veramente niente al di fuori del Murōji e quindi capisco che gli abitanti per sopravvivere sfruttino i turisti sparando prezzi improbabili per souvenir e cibarie (le uniche fonti di reddito della zona), però 420 yen (4€ tondi tondi) per dieci minuti scarsi di viaggio in un aromatico autobus dell’anteguerra mi sembrano un po’ esagerati.

Però ammetto che i volantini che pubblicizzano tombe all’interno dell’autobus donano al mezzo quel tocco di eleganza per il quale val la pena di mettere mano al portafoglio.

I potenti mezzi a servizio del Murōji

La mia prima meta una volta sceso dall’autobus è stata il Ryūketsu jinja (龍穴神社), il Santuario dei buchi del drago (sic!), a circa un chilometro verso sud rispetto al Murōji. Secondo le leggende del posto, nelle numerosissime caverne del monte Murō vive da lunghissimo tempo un drago, ai cui poteri benefici (nella tradizione asiatica, il drago è una divinità acquatica, quindi oggetto di particolare venerazione in quanto protettore dagli incendi e portatore di pioggia e quindi di fertilità) è probabilmente legata la fondazione del Murōji stesso, ‘ché i documenti storici lo indicano come sede di numerosi rituali buddhisti legati alla fertilità dei campi e, più in generale, alla pioggia.

Il santuario di cui stiamo parlando, originariamente controllato dal Murōji, è dedicato appunto al culto del suddetto drago e si occupa di gestire le grotte, off-limits per fedeli e turisti, dove il drago risiederebbe. Una (e una soltanto) delle grotte può in realtà essere vista, ma è nascosta da qualche parte lungo una stradina sterrata dietro al santuario e non avevo il tempo materiale per andare a scovarla.

Ryūketsu jinja

Qui si possono lasciare soldini

Dopo la breve visita al santuario mi sono spostato, finalmente, al Murōji. In biglietto di ingresso è di 600 yen, nella media. La peculiarità architettonica del monastero è che, essendo costruito in mezzo alle montagne, è venuta a mancare la possibilità di disporre con regolarità i vari padiglioni che ne formano il garan. È così che, entrati da una Porta dei Re Compassionevoli (Niōmon 仁王門) curiosamente rivolta verso sud-ovest, ci troviamo di fronte a una ripida scalinata che, salendo verso nord, porta a un spiazzo su cui si affacciano il Padiglione di Maitreya (Mirokudō 弥勒堂, XIII sec.) e la succitata Sala d’Oro, la cui sezione più antica risale al nono secolo.

L'ingresso: Niōmon

La Sala d'oro fa capolino dalla scalinata

Dentro è più o meno così (immagine rubata da internet 'ché non si possono fare foto)

Mirokudō visto dal Kondō

Il gruppo scultoreo più famoso/interessante del monastero si trova in questa sala: si tratta di una curiosa pentade lignea formata da due Buddha e tre bodhisattva (datati per lo più al IX e X secolo) che non trova paralleli da nessuna parte[1], frutto di secoli di spostamenti di sculture e fluttuazioni dottrinali.

Per entrare nel kondō era richiesta un’”offerta” di altri 400 yen, giusto per ricordarci che in tutto il mondo religione è sinonimo di danaro. E vabbé, la Sala non sempre è accessibile ai turisti, ci può stare. (Mi hanno pure regalato una straordinaria sacchetta in plastica con le immagini dei Dodici Generali Celesti, ma cosa si può volere di più!)

Superato lo spiazzo e salita un’altra gradinata, ci troviamo di fronte allo Hondō (本堂) o Sala Principale, con la sua notevole coppia di mandala, utilizzati nelle cerimonie di ordinazione Shingon[2], e un Nyōirin Kannon dell’XI secolo come icona centrale. Di fianco a questo padiglione, l’ennesima scalinata ci porta alla pagoda, principale attrazione del Murōji, cui accennavo sopra. Già arcinota almeno fin dagli anni ‘50, è divenuta particolarmente popolare dopo che, nel 1994, un tifone l’ha massacrata brutalmente e si è riusciti a restaurarla più per fortuna che per altro. Il commento del dottorando in storia dell’arte: “è piccola”.

Lo Hondō è piuttosto grosso

La pagoduzza compatta e, sullo sfondo, il tetto dello Hondō

Da qui in poi inizia il delirio: oltre la pagoda parte la via che porta al punto più alto e più “santo” del monastero, l’Okunoin (奥の院), dove si trovano la Sala del ritratto (Mieidō 御影堂) di Kūkai, primo patriarca Shingon giapponese, la Sala per le tavolette mortuarie e un paio di strutture secondarie correlate. Quando dico “punto più alto”, intendo che per arrivarci bisogna farsi una scarpinata di 400 gradini ripidissimi e pericolosissimi, del tipo che se perdi l’equilibrio anche solo per un istante hai sicuramente diritto a uno spazio tutto tuo nella Sala delle tavolette mortuarie di cui sopra.

Peraltro va detto che il problema non è tanto salire quanto scendere e se io, che sono comunque relativamente giovane e in buona salute, alla fine della discesa per la stanchezza mi sono trovato con le gambe che mi tremavano come foglie durante una bufera, mi chiedo come abbiano fatto a discendere incolumi certe nonnine che si sono avventurate lungo quella via poco dopo di me.

L'inizio della salita

Qua si intravede la fine del percorso

La sala del ritratto

Alla fine, attorno le tre, ho lasciato il Murōji. Con l’autobus sono tornato verso la stazione, dove ho scattato qualche foto al Miroku rupestre dello Ōnodera (大野寺), un piccolo monastero a cinque minuti di passeggiata dalla stazione stessa. Quindi ho preso il treno diretto verso l’ultima meta programmata per quel giorno.

Il Miroku rupestre dello Ōnodera, in una foto particolarmente sfocata

Spostandosi di una fermata verso est (altri 120 yen offerti alla Kintetsu) troviamo un villaggio chiamato Sanbonmatsu, del quale si può affermare quanto segue: se a Murō domina il niente[3], a Sanbonmatsu non c’è nemmeno quello. Sennonché gli studiosi hanno stabilito che, con ogni probabilità, una statua di Jizō conservata nel solo tempio buddhista del villaggio faceva originariamente parte della triade (oggi diventata pentade) del kondō del Murōji. In sostanza, una cosa da vedere, ma facendo in fretta ‘ché alle 16.30 le strutture buddhiste giapponesi chiudono.

Per tempo ci sarei pure arrivato, ma una volta sul posto mi sono trovato di fronte a uno spettacolo invero inatteso. Il piazzale antistante il tempio e il tempio stesso, una tristissima costruzione moderna in legno e cemento, era affollato di gente che faceva cose. Non avendo idea di dove stesse la statua che cercavo, ho provato a chiedere informazioni a uno degli astanti, che mi ha risposto: “ah, oggi non si può vedere, stiamo facendo i preparativi per la festa del villaggio”. Poi mi ha voltato le spalle ed è tornato a fare cose. Né, ahimé, è stato di aiuto sfoderare un perfetto sguardo da cerbiatto graziosetto di fronte alle signore che cucinavano: certo, mi hanno sorriso, ma era un sorriso che significava “vattene”.

Non mi è dunque rimasta altra scelta che fare un giro per l’area metropolitana di Sanbonmatsu, scattare qualche foto che conferma l’immagine del Giappone come il paese tecnologico per eccellenza e, infine, sedermi a riposare di fronte al monumento più bello della storia dell’umanità, la Palla Inutile di Sanbonmatsu (non chiedetemi cosa sia, non c’era nessuna targa o spiegazione scritta di sorta).

L'imponente stazione di Sanbonmatsu

Architettura contemporanea a Sanbonmatsu

Esempi dell'influenza di Andō Tadao sull'architettura giapponese

La Palla Inutile di Sanbonmatsu

Verso le cinque, constatato che non c’era più nulla da fare e che si stava facendo buio, ho pigliato il treno e, tempo due ore, ero a Osaka. Però, dato che sono il più intelligente, anziché tornarmene in albergo ho avuto la bella trovata di farmi un giretto per Nanba, la zona dello shopping e dei divertimenti di Osaka sud. Già in treno sentivo che qualcosa non andava ma è stato solo verso le undici, una volta tornato in albergo, che mi sono reso conto che piedi e gambe non mi avrebbero sicuramente retto nei giorni a seguire.

Ho provato a massaggiarmi i piedi, mi sono fatto un’oretta nella vasca da bagno confidando nei poteri curativi dell’acqua bollente, ho guardato programmi musicali fino alle due di notte e poi ho provato a dormire.

Un bell'albergo nei pressi di Nanba

(continua…!)


[1] Da sinistra a destra incontriamo un Kannon a undici teste (十一面観音), un Monju (文殊), il Buddha centrale (attualmente identificato come Śakyamuni ma probabilmente concepito all’origine come Yakushi 薬師), un tozzo Yakushi di data leggermente più tarda e un piccolo Jizō (地蔵). Di fronte a loro, delle statue dei Dodici Generali Celesti datate al XIII secolo.

[2] Il Murōji è attualmente associato allo Shingon.

[3] Escludendo naturalmente il Murōji.

Gita in Giappone – Parte 1

Posted in Asia Orientale, Giappone, Gite, Pubblica utilità with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 25 novembre 2011 by patatromb

Vivere in Corea è bello per tutta una serie di ragioni. La pizza coreana non è probabilmente una di queste, mentre lo è, se si escludono simpatici imprevisti come le nubi radioattive e il terrore radioattivo, la vicinanza con l’arcipelago giapponese e la conseguente economicità dei voli diretti verso lo stesso (per dire, a/r con 160€ tasse comprese).

L’anno scorso il mio dipartimento ha organizzato un viaggio di istruzione di cinque giorni proprio da quelle parti: un tour de force brutale al termine del quale mi ero ripromesso di tornare da solo quest’anno per vedere quello che volevo io come volevo io (in sostanza, basta “avete ventitre minuti per visitare il museo, sbrigatevi”).

Tanto ho detto tanto ho fatto che sabato 12 c.m., nel primo pomeriggio, ho davvero preso l’aereo e sono partito alla volta di Osaka. Il primo giorno non ho poi fatto molto: atterrato attorno alle 17, sono arrivato all’albergo dove avrei sostato per i primi tre giorni attorno alle 19. Situato nella parte centro-nord della città, nei pressi delle stazioni Umeda e JR Osaka (cioè in zona centralissima), il pregiatissimo Hotel Kansai è stato selezionato con cura da una lista di un solo albergo con stanze disponibili nei giorni che servivano a me, alla faccia della crisi turistica giapponese post-Fukushima. Posizionato in un’area ricca di divertimenti per grandi e piccini (con un leggero squilibrio a favore dei grandi, a giudicare dal negozio che sbuca dall’angolo in basso a sinistra della foto panoramica qua sotto), a quanto si dice è uno degli alberghi più economici della città, chissà come mai! (senza commentare, vi lascio ammirare le fotografie della stanza).

Di fronte al bellissimo Hotel Kansai

Di fronte al bellissimo Hotel Kansai

Dentro al bellissimo Hotel Kansai: il letto, il mobile e la finestra che si apre sulla finestra dell'edificio dirimpetto

Dentro al bellissimo Hotel Kansai: gli spaziosissimi servizi igienici

Dentro al bellissimo Hotel Kansai: il tv color 42'', una bottiglia di Coca Cola Zero vuota e degli indumenti

Dopo il check-in è iniziata la mia missione della serata: trovare denaro. Il fatto è che appena arrivato in Giappone avevo fatto una capatina a un ufficio di cambio, solo che la cifra ricevuta si era rivelata decisamente inferiore e alle mie aspettative e alle mie necessità. “Se ti servono soldi, vai al primo bancomat che ti capita sotto mano”, mi direte, ma non è così facile: in Giappone trovare un bancomat che accetti carte straniere può rivelarsi un’impresa più ardua che sentire il Trota dire qualcosa di intelligente/intellegibile: e in effetti così è stato.

Quest'anno ho fotografato tante stazioni ferroviarie

L'Hotel American, l'Hotel che è il più splendido di Osaka e dove si può evidentemente fare cose assai originali, non distante dall'Hotel Kansai

Ci sono, certo, i bancomat degli uffici postali che accettano qualsiasi carta estera ma nel weekend (ricordo che stiamo parlando di un sabato sera) chiudono così presto che non ho fatto in tempo a trovarne uno prima che fosse troppo tardi (inoltre il giorno dopo prevedevo di partire prima della loro riapertura). In sostanza, tra le 20.30 e le 23, con una breve sosta di venti minuti per mangiare, ho testato senza successo non meno di una quindicina di bancomat. Alle 23.15, quando avevo oramai perso ogni speranza e la disperazione si stava impadronendo di me, uno sportello Citybank imbucato non lontano dall’ingresso principale della stazione di Osaka è giunto in mio soccorso, dimostrandomi al contempo che, checché se ne dica, il denaro può benissimo fare la felicità.

Col soldo in tasca e il cuore finalmente leggero, me ne son tornato in albergo a dormire: il giorno dopo si andava lontano!

(continua più tardi…)

Bontà: la pizza coreana

Posted in Asia Orientale, corea, Delizie coreane with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 11 novembre 2011 by patatromb

Finalmente ritorna a grande (?) richiesta la rubrica “Delizie coreane” e lo fa con un intervento dedicato al mio fedele lettore Michele lo Schiavo delle Assicurazioni che, sono certo, apprezzerà particolarmente il tema che vado a introdurvi!

 

Ma andiamo al sodo. Cosa si fa qua alla Seoul National University quando, consultando il menù online della mensa del dormitorio si scopre che, per il terzo giorno di fila, le simpatiche cuoche dal volto costantemente corrucciato hanno deciso di non preparare nulla di commestibile per cena? È presto detto: si prende il cellulare e si ordina la pizza coreana!

Una parentesi è d’obbligo: in Corea è particolarmente sviluppato il concetto di cibo con consegna a domicilio, e le abitazioni sono di conseguenza invase dai volantini-menù degli innumerevoli ristoranti specializzati nel campo. Per farvi un esempio, se avete presente la scena iniziale di Ferro 3, il protagonista sta proprio distribuendo alcuni di questi volantini. Sebbene sia possibile ordinare telefonicamente praticamente qualsiasi tipo di cibo, la parte del leone nel campo la fanno il pollo fritto, i chajangmyŏn (detti anche spaghetti color paura) e gli altri piatti della cucina pseudo-cinese e per finire, appunto, la pizza coreana.

 

Esempio di stuzzicante pizza coreana

Pizza che, va subito detto, non è né il fragrante, sottile disco di pasta di pane croccante guarnito con gli ingredienti della tradizione mediterranea che si consuma comunemente nella penisola italiana, né l’agghiacciante agglomerato di grassi saturi del quale, secondo gli americani, la pizza italiana non sarebbe che un tardo derivato.

No, la pizza coreana è un impareggiabile disco di pasta male o per niente lievitata, coperta da ingredienti più o meno casuali ma, in ogni caso, di difficilissima digestione. Ci sono decine di pizzerie a domicilio e orientarsi nella giungla dei volantini può inizialmente essere difficoltoso. Io personalmente tendo per lo più a servirmi o da Elnopim Pizza, negozio dal nome esotico che vanta un numero non ben definito di filiali a Seoul e in Cina, o dal simpatico Duros, specializzato nel mandare ai suoi clienti sms pubblicitari non richiesti.

Il menù di quest’ultimo, che ho scansionato solo per voi, ha l’indubbio pregio di illustrare non solo la grande varietà di pizze disponibili sul mercato coreano ma anche, come vedremo, i segreti che rendono la pizza di questo paese così speciale e, credetemi, indimenticabile. Innanzitutto, una carrellata dei gusti migliori!

Verso

Nel verso del menu, che trovate riprodotto qui sopra, distinguiamo tre diverse categorie di prezzo; innanzitutto, in basso, le “Main” sono le pizze più vendute perché più economiche (i loro ingredienti sono infatti piuttosto semplici). Menzione speciale in questa categoria va alla Combination e alla Super Deluxe, completamente identiche tranne che per il nome (e dopo tre anni e mezzo ancora non ho capito gli ingredienti) e la Hawaiian (formaggio, pomodoro e ananas).

La categoria di prezzo successiva, “Special”, include una ineguagliabile serie di pizze-capolavoro, incluse alcune di quelle più amate dai coreani. Possiamo farci conquistare dalla sempre classica pizza alle castagne; da quella, stuzzicante, al pollo piccante; dalla conturbante Doppia-patata su cui non può mancare maionese in abbondanza; oppure dalla meno conosciuta ma altrettanto saporita pizza alla zucca dolce; e, soprattutto, da quella che in Corea è considerata la pizza per antonomasia, ossia la “Patata Dolce”, che per la sua farcitura di mousse patadolciastra e tocchi di pastosissima patata americana, è nota presso la comunità straniera locale anche come “L’Orrore! L’Orrore!”.

Tra le Special scorgiamo inoltre la Cheese Crust, che ci permette di introdurre una delle più ragguardevoli peculiarità della pizza coreana, vale a dire la “creazione della crosta”. Se in Italia essa è stupidamente ottenuta attraverso la lievitazione della pasta nel corso della cottura, risultando così croccante e leggera, lo stesso non vale per la Corea: qua i mastri pizzaioli adottano le più raffinate tecniche culinarie per ottenere delle croste sempre collose, massicce e indigeribili. Tali tecniche sono, in ordine sparso, le seguenti:

a) “la compressione del centro”: si crea un disco di pasta dello spessore di un centimetro, poi si pressa la parte centrale in cui deporre gli ingredienti, lasciando meno compresso il disco esterno che, cotto senza ingredienti, assumerà i connotati di una crosta;

b) “il risvolto”: una tecnica molto semplice che consiste nel ripiegare il bordo esterno del disco di pasta cruda verso l’interno, in modo da creare un piccolo strato alto il doppio più alto che, una volta cotta la pizza, farà le veci della crosta. La preparazione della succitata Cheese Crust rappresenta una pregevole variante di questa tecnica, ‘ché nel risvolto viene inserita della pasta di formaggio oleosa che, come immaginerete, contribuisce significativamente alla maggiore digeribilità del prodotto;

c) “la giustapposizione”: la crosta non è ottenuta da una parte del “disco principale”, ma è formata da pezzi di altra natura, disposti a corona attorno alla pasta centrale.

Preclaro esempio di questa raffinata tecnica lo troviamo nella Cheese Bite, che ci porta dritti a presentare le più prestigiose pizze di Duros, le “Big 5 Premium”. Ognuna di esse rappresenta un gradino verso l’eccellenza nell’arte del fare la pizza. La già citata Cheese Bite ci delizia con i suoi involtini di formaggio alla patata dolce disposti artisticamente a creare la crosta; la Chicken Tender Cheese Cap ci emoziona con la combinazione di patate, maionese e bocconcini di pollo; e la Lobster Gold ci dà il colpo di grazia con lo straordinario accostamento di cheddar, granchio e mousse di patata dolce.

 

Recto

Questo per quanto riguarda il verso del menù, mentre il recto ci introduce alla novità dell’anno, la Snowing Gold Pizza: due dischi sovrapposti di pasta con crosta risvoltata ripiena (notate il dettaglio sulla sinistra), ricoperti da una ricca spolverata di formaggio grattugiato, al cui interno possiamo far inserire un ripieno a scelta tra pollo piccante, patata dolce, gamberetti e il popolarissimo gusto barbecue. C’è da leccarsi i baffi!

Prima di concludere questo intervento, torniamo al verso: come ho anticipato in precedenza, in esso sono elencati i segreti per la bontà della pizza coreana. Nella striscia in alto li vediamo illustrati per mezzo di quattro belle fotografie. Innanzitutto, scopriamo che prima di preparare la nostra pizza, la pasta cruda va tenuta 72 ore in frigorifero, per renderla più “gommosa/collosa” (쫄깃); da Duros, inoltre, possono a ragione vantarsi di utilizzare esclusivamente formaggio naturale fatto con vero latte, precisazione, converrete, essenziale. La terza immagine, che ci permette di ammirare la creazione di una crosta per mezzo della “compressione del centro” ci introduce al concetto di Slow Food, che stando alla didascalia consiste nell’iniziare a preparare la pizza solo dopo che il cliente l’ha ordinata. Infine, il segreto più importante: per avere una pizza sempre deliziosa e priva di grassi, ricordate che è necessaria una cottura esclusivamente alla griglia!

Non so voi, ma io ho già l’acquolina in bocca.

 

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p.s.: la prossima settimana sarò in Giappone, quindi per qualche giorno non potrò garantire aggiornati frequenti del blog. Voi, in ogni caso, continuate a seguirmi con fiducia e fedeltà!

Ogne scarrafone è bello a mamma soja

Posted in Arte, Asia Orientale, corea, Musica, Pubblica utilità with tags , , , , , , , , , , , , on 8 novembre 2011 by patatromb

Il sottoscritto di fronte al ritratto della kisaeng Ch'oe Yŏn-hong (1785-1846) e del suo stupendo pargolo

[Ch’ae Yong-sin, Ritratto di Ch’oe Yŏn-hong, 1914, Museo Nazionale, Seoul. Stupisce quanto il soggetto di un ritratto ideale possa risultare tanto sgradevole alla vista]

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P.S.

Rock 'n' Roll!

Kansong Art Museum

Posted in Arte, Asia Orientale, corea, Gite, Pubblica utilità with tags , , , , , , , , , , , on 3 novembre 2011 by patatromb

Ovvero, del come non organizzare una mostra. Se si parla di arte coreana, e in particolare di pittura di epoca Chosŏn, non si può trascurare il Kansong Art Museum (澗松美術館) di Seoul e della sua collezione, straordinaria per qualità e quantità.

Kansong Art Museum

Il Kansong tratta del primo museo privato della Corea moderna, fondato nel 1938 con il nome Bohwagak 葆華閣 dallo studioso e collezionista Chŏn Yŏngpil (1906-1962) che, negli anni trenta del XX secolo, raccolse una quantità impressionante di opere d’arte coreane allo scopo di evitare la loro dispersione all’estero (in particolare in Giappone, paese che all’epoca controllava politicamente la penisola coreana e che era avido di beni culturali locali). Nel 1966 il museo ha assunto il suo nome attuale, in memoria di Chŏn (il cui nome d’arte era, appunto, Kansong).

Busto di Chŏn Yŏngpil

La particolarità del museo è che, normalmente, non è aperto al pubblico: vengono infatti organizzate due sole mostre “tematiche” all’anno, una a maggio e una a ottobre, della durata di 15 giorni ciascuna. Ad esempio, dal 15 al 30 ottobre scorsi si è tenuta una mostra che per tema aveva “pittura di genere e di figura” (風俗人物).

All’inizio di questo intervento dicevo “come non organizzare una mostra”, vediamo dunque a cosa mi riferisco. Innanzitutto avrete notato che ho scritto “tematiche” virgolettato, questo perché la selezione e la disposizione delle opere è in realtà piuttosto libera, con lavori di artisti, soggetto e epoche completamente differenti esposti assieme con chissà quale logica. Ad esempio, il ritratto del letterato Kim Wonheng (金元行, 1702-1772), di autore e data ignoti ma per ovvi motivi realizzato non prima della seconda metà del XVIII secolo era accanto al dipinto noto col titolo di Kima kamhŭng (騎馬酣興, traducibile grossomodo come “Un’allegra cavalcata ubriaca”) di Yun Tusŏ (尹斗緖, 1668-1715), importante artista morto quando Kim Wonheng era ancora un ragazzino.

Ritratto di Kim Wonheng

L'allegra cavalcata!

L'allegra cavalcata!

 

Le opere, inoltre, sono esposte in delle ridicole teche di 30 o 40 anni fa, che cascano letteralmente a pezzi e il cui vetro ondulato distorce completamente l’aspetto del dipinto. A questo si aggiunge la totale assenza di dispositivi di protezione e conservazione delle opere: sottili e delicati pezzi di carta che a volte arrivano anche ad avere 600 anni sono assurdamente esposti alla luce solare, al calore e all’umidità, un orrore che nel XXI secolo trovo francamente incomprensibile.

"Monaco che si diverte osservando dipinti"

Questo per quanto riguarda quello che succede dentro. Perché fuori le cose non vanno certo meglio. Dato che è aperto per sole quattro settimane all’anno, nel periodo delle mostre la gente accorre al museo in numero insostenibile, creando così all’esterno dello stesso delle file impossibili da descrivere a parole; file che rendono insostenibile la vita di chi abita lì vicino e che, soprattutto, mettono a serio rischio la sicurezza e la salute di chi decide di mettersi pazientemente in coda. Qui di seguito inserisco quindi due video, da me girati quando sono andato a vedere la mostra domenica scorsa, assieme a una piccola mappa del percorso della fila: spero vi permetteranno di capire meglio di cosa sto parlando (sempre che abbiate pazienza di guardarveli dall’inizio alla fine…)

Sette ore ben spese?

Per la cronaca, sono stato in fila dalle 9.45 (il museo apre alle dieci) fino alle 16.45: sette orette esatte e posso dire di aver avuto fortuna, dato che dopo le 17 non sono più ammessi visitatori. Io per cause di forza maggiore sono andato nell’ultimo giorno della mostra e questo, in parte, spiega l’entità della fila, ma anche durante la settimana l’attesa media per entrare era di non meno di due ore.

Se fuori è un inferno dentro (siamo virtualmente rientrati!) le cose non vanno certo meglio: al di là di quanto ho già detto prima, l’area espositiva è minuscola, con gente che accalcata da tutte le parti, e avvicinarsi alle teche anche solo per pochi secondi è un’impresa. Se pure ci si riesce, poi, lo staff invita a “guardare i dipinti senza fermarsi perché la gente in fila aspetta”.

Una vista del pian terreno

Le opere esposte, va detto, sono senz’altro importanti e di altissimo livello; ma a meno che non siate dei veri patiti di arte dell’Asia Orientale o, in alternativa, dei masochisti, vi consiglierei di pensarci due volte prima di imbarcarvi in una fila eterna che si concluderà in (se va bene) 30 minuti scarsi di visita al museo.

Come cantava un grande artista qualche anno fa, tristezza a palate!

Una volta uscito dal museo mi son gustato una bevanda calda e graziosa

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