L’avevo postato nel lontano ottobre 2011, facendo cenno alla costruzione del nuovo municipio di Seoul, quello che, affermò nel 2008 l’architetto che l’ha progettato, è stato ideato sulla base delle parole chiave “traditions, citizens, future.” Lo stesso, brillante soggetto aveva continuato dicendo “I analysed low-rise horizontal elements, curvaceousness and shades of leaves in our traditional architectural characteristics, and I applied these to the design so I can recall comfortable feelings of old things.”[1]
Bellissime parole, poi però avevo guardato l’immagine del link e avevo iniziato a preoccuparmi. Ne avevo anche parlato con un paio di persone che conosco, e tutti “ma no, non ti preoccupare, vedrai che dal vivo sarà sicuramente meglio che nel disegno!”.
Bellissime parole, poi però in questi giorni, passando da quelle parti, ho finalmente avuto l’occasione di ammirare il nuovo edificio quasi ultimato e quasi completamente spogliato delle impalcature che impedivano di ammirarlo nella sua interezza e ho realizzato che l’architetto è un genio: riuscire a creare una cosa così brutta e totalmente slegata dal contesto generale della Piazza del municipio di Seoul richiede capacità fuori dal comune.
Ecco a voi una breve galleria dell’edificio che, tramite l’utilizzo della “curvosità” della tradizione coreana riporta alla mente piacevoli ricordi legati alle cose di una volta (chiedo perdono per la qualità delle immagini, ma col cellulare non potevo fare molto di meglio).
Nostalgia canaglia!
Si noti che l’edificio in muratura in basso a destra fa parte del complesso del municipio. Vi invito ad ammirare l’armonia e la coerenza architettonica che scaturisce dall’accostamento dei due edifici!
Vista frontale, dove si può meglio ammirare l’abbraccio dei due edifici. Elegante come la Minetti al telefono col babbo
Bello davanti, bello di dietro
Municipio by night, vista dal lato est
E questo è quanto.
Per consolarmi, penserò al cane rosa.
Un sereno cane rosa
[1] La versione inglese della dichiarazione, originariamente in coreano, appare nella pagina in inglese della wikipedia dedicata al municipio di Seoul e chiedo umilmente perdono per essermene servito. Aggiungo però a mia parziale discolpa che l’ho confrontata con la versione originale concludendo che alla fin fine come traduzione è quasi corretta e, pertanto, utilizzabilissima in questa sede.
Tempo fa ebbi modo di mostrarvi alcuni bei cartelli in cui mi ero imbattuto girando nel campus della mia università; quest’oggi ho invece pensato di accompagnarvi in un bel giro virtuale per la città, alla scoperta di alcune abitudini locali che, sono sicuro, non mancheranno di stuzzicare la vostra curiosità.
(. )( .)
Partiamo da una bella passeggiata culinaria! Al pian terreno, quello che i coreani chiamano primo piano, dell’edificio ritratto nella prima delle fotografie di quest’oggi c’è la “Farmacia tedesca”. Non saprei se consigliarla o meno perché non ci sono mai stato. Ma in effetti non è che la cosa ci interessi poi molto, almeno non in questo frangente, dato che quello che cercavo di immortalare (mentre l’autobus su cui viaggiavo correva a velocità improbabili lungo le strade di Seoul) è l’esercizio commerciale al primo piano, quello che i coreani chiamano secondo piano. Sì, proprio il “Chineses Mutton a Refectory”. Certo, se questa immagine ha trovato spazio in questo intervento è prima di tutto perché riconosco il fascino dell’idea di un “montoni cinesis un refettorio”, ma devo anche ammettere che non riesco bene a capire perché un ristorante specializzato in carne di pecora abbia un logo che ritrae quello che, per quanto lo si guardi, resta sempre un alce.
Un ristorante da provare!
Chineses Mutton a Refectory. Un nome, una garanzia?
E da provare è anche quest’altro locale, che si chiama “Sale e Pepe” (sul serio, ci sta scritto 쌀레 e e e 뻬뻬) e dove il piatto della casa è la grigliata di maiale masochista. Un bacino al loro grafico.
Il simpatico maiale masochista, comodamente disteso sulla graticola nella sua tipica posa casual
Dopo la pappa, la cacca! E dunque, spostiamoci nelle toilette! In numerosissimi bagni pubblici e non, qui in Corea, accanto al water troviamo un cestino che serve per gettare, dopo essercisi nettati le pudenda, la carta igienica; questo onde evitare che le condutture si intasino, facendo traboccare l’acqua e la pipì e la pupù sul pavimento e causando la (giusta) ira delle signore delle pulizie che devono sistemare il porcile immondo.
Nel locale dove ho scattato la foto che segue le signore delle pulizie devono avere il dente particolarmente avvelenato nei confronti della carta che intasa i cessi dato che, con ogni evidenza, invitano la clientela a gettare nel cestino non solo quella usata, ma proprio i rotoli interi, magari ancora nella preziosa confezione da 24 rotoli!
Per un contributo concreto al disboscamento globale
E ora tocca ai nostri piccoli amici cani fare la pupù, e accompagnarli nella loro passeggiata è una di quelle cose che rendono la vita degna di essere vissuta! Basta solo stare attenti a non passare per il parco dove ho trovato questo problematico cartello. Problematico perché indica non il divieto di lasciare le feci del nostro cagnolino nell’erba, bensì quello di gettarle via. Ma allo stesso tempo non dice nemmeno chiaramente se il cane ha il permesso di svuotarsi il budello nel parco (e può lasciare lì le proprie deiezioni, magari per concimare il prato in maniera naturale), o se può entrare solo se è sicuro che non intende fare i propri bisogni. In sostanza, non se ne esce.
Gettare le feci del tuo cane è un gesto di inciviltà: NON FARLO!
Per riassumere, oggi abbiamo imparato che:
a- in Corea non esiste il concetto di pian terreno;
b- se non butti la carta nel cestino rischi di far intasare il water;
c- allevare un cane in Corea richiede doti logiche e interpretative non indifferenti.
Dov’eravamo rimasti? Ah sì, tutti i preparativi per il matrimonio si sono conclusi e, finalmente, è arrivato il tanto atteso giorno della cerimonia di nozze!
Gli invitati accorrono a centinaia e, se non si sono smarriti avendo fallito di decifrare la mappetta stampata nell’invito e sono dunque riusciti ad arrivare con almeno una decina di minuti di anticipo, non possono esimersi dallo scattare le rituali foto con la sposa, che se ne sta esposta a mo’ di bomboniera in uno sbrilluccicoso camerino approntato per l’occasione. Se sei me, invece, arrivi in ritardo e ti risparmi la fatica.
Che si arrivi puntuali o in ritardo, non si può invece scappare a quello che è corrispettivo coreano della consegna del dono nuziale. Ma attenzione: niente liste di nozze in Corea! Accanto all’ingresso della sala dove avrà luogo la cerimonia si trovano due tavoli, uno per gli invitati dello sposo e uno per quelli della sposa e su di essi trovano posto un grosso quadernone, dove i presenti vanno a scrivere il proprio nome (a testimonianza della loro presenza), e delle misteriose buste vuote e oblunghe. Qui il dono standard è infatti $denaro sonante$ e le suddette buste servono proprio per infilarci i soldini che si intende regalare. (Sulla busta in cui infili i soldi devi scrivere il tuo nome: le donazioni verranno poi annotate in un apposito registro che i novelli sposi possono consultare per capire chi, dei loro invitati, è un amico vero e chi un pezzente morto di fame).
Alla donazione, dicevo, non si scappa per un motivo ben preciso, chiamato sikkwon (食券). Trattasi di un oggetto fondamentale e preziosissimo che si riceve alla consegna della mazzetta busta col dono; tradotto letteralmente, sikkwon significa “biglietto del pasto” ed è appunto il magico passaporto che consente l’accesso alla sala rinfresco, ma di questo narrerò in seguito perché sta iniziando la cerimonia.
Sikkwon, ovvero il prezioso biglietto del pasto
Come ogni rito e anzi proprio in quanto tale, il matrimonio coreano è caratterizzato da alcune azioni, o fasi, prestabilite e invariabili, che ne sanciscono la sacralità e l’autorità. Schematizzando abbiamo:
- L’ingresso degli sposi: con indosso abiti da cerimonia all’occidentale, la coppia si fa una breve passeggiata lungo il percorso rialzato che parte dall’ingresso centrale andando infine a fermarsi di fronte all’”altare” dove l’officiante attende impaziente (1 minuto);
- Il discorso degli sposi: per l’emozione e la tensione (“SANTO CIELO, COSA STO FACENDO?!”) essi si impappinano o ridono istericamente leggendo frasi preconfezionate che pure hanno provato per mesi e mesi (5-7 minuti);
- Il discorso dell’officiante; probabilmente è la prima (e sicuramente l’ultima) volta che incontra la felice coppietta, ma è comunque in grado di raccontare a noi tutti la loro biografia amorosa e di illustrare loro la vita di gioia e gaiezza che li attende (5-7 minuti);
- Il momento dell’imbarazzo; probabilmente la parte più importante e tipicamente coreana di tutto il rituale. Gli amici di almeno uno dei due sposi organizzano, a “sorpresa”, un omaggio musicale per la coppia. Le modalità possono variare notevolmente: partendo dalle ballate per chitarra e voce solista e arrivando ai pezzi gospel cantati e ballati da una mandria di ragazzini della chiesa battista frequentata dalla coppia, passando per balletti sexy al ritmo dell’ultima hit del momento, e via dicendo. La sola regola fissa è che gli interpreti devono possedere un senso musicale e un’intonazione e/o movenze buoni quanto l’inglese di Rutelli. Alla fine il pubblico, seppure visibilmente imbarazzato quanto se non più degli “artisti” stessi, applaude simulando divertimento (5 minuti);
- Il saluto ai genitori; una volta finita la trista canzoncina l’atmosfera si fa di nuovo seria, ‘ché i neo sposi devono prostrarsi di fronte ai genitori di lei prima e di lui dopo (ordine di importanza ascendente), giusto per ricordare ancora una volta chi è che comanda realmente. Il padre di lei sfodera invariabilmente lo sguardo truce delle occasioni speciali (3 minuti);
- La passeggiatina finale: gli sposi percorrono all’incontrario il percorso da cui erano entrati mentre gli altoparlanti diffondono, in ordine, musica di buon augurio generale stile “Brigitte Bardot” nr.1, marcia nuziale, musica di buon augurio generale stile “Brigitte Bardot” nr.2 (45 secondi).
Si conclude così, nel giro di venti o trenta minuti al massimo, la bella cerimonia, e gli invitati che non sono così pazienti da restare per le foto di gruppo si affrettano verso la sala per il rinfresco, il momento più atteso della giornata. Se in Italia l’usanza prevede un lauto pranzo consumato in un ristorante prenotato per l’occasione, in Corea il pasto viene offerto presso la stessa sede ove ha avuto luogo il matrimonio, in una sala apposita che si trova genericamente “al piano di sotto”.
Tranne casi sporadici, inoltre, non ci si deve aspettare una serie di portate servite direttamente al tavolo: nella saletta ci aspettano un grosso tavolo buffet e, tutt’attorno, una schiera di distinti signori e signore di mezza età che lo stanno assaltando manco fossero cavallette. Per assicurarsi il pasto prima di chiunque altro (ma forse, visto quello che rimane dopo il loro passaggio, sarebbe meglio dire “a posto di chiunque altro”) i suddetti distinti signori hanno abbandonato la cerimonia già durante il discorso dell’officiante, anzi alcuni probabilmente nemmeno hanno visto gli sposi poiché, appena arrivati alla wedding hall, hanno giusto mollato la busta all’ingresso e sono direttamente andati a mangiare.
In ogni caso, è qui che entra il gioco il sikkwon cui ho accennato in precedenza: esso è stato inventato per evitare che, come accadeva una volta, sconosciuti capitati lì per caso si imboschino al rinfresco mangiando a sbafo senza lasciare nemmeno una lira, anzi un won in regalo. Ancora non è stato invece inventato un sistema per risolvere il problema, altrettanto stringente, rappresentato da coloro che si presentano con la famiglia al completo (nonna, moglie e due figli), nella busta-regalo collettiva infilano 20000 won (15€) e in cambio ricevono uno sikkwon per ogni congiunto.
Ma basta chiacchiere, si inizia a mangiare! Ed ecco che arrivano anche gli sposi, che nel frattempo si sono cambiati indossando l’abito tradizionale coreano (lo hanbok 韓服), non per mangiare (non sia mai!) ma per fare il giro dei tavoli per salutare gli invitati uno ad uno. Bisogna pure sbrigarsi, perché nel frattempo il matrimonio organizzato nello slot successivo sta per finire e si deve lasciare la sala banchetto libera per le nuove cavallette.
Ed è così che, in un’ora scarsa, tutto è finito e si può tornare a casa, felici e contenti per un altro amico che è finalmente diventato un adulto vero. Oppure all’ultimo momento salta fuori un altro compagno di università che inizia a distribuire a sorpresa inviti per il suo matrimonio e tutto ricomincia daccapo.
Aprile, il mese dei bei fiori sbocciati, e dei cuori palpitanti di primaverile gaiezza, è finalmente iniziato, di conseguenza ieri all’ora di pranzo a Seoul nevicava e, visto l’andazzo delle temperature, continuerà probabilmente a farlo ancora per parecchi giorni. Tutto questo non si ricollega assolutamente con il tema di cui vi parlo quest’oggi, vale a dire i matrimoni coreani; tema suggeritomi certo dalla promessa di rosei ciliegi in fiore e odorose camelie, ma anche e più che altro dalla impressionante mole di inviti di nozze che mi sono trovato passivamente a collezionare in questi ultimi tempi.
I miei compagni di dipartimento sembrano infatti aver recentemente individuato nell’atto di sposarsi il loro passatempo prediletto, almeno a giudicare dal non indifferente numero di cerimonie nuziali organizzate tra i mesi di febbraio e di maggio di quest’anno (per ora siamo a cinque, ma il numero potrebbe benissimo essere destinato a salire).
L’attuale foga matrimoniale, in parallelo con il fatto che, in tre anni e mezzo passati in Corea sono stato invitato a più matrimoni che in venticinque-ventisei anni passati in Italia, è comprensibile familiarizzando con l’idea, propria dei coreani (e più in generale delle genti dell’Asia Orientale), che il matrimonio è il rituale che sancisce effettivamente e l’ingresso definitivo nell’età adulta e, soprattutto, il riconoscimento degli sposandi come sani e completi membri della società civile. (corollario: se non sei sposato o almeno non pianifichi di farlo entro i trent’anni, che corrispondono in realtà ai 28/29 anni del computo italiano[1], non sei normale).
***
Ma insomma! Come si sposano, questi coreani?? Quest’oggi parleremo dei preparativi.
Dopo che i fidanzatini hanno deciso di fare il grande passo, la prima cosa da fare è l’incontro ufficiale con i genitori, ‘ché sono loro a dever dare il consenso al matrimonio; ma su questo non posso dire molto poiché, potrete ben immaginarlo, non è qualcosa a cui si può normalmente assistere da esterni.
In compenso ciò che si può liberamente vedere sono i risultati del successivo passo, id est gli scatti ufficiali dal fotografo. Pagando fior fior di quattrini, ogni dolce coppietta va infatti a farsi fotografare in pose imbarazzanti e improbabili (tipo lei seduta su e lui appoggiato con nonchalance ad un gigantesco cuoricione di plastica gigante, in un turbinio di petali e photoshop), alternando negli scatti abiti tradizionali (hanbok) sia vestiti da cerimonia all’occidentale (verosimilmente gli stessi che verranno utilizzati il giorno della cerimonia). Queste foto possono all’occorrenza essere usate per decorare gli inviti, vengono talvolta proiettate durante la cerimonia o, più semplicemente, sono fieramente mostrate agli amici (con l’ausilio di tablet e smartphone, mai visto un album cartaceo).
Gli inviti, cartoline fisicamente non molto dissimili da quelle che si usano anche in Italia, seguono un modello fisso: un breve testo (non più di un paio di frasi) in cui si esalta, con una significativa dose di retorica, l’ammmmmore e la gioia dei novelli sposi; segue il nome degli sposi subordinato a quello dei genitori (ad es., non “Pippo e Gina si sposano”, ma “Pippo secondo figlio di Ugo Rossi e Pina Verdi e Gina prima figlia di Adolfo Marzi e Sandra Moli si sposano”); quindi data e luogo (ovviamente); infine, non possono assolutamente mancare, ed anzi sono l’elemento che occupa la parte più ampia dell’invito, una mappetta fortemente stilizzata che spiega come arrivare al luogo del matrimonio e le informazioni per arrivarvi con i mezzi pubblici.
Alcuni inviti, diretamente dalla mia collezione personale
Già, il luogo del matrimonio! Se in Europa ci si sposa tendenzialmente in chiesa o in comune, le abitudini coreane sono ben diverse: praticamente qualsivoglia spazio in cui riescono ad entrare almeno un centinaio di persone può essere utilizzato per la cerimonia (celebre il caso dei due vietnamiti sposatisi nella saletta riunioni del vecchio dormitorio, demolita solo un paio di mesi dopo), ma le due location più gettonate sono i saloni degli alberghi di lusso e le wedding hall, esercizi commerciali appositi dotati di officianti, varie sale per matrimoni (perché se ne tengono diversi in contemporanea), sala per il rinfresco e tutto ciò che serve. Saloni e wedding hall sono strutturati fondamentalmente nella medesima maniera: tre ingressi, due laterali e uno centrale, un passaggio (di solito rialzato, illuminato e con decorazioni floreali) che dall’ingresso centrale porta al palco con un piccolo altarino, sedie per gli ospiti (poche, così la maggior parte degli invitati deve stare in piedi) e uno o più grandi teli per proiezioni.
Vista l’impressionante quantità di matrimoni organizzati nei week-end (sabato e domenica) se non si prenota la sala con almeno un paio di mesi di anticipo c’è il rischio di doversi sposare ad orari disgraziati, tipo il sabato alle sette di sera, ed è così che mi son bruciato tutto il weekend, mannaggia a te, mia cara amica YJH, e ancora auguri!
Per quanto riguarda i preparativi è tutto (più o meno): nella prossima puntata descriverò dettagliatamente (?) la cerimonia, il rinfresco e tante altre cose belle! Non perdetela!
E abbasso le lezioni alle otto del mattino, sempre!
[1] Del computo dell’età in Corea scriverò, forse, in un’altra occasione.
“I coreani mangiano i cani!!” E anche io, essendosene presentata l’occasione, questa sera ho provato il bosintang (보신탕 補身湯, ossia “la zuppa che rinvigorisce il corpo”).
Bosintang, la zuppa che ti invigorisce!
Il piatto consiste in una zuppa piuttosto densa, preparata con erba cipollina, cipolla, tutta una serie di verdure che in Europa non esistono (e che se anche ne scrivessi il nome scientifico al la maggior parte dei lettori direbbero ben poco quindi mi risparmio la fatica della ricerca), mille saporite spezie e, naturalmente, i sottili blocchetti di carne (che è un po’ fibrosa ma soprattutto sorprendentemente magra), l’ingrediente principale della pietanza. Questi blocchetti sottili possono essere consumati o assieme alle verdure e al brodo della zuppa o separatamente: in questo caso vanno inzuppati in una salsetta a base di spezie miste (pepe, pasta di peperoncino e via dicendo) e il buon olio di sesamo, uno dei condimenti più buoni del creato.
La salsa con l'olio di sesamo (ammetto che la foto non è delle migliori)
Il tutto, dato che verdure e spezie usate per preparare il brodo sono le stesse, ricorda parecchio lo haejangguk, il buon piatto per iniziare bene la giornata di cui avevo scritto a dovere tanto, tanto tempo fa; solo che a differenza dello haejangguk il bosintang ha dalla sua un sapore decisamente più delicato, ‘ché la carne di cane ha un gusto sì piacevole, ma piuttosto “leggero” essendo molto magra. Riguardo al sapore della carne (la zuppa in sé ha il classico gusto delle zuppe piccanti coreane), questo ricorda vagamente quella di agnello, pur essendo decisamente più delicata.
Dicono che il bosintang sia altamente digeribile ma non posso sbilanciarmi su questo punto dato che il mio apparato digerente è più simile a quello di un gabbiano che a quello dei comuni esseri umani e quello che mi entra in bocca lo brucio senza particolari problemi. Dicono pure che per essere apprezzato al meglio vada mangiato quando ad agosto fa caldissimo e non mi sbilancio nemmeno su questo, però non sono del tutto persuaso che un europeo medio riuscirebbe a ingerire con leggerezza una zuppa di carne piccante e bollente quando fuori la temperatura va per i 35°C e l’umidità si aggira attorno al 75%. In ogni caso devo ammettere che il piatto è buono, e tanto vi basti.
(. )( .)
Ah, sì, avevo iniziato con la famosa frase “I coreani mangiano i cani”, tipicamente utilizzata con orrore e/o con tono dispregiativo (nei confronti dei coreani) da gente che probabilmente si mangia con gioia agnelli, conigli e vitelli (tutte carni peraltro molto buone) e che, immagino, si figura loschi figuri dallo sguardo torvo che godono perversamente a squartare innocenti pastori tedeschi e graziosi cuccioli di dalmata (aspetta, questa è un’altra storia!).
Che “i coreani tutti” consumino effettivamente carne di cane è in realtà tutto da dimostrare. Delle tre persone assieme alle quali sono stato al ristorante questa sera due erano coreane e proprio loro non hanno nemmeno preso in considerazione l’idea di ordinare né tantomeno quella di assaggiare il bosintang, optando per un più comune samgyetang, (il buon brodo col pollo intero ripieno di riso e ginseng meglio noto con il nome di “minestra mission impossible” poiché smontare un pollo con il solo ausilio delle bacchette e di un cucchiaio è un’impresa raramente coronata da successo). Io stesso l’ho assaggiata per la prima volta dopo oltre tre anni e mezzo passati in Corea perché, semplicemente, nessun mio conoscente aveva voglia di andare a mangiarla.
Samgyetang, porzione singola da 10.000 won
Il fatto è che, a forza di sentirsi dire “magnare la carne di cane è il MALE!” dagli stranieri, anche i coreani se ne sono convinti, al punto che trovare qualcuno che la consumi con regolarità è una rarità, e i più non l’hanno mai provata. In compenso i piatti a base di pollo (fritto, bollito o stufato che sia!) vanno per la maggiore e nella sola città di Ch’unch’ŏn (patria del tak kalbi) vengono macellati attorno ai 120000 polli ogni giorno, però gli allevamenti intensivi in stile campo di concentramento ci sono anche in Europa e nelle Americhe e quindi vanno benissimo!
Due uomini-pollo fritti. Un giorno, forse, vi parlerò del pollo fritto coreano
Oggi mi sono affacciato al balconcino del quarto piano del mio dipartimento e ho scattato la foto che vedete qui sotto: cliccateci sopra, ammiratela a dimensione intera e divertitevi a scovare l’intruso!
Una significativa immagine del ridente boschetto dietro al mio dipartimento
Non solo essere iscritti e frequentare materialmente l’Università Nazionale di Seoul (“ranked 20th in the world in publications in an analysis of data from the Science Citation Index”, copincollando dalla wikipedia!!) è cosa di cui andar ovviamente fieri, ma è anche fonte di molteplici forme di diletto.
Diletto derivante da così tante ragioni che ora come ora me ne viene in mente solo una, vale a dire gli straordinari cartelli che adornano il nostro bel campus, e di cui vado ora presentare una breve ma significativa selezione.
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Raccolta differenziata, uno sforzo concreto per un mondo migliore
Iniziamo la nostra breve carrellata con un dettaglio delle istruzioni per la raccolta differenziata all’interno del dormitorio. Si noti come, se comunemente ci si limita a separare carta, plastica, alluminio o altri materiali di uso comune, nella mia università (in cui non a caso esiste un importante dipartimento di studi sull’ambiente) si è invece optato per una raccolta ben più radicale, che prevede addirittura raccoglitori specifici per beni rari quali, lo vedete nella foto qui sopra, presunti monaci irlandesi residenti nell’Islanda del nono secolo.
Il campo di calcio va itinerario
Il secondo cartello che vado a presentarvi* illustra i brillanti successi conseguiti in questo paese nell’ambito dell’insegnamento della lingua inglese. È fatto ben noto che i giovani coreani sono costretti dal loro sistema scolastico a passare decenni a studiare la bella lingua di Albione: è certo una vita difficile e faticosa la loro, ma come vedete foriera di straordinari risultati!
Dacci un taglio
Quello qua sopra è l’ultimo cartello di oggi, ed è anche il preferito (in senso assoluto) di chi scrive. Si trova appeso alla porta della sala docce della palestra del dormitorio ed è a tutti gli effetti la migliore confutazione possibile della teoria secondo la quale le genti coreane sarebbero dotate di scarso senso estetico e di inventiva. Se il testo in inglese che vi compare in calce (“commit no nuisance”) potrebbe effettivamente sembrare poco incisivo nella sua genericità, è nell’invenzione grafica circolare che occupa la sezione superiore del cartello che troviamo la migliore prova del genio del suo, ahinoi anonimo, creatore.
Il testo all’interno del cerchio recita “sobyŏn kŭmji” (소변 금지), vale a dire “vietato orinare” (la frase sotto spiega che, per le proprie impellenze, sarebbe meglio usare la toilette piuttosto che le docce; chi ci avrebbe mai pensato!). Il colpo di genio sta non tanto nella pur innegabile bellezza e profondità di queste parole, quanto nella sostituzione del carattere ㅕ (yŏ) di 소변 (pipì) con un paio di forbici stilizzate. Non solo ci troviamo di fronte a un brillante uso delle forme dell’alfabeto coreano dall’indubbio valore estetico (il tutto è ancor più valorizzato dalla scelta di variare il colore delle f-yo-rbici, soluzione che dona ritmo e varietà alla composizione nella pur rigida cornice della bicromia); ma essa illustra anche, in una maniera che non potrebbe essere più chiara, la punizione a cui va incontro chi dovesse contravvenire al divieto in questione, ribadendo così anche graficamente il messaggio generale del cartello.
Genio puro.
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* Se anche aveste già visto questa foto, vi chiedo di fare comunque finta che sia per la prima volta.